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Sistemi criminali/1 Il pm Lombardo della Dda di Reggio Calabria e quelle indispensabili articolazioni esterne alle mafie

Chiedo innanzitutto scusa ai lettori se giungo a pubblicare questo servizio (e gli altri che da oggi seguiranno sul tema) alcune settimane dopo l’incontro organizzato il 6 maggio a Reggio Calabria dall’associazione Riferimenti-Gerbera Gialla e al quale hanno partecipato i sostituti procuratori delle Dda di Reggio Calabria e Catanzaro Giuseppe Lombardo e Pierpaolo Bruni.

Le indagini catanzaresi sul calcioscommesse e alcune delicate inchieste che ho dovuto portare a termine hanno assorbito il mio tempo e le energie sul quotidiano, distraendomi dall’analisi di quanto emerso quel giorno.

SALA VUOTA, DISAFFEZIONE COLMA

I temi affrontati  dal pm Lombardo meritano di essere sviscerati a maggior ragione se si parte da un’amarissima considerazione: nonostante l’impegno dell’associazione presieduta da Adriana Musella, la sala dove l’incontro si è svolto, soprattutto se paragonata agli anni precedenti, era praticamente vuota. Questo la dice (drammaticamente) lunga sull’insensibilità di una città, Reggio Calabria che, lo vado ripetendo da anni, ha ormai perso non solo ogni speranza nella vaga possibilità di rinascita ma ha addirittura preso le distanze (in questo facilitata dalla potenza dei sistemi criminali che da sempre la eterodirigono) dai Servitori dello Stato che, ahinoi, lottano contro il tempo e controcorrente per dimostrare che la storia delle mafie deve essere riscritta con conoscenze nuove.

Il tempo della storia – per uomini come Lombardo, Bruni e tanti altri non solo in Calabria ma anche in Sicilia e su per la penisola – non coincide con quello della Giustizia e così molti loro sforzi rischiano di essere vanificati e restare indimostrati e indimostrabili in un aula di Tribunale. I sistemi criminali evoluti ne godono, gli italiani se ne fottono.

Troppo alto – sono io il primo a rendermene conto e senza dubbio se ne renderà conto anche Lombardo – il dipanarsi del filo logico seguito dal pm in una città avvolta dai sistemi criminali. Attenzione però: la riflessione, profonda, sarebbe stata recepita come ancora più astrusa se fosse stata fatta a Milano, a Roma o a Padova. Se quantomeno nel sud una quota parte di anticorpi contro la cultura mafiosa ancora gira, nel nord bisogna cercarli con il microscopio.

E dire che l’esordio di Lombardo – più che a regioni ormai devastate dalle mafie come la Calabria, la Sicilia e la Campania, sarebbe risuonato bene proprio in un’aula convegnistica che so, di Roma, dove scoprono oggi che la filiera della Banda della Magliana è mafia. Mi scusino lor signori della Giustizia: ma prima cos era? E ancora: davvero si può credere che in 30 anni di evoluzione dai primi vagiti della Banda tutto si riduca a 4 incappucciati in un Comune e a 4 smidollati tra le coop? E ancora: davvero la politica inquinata dalla mafia e viceversa (dunque evoluzione esplosiva e parziale di un sistema criminale) può rintanarsi, dopo 30 anni, in sole 4 mura del Campidoglio senza toccare vertici più alti non solo nella politica stessa ma anche tra le Istituzioni di ogni ordine e grado nella Capitale amorale d’Italia?

Lombardo è partito col botto in una città abituata ad altri botti: «che cosa è la mafia, quanto è ampia e strutturata la sua componente interna e quali sono le manifestazioni operative delle sue indispensabili articolazioni esterne?».

COS E’ LA MAFIA?

Minchia! Chissà a quanti – assenti in sala per ovvie ragioni – saranno fischiate le orecchie! «Indispensabili» le chiama Lombardo le articolazioni esterne della mafia e, se la Treccani non ci inganna, “indispensabile” è «cosa assolutamente necessaria, di cui non si può fare a meno» e “indispensabilmente” è un avverbio che indica «con assoluta necessità, o senza eccezione». Ricapitolando, dunque, delle articolazioni esterne – superbo eufemismo con il quale leggere in controluce le parti deviate dello Stato, della politica, delle professioni, delle pubbliche amministrazioni e della massoneria – non solo le mafie non possono fare a meno ma questo concetto non ammette eccezioni.

Vi pare possibile digerire questo concetto in uno Stato alle prese con un reato che non esiste, quale il concorso esterno in associazione mafiosa e con il quale da 30 anni magistrati e giudici praticano uno slalom speciale che manco Alberto Tomba tra i paletti di una pista da sci? Esiste l’associazione mafiosa (416 bis), esiste il concorso nel reato (articolo 110 sempre del codice penale) ma il “concorso esterno” che razza di bestia è? Ma soprattutto: come si può definire «esterna» la condotta di colui il quale, come afferma Lombardo e con lui una corrente di pensiero che attraversa le Procure di tutta Italia, è «assolutamente necessario» alle mafie old fashioned style?

Il legislatore si è ben guardato bene dal normare questo aspetto, lasciando le Procure in balia della “dimostrazione-indimostrabile” e, va detto con altrettanta schiettezza, lasciando alcuni indagati di fronte ad accuse folli e smontabili persino da uno studente al primo anno di Giurisprudenza. La mancata tipizzazione del reato non è un caso: viste le difficoltà sovrumane di dimostrare il “combinato disposto” tra 416 bis e 110 la politica marcia (di ogni colore e partito) sa che lasciare il mondo com è, è la risposta migliore e più efficace per continuare a fare il proprio porco comodo e mettere nel sacco quei rompiballe dei magistrati visionari!

Forse anche per questo Lombardo ha proseguito, affermando che «dopo aver fatto apertamente autocritica per molto tempo, di analizzare il contributo (vero, reale e non di facciata) che anche gli altri poteri dello Stato hanno fornito per il raggiungimento di quello che ritengo debba essere un obiettivo comune: contributo del potere legislativo e di quello esecutivo che deve andare ben oltre il semplice sostegno al lavoro della magistratura e delle forze dell’ordine nel loro quotidiano contrasto alle mafie».

Per ora mi fermo qui ma domani torno con un nuovo approfondimento sull’incontro di Reggio Calabria.

r.galullo@ilsole24ore.com

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