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Operazione Insubria Dda Milano/3 Il capitale sociale della ‘ndrangheta e l’obbligo di cambiar marcia contro i sistemi criminali

Apprezzo e rispetto le opinioni di tutti ma mi ostino a ragionare con il mio modesto cervelletto.

Prendiamo la recente Operazione Insubria della Dda di Milano alla quale, pure, ho dedicato diversi servizi giornalistici sul portale del Sole-24 Ore e su questo blog (per questi ultimi rimando ai link a fondo pagina).

Anche io, tra gli altri, ho evidenziato l’importanza vitale di riti e affiliazioni senza i quali la ‘ndrangheta non sarebbe quel che è. Riti e affiliazioni sono essenza, dna, gene della ‘ndrangheta. Ogni commento ulteriore nulla aggiungerebbe. E’ così. Punto e basta. Inutile sprecare fiumi di parole. Lo cantavano i Jalisse a Sanremo, lo ripeto anche io. Una sola cosa aggiungerei: 50 anni fa queste cose erano routine al sud. Oggi le scopriamo nel nord.

Anche io, tra i pochi, ho messo in evidenza un dato sconcertante: quasi 500 atti intimidatori da parte dei sodalizi criminali ‘ndranghetistici nelle province di Lecco e Como dal 2008 ad oggi. Ecco un dato reale su cui riflettere. Mai abbastanza.

A fronte di queste sottolineature che, appunto, anche io ho evidenziato, mi riesce difficile esaltare (si badi bene: per questi profili) questa operazione antimafia come altro diverso a ciò che è: una rituale ed ennesima indagine che svela la potenza (già ampiamente svelata da decenni e da decine di indagini) delle cosche al nord (ripeto: al nord) e il loro potere di sottomissione e, quando necessario, violenza.

Ritengo, dunque, che i fiumi di parole spesi anche da autorevoli commentatori sull’affiliazione filmata (primo tra tutti Roberto Saviano su Repubblica) siano sì condivisibili ma, se posso così esprimermi, ovviamente e banalmente condivisibili perché continuano a sollecitare e solleticare le corde emotive già ampiamente titillate all’atto della presentazione dell’operazione Insubria, da una Procura straordinariamente brava a cavalcare onde mediatiche per nasconderne, magari, delle altre.

Ritengo dunque che la valenza di questa operazione (come di altre recenti messe a segno dalla Dda di Milano e come indietro nel tempo è stato già fatto dalla stessa procura, con altri interpreti) sia altrove. Vale a dire, ad esempio, in quel che vi ho già raccontato nella puntata di giovedì scorso alla quale rimando, ossia la compiacenza di un’imprenditoria malata “del” nord  e “nel” nord, che non solo non denuncia quando è vittima di soprusi (il pm Ilda Boccassini lo ripete da anni) ma che addirittura ricorre agli uomini di ‘ndrangheta come si ricorre ad un’agenzia di servizi.

Ed ancora è straordinariamente importante in questa operazione, sempre a opinabile giudizio mio e del mio cervelletto ipodotato, la sottolineatura del “capitale sociale” delle cosche che, appunto, va ricercato fuori da quegli uomini che con riti e affiliazioni entrano a far parte delle società (minori o maggiori che siano) della ‘ndrangheta.

La domanda – lo sapete, me la pongo isolato e isolatamente da tanti anni e ringraziando il buon Dio, se la pongono ormai attori importanti della lotta al crimine mafioso – a questo punto è: ma quanto e come il capitale sociale delle mafie può essere considerato altro, estraneo, rispetto alla mafia stessa? Quanto l’evoluzione delle cosche in “sistemi criminali” (ricordo sempre l’indagine di Roberto Scarpinato a Palermo negli anni Novanta) delle mafie è diventata essa stessa nuova definizione di mafia? E quanto disattenti sono legislatore ed opinione pubblica rispetto a questa devastante evidenza?

Sapete anche questo: ritengo siano stati persi decenni da investigatori e inquirenti (oltre che dai pennivendoli di regime, dai velinari delle procure, dagli analisti tanto al chilo e dai tuttologi) nel ridisegnare e perseguire questa drammatica mafia evoluta.

Fortuna che, come scrivevo poco sopra, altri validissimi magistrati (rispetto ai pochi di 20 ani fa) si stanno peritando sul punto che, ovviamente, ha bisogno di studio, supporto, dedizione e anche riforme legislative.

Scrive ad esempio Francesco Curcio, sostituto procuratore nazionale antimafia, attore di delicatissime indagini e delegato ai rapporto con la Dda calabrese, a pagina 751 della relazione consegnata a fine 2013 nelle mani del suo capo Franco Roberti: «Tanto premesso, recentissime acquisizioni investigative, non ancora approdate al vaglio giurisdizionale, ma che, tuttavia, appaiono dotate di particolare concretezza in ragione della affidabilità ed attendibilità delle fonti di prova acquisite, descrivono ulteriori dinamiche che, senza per nulla smentirlo, arricchiscono il panorama che si è descritto, rendendolo, ad un tempo, più ampio e, per così dire, più frastagliato, pur nella continuità di rituali e doti, che costituiscono ancora una pietra angolare della complessiva architettura della ‘ndrangheta».

E da pagina 754 scrive: «Tanto chiarito – e ribadita, così, la tenuta e, anzi, l’espansione del concetto di unitarietà della ‘ndrangheta – deve osservarsi, anche, che l’esistenza di tale unitaria struttura, caratterizzata da precise formalità, non solo non esaurisce, meglio, non solo non permea l’universo delle relazioni criminali della ‘ndrangheta – non è, cioè, totalizzante – ma, di più, le sue stesse regole formali, non sempre riescono a regolare gli effettivi e concreti rapporti di forza fra le sue diverse componenti .

E così, sul piano delle relazioni criminali, ancora più che quelle interne alla ‘ndrangheta ( che si sviluppano secondo moduli formali e regolati ) appaiono ben più pericolose e rilevanti (ancorchè non regolate da forme e moduli definiti) quelle esterne, in quanto sintomatiche della capacità del sodalizio ‘ndranghetista di governare anche spazi non prettamente criminali, che dovrebbero essere riservati alla società civile .

Su questo aspetto, peraltro, è da osservarsi che in sede processuale, è, oramai, acquisita ampia letteratura che descrive i rapporti (intensi) fra ‘ndrangheta e soggetti (all’apparenza) non organicamente inseriti nel sodalizio, ma operanti stabilmente in contesti politici, istituzionali ed economici per agevolare la ‘ndrangheta.

E tuttavia, per contro, anche in questo ambito si deve prestare particolare attenzione a non confondere ciò che è realmente “relazione esterna” con ciò che invece rientra in una vera e propria relazione organica .

Si devono, infatti, rappresentare alcuni dati investigativi emersi da indagini in via di svolgimento, da cui risulta che tali rapporti sono “esterni” solo in apparenza . E’ risultato che colletti bianchi, che, per livello culturale, relazioni sociali, quotidiano stile di vita, non paiono condurre una esistenza da ‘ndranghetista anche se aiutano la ‘ndrangheta (il che a prima vista li fa ritenere esterni che forniscono un contributo al sodalizio), sono, in realtà, organicamente inseriti nell’organizzazione (e, talora, sono pure portatori di doti acquisite, però, in modo particolare e riservato). Ciò, in particolare, è avvenuto in realtà cittadine che, per un verso, hanno avuto una evoluzione rispetto alla vecchia civiltà rurale, e, nondimeno, per altro verso, hanno conosciuto un consolidamento del fenomeno ‘ndranghetista, divenuto maturo e profondo.

In questi contesti i figli ed i nipoti delle famiglie di ‘ndrangheta di terza e quarta generazione sono, al contempo, professionisti – con uno stile di vita e delle relazioni sociali adeguate a tale posizione – e uomini di ‘ndrangheta a tutto tondo.

E se esistono queste zone di confine in cui è difficile, anche a livello processuale, inquadrare il ruolo esatto e la veste in cui opera un determinato soggetto (partecipe, capo, concorrente esterno, favoreggiatore) nondimeno, come si è prima accennato, non è neppure da credersi che le regole interne della ‘ndrangheta, ancorché dotate di una loro tendenziale effettività e vigenza, siano inflessibili, totalizzanti e, per così dire, inderogabilmente applicate. Anche in questo caso esistono dei chiaroscuri e, spesso, sulla forma ‘ndranghetista, prevalgono gli effettivi rapporti di forza interni.

E così è capitato – e sicuramente capita di frequente – che l’esponente importante di una cosca influente, diciamo di primo livello – senza che ciò abbia generato conflitti e sanzioni o li possa generare – di fatto, abbia trafficato o abbia concluso affari – leciti ed illeciti – particolarmente rilevanti, all’interno di territori di pertinenza di un locale cui è estraneo ed al cui vertice operava uno ‘ndranghetista di livello inferiore.

La circostanza si verifica con una certa frequenza nei territori di pertinenza di locali di ‘ndrangheta posti fuori dalla Calabria, dove il controllo territoriale ed il radicamento criminale è meno forte».

Che vi piaccia o meno, la lotta alla nebulosa dei sistemi criminali e a tutto quel che inglobano come parti integranti e vitali, è la frontiera della prevenzione e del contrasto alle mafie. Che ci crediate o meno è così. Altrimenti continueremo a goderci i filmati delle affiliazioni dei meri esecutori della mafia più tradizionale senza poterci mai godere i filmati delle affiliazioni delle menti raffinate, magari al riparo di una superloggia segreta e deviata.

Lì le telecamere – chiedetevi e chiediamoci il perché – non arrivano mai. Un motivo ci sarà e per saperne di più, sul tema torno domani. Che siate d’accordo o meno.

r.galullo@ilsole24ore.com

3 – to be continued (per le precedenti puntate si vedano https://robertogalullo.blog.ilsole24ore.com/2014/11/19/operazione-insubria-della-dda-di-milano1-imprenditoria-compiacente-e-cosche-come-agenzie-di-servizi/

https://robertogalullo.blog.ilsole24ore.com/2014/11/20/operazione-insubria-dda-di-milano2-dal-2008-a-oggi-462-atti-intimidatori-della-ndrangheta-tra-como-e-lecco/)

  • bartolo |

    L’analisi è perfetta Galullo, però il seguente passaggio “In questi contesti i figli ed i nipoti delle famiglie di ‘ndrangheta di terza e quarta generazione sono, al contempo, professionisti – con uno stile di vita e delle relazioni sociali adeguate a tale posizione – e uomini di ‘ndrangheta a tutto tondo” è devastante per lo stato di diritto e per la crescita intellettuale cui ogni essere umano aspira. Infatti, non sono pochi i casi di figli e/o discendenti di note famiglie mafiose che vengono letteralmente perseguitati dall’antimafia solo perché rifiutano l’applicazione del programma di protezione con le contestuali dichiarazioni accusatorie contro i propri cari. Se mi consente, Galullo, una barbarie!
    A mio avviso, uno di questi casi è Carmelo Gallico, per quanto ho letto nel suo libro autobiografico, nonostante abbia fatto autocritica contro il mondo del padre e di alcuni fratelli, e abbia tentato il suicidio dopo l’ennesimo arresto, si trova ugualmente al 41bis.
    Per carità, può essere sia davvero un criminale, [come me (per questo stato di mafiosi)] ma, veramente, questo accanimento giudiziario nonostante l’autocritica rispetto alla cultura ndranghetistica mi sa tanto di induzione al pentimento.
    Poi, magari, qualche suo fratello lo appellerà infame, quindi, dopo eventuale suicidio riuscito, l’antimafia orgasmerà nello spiccare altri dieci o quindici mandati di arresto per istigazione al suicidio contro genitori, fratelli e nipoti. Il tutto, ovviamente, mentre (copio da Lei) il “sistema criminale 2000” gongola per la perfetta funzionalità che gli arreca l’altro “sistema”, l’apparato repressivo della mafia di stato.

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