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Criminalità ambientale/ Al VI Forum sull’economia dei rifiuti di PoliEco, Roberto Pennisi (Dna) punta il dito contro le menti raffinatissime

Trascurato dalla stampa (cos altro posso fare se non un doveroso atto di autodenuncia visto che i media non hanno seguito come avrebbero dovuto l’avvenimento di cui oggi vi parlerò?), lo scorso fine settimana Ischia ha ospitato il VI Forum internazionale sull’economia dei rifiuti.

L’evento –  promosso da PoliEco, il Consorzio nazionale per il riciclaggio dei rifiuti dei beni a base di polietilene – ha affrontato la tematica dei rifiuti sotto l’aspetto etico, normativo ed economico. Tra i relatori, oltre a studiosi e imprenditori, figuravano anche il Procuratore nazionale antimafia Franco Roberti, il sostituto procuratore della Dna Roberto Pennisi e il sindaco di Casal di Principe Renato Franco Natale. «Il Forum di Ischia –  ha spiegato il presidente del consorzio Polieco Enrico Bobbioè stata l’occasione per ribadire la necessità di percorsi e dinamiche virtuose a tutti i livelli della società per promuovere la legalità ambientale e contrastare i crimini ambientali, legati soprattutto ai traffici illeciti di rifiuti  nazionali e transnazionali, che determinano effetti disastrosi tanto sull’integrità dell’ambiente, quanto sulla salute e la sicurezza dei cittadini, nonché danni alle aziende che operano nel rispetto delle regole e che hanno fatto del riciclo made in Italy la propria mission. Purtroppo la Terra dei fuochi non è solo la Campania, ma non ha confini, interessando anche molte ragioni del Nord Italia e tanti Paesi dove l’Occidente esporta, spesso illecitamente, i nostri rifiuti». Come dargli torto?

Il mea culpa giornalistico (a nome della categoria, eccezion fatta per quei pochi media a seguito dell’evento) sarebbe ipocrisia se, nel mio piccolo, non provassi a rimediare alla grave trascuratezza. Convinto come sono che il giornalismo sia il dovere di scovare e il piacere di raccontare. Un principio che, per chi come me ha deciso da molti anni di seguire economie criminali e mafie, si traduce nel “piacere di scavare e nel piacere-dovere di denunciare”.

Ecco allora che vi propongo, come lettura che andrebbe divulgata come pietra di discussione a analisi, la relazione tenuta da Roberto Pennisi.

Di fronte al pensiero unico è un eretico lungimirante, uomo di rara intelligenza e, per come lo conosco io, integerrimo magistrato. Lasciate perdere le frasi e i ragionamenti iniziali, altamente non condivisibili (ma sono di parte) sulla “distrazione di massa” che colpisce i giornalisti di fronte ai “fattarelli” di mafia spicciola, quali “inchini” delle statue e cose del genere.

Sbaglia Pennisi (e di molto) a ritenere che i media non debbano seguire l’involuzione ancestrale della società moderna di fronte ai riti che compongono il Dna della tradizione mafiosa. Vanno seguiti e denunciati con forza, invece, proprio perché anche (e sottolineo anche) di queste presunte minuzie mafiose si alimenta il potere omertoso e mortale dei sistemi criminali.

Ha ragione da vendere (invece) Pennisi quando mette la stampa nuda di fronte all’incapacità di seguire l’evoluzione (come quella dei Pokemon) raffinatissima di quegli stessi sistemi criminali.

Mi sono già scusato a nome della categoria (rectius: quel che ne rimane in un arido mondo di giornalai) e dunque proseguo.

La sua relazione si intitola: “Oggi peggio della mafia: la criminalità ambientale – Le ragioni”. E’ un inno alla vigilanza nelle stanze dei poteri che contano, laddove si definiscono le strategie dei sistemi criminali, che sempre più coinvolgono l’ambiente.

Nell’attuale e deficitario sistema di vigilanza sotto accusa, oltre ai media, sono anche la politica marcia, l’imprenditoria collusa e quei sistemi definiti da Pennisi “masso-mafiosi”.

Non posso che sottoscrivere augurandomi che in una futura catena virtuosa, oltre ai media (scavare e denunciare senza guardare in faccia a nessuno), alla politica (il bene della collettività) e all’imprenditoria (concorrenza legale e leale) si unisca sempre più l’opinione pubblica e la magistratura (con indagini inattaccabili), la cui formazione in tema di reati ambientali di stampo criminal-mafioso sembra necessitare di sostanziosi passi in avanti.

r.galullo@ilsole24ore.com

 

LA RELAZIONE DI ROBERTO PENNISI (DNA)

 Mentre la antimafia ufficiale la quale, per quanto emerge, ha bisogno di erigere ad intervalli regolari bersagli mafiosi contro cui scatenare tutte le sue forze per far capire che esiste è seriamente impegnata contro gli “inchini” delle processioni religiose calabresi e siciliane, nelle sedi che contano il potere criminale reale, quello che mira all’arricchimento senza limiti conseguito con la violazione delle leggi, continua imperterrito la sua azione finalizzata a rendere sempre più agevole e remunerativo il conseguimento degli illeciti profitti.

Quel potere che spesso ha incrociato i propri percorsi con quelli della criminalità mafiosa, facendo apparire di esserne succube od addirittura vittima mentre, di fatto, entrambi erano avvinti da dinamiche e sinergie che, inevitabilmente, hanno portato a far emergere la supremazia del primo sulla seconda, alla stessa stregua del rapporto esistente tra il signore feudale ed i propri vassalli, in termini più crudi, tra il padrone ed i suoi servi.

Entrambi hanno fondato la propria forza sul rapporto instaurato con la politica, spesso ricambiandosi o scambiandosi i favori di quella o per quella ma, mentre quest’ultima, che il rapporto con la mafia ha sempre spudoratamente negato, messa all’angolo dai risultati ottenuti, nonostante tutto, dall’apparato repressivo dello Stato, per volontà o necessità o convenienza non ha esitato a schierarsi contro la mafia ed, in qualche caso non senza convinzione, mai invece ha rinunziato e denunciato il rapporto con l’altro potere. Col risultato finale di mantenere di fatto il legame col crimine mafioso, nel frattempo “riformatosi” e sotterraneamente collegato ai potentati economico-criminali grazie anche ai cosiddetti “poteri occulti”, ovverosia i comitati d’affari masso-mafiosi che da sempre caratterizzano la vita di questo meraviglioso e sfortunato Paese.

Anche a questo servono gli “inchini”, reali o supposti che siano, e le relative campagne antimafia estive che vedono interagire e distinguersi con accenti accorati da vere e proprie crociate, politici, giornalisti e, qualche volta, anche uffici giudiziari. Questi ultimi, per la verità, costrettivi dalla obbligatorietà della azione penale a fronte della notitia criminis mass-mediaticamente rapportata. E non è difficile immaginare, al cospetto di tutto questo, il sorriso del crimine reale che gode nel prendere atto che ancora la opinione pubblica viene indotta a ritenere che la mafia indulga ad ancestrali riti, e di essi si nutra, piuttosto che delle ricchezze che, svolgendo quella attività di servizio di cui si diceva, sottrae alla collettività: che sono in fondo ben poca cosa rispetto a quelle fagocitate dal “servito”.

Per comprendere al meglio tutto ciò il terreno della criminalità ambientale offre formidabili chiavi di lettura.

E’ ben noto, ormai, cosa sia avvenuto negli anni ’90, quando si sono perpetrati quei misfatti ambientali attraverso i rifiuti sversati nella terra di Campania che oggi si tenta di bonificare incontrando difficoltà difficilmente sormontabili. Anzi più o meno sormontabili a seconda della maggiore o minore compromissione del territorio.

Nell’immaginario collettivo è passata la storia della responsabilità del crimine mafioso, rappresentato dai casalesi, indicati come autori del disastro ambientale.

Vero ma incompleto e, quindi, falso, se si concorda con il principio hegeliano secondo cui “il vero è l’intero”.

Infatti, se rifiuti furono illecitamente smaltiti con effetti devastanti, qualcuno li aveva prodotti e, per disfarsene a “prezzo di mafia”, doveva necessariamente averli messi a disposizione dei clan col mandato di operare così come di fatto avvenuto; infischiandosene della normativa vigente in tema di smaltimento dei rifiuti che, così, sono stati sottratti al relativo ciclo legale.

Un qualcuno che non ha pagato alla società il prezzo di tale misfatto, ed è rimasto nell’ombra grazie al velo di copertura garantito dalla assenza di una adeguata normativa e degli opportuni controlli. E, quando la normativa è sopraggiunta, era già ormai troppo tardi per perseguire i veri responsabili con disposizioni che certamente non potevano essere retroattive. Ma, soprattutto, la impossibilità di documentare la provenienza dei rifiuti a causa della alterazione dolosa del sistema della loro tracciabilità si è trasformata in sicura garanzia di impunità.

Eppure, la natura stessa dei rifiuti finora venuti alla luce, e di quelli che le operazioni di bonifica faranno emergere, consente di individuarne la provenienza, che corrisponde a quelle centrali economico-imprenditoriali che attraverso intermediari hanno interloquito con la mafia, così automaticamente divenendo esse stesse criminali. E, tuttavia, grazie a quella copertura di cui si è detto, cui si è aggiunto un ultraventennale vergognoso silenzio, si è fatto strame, oltre che della verità, della regola comunitaria del “chi inquina paga”.

Il tempo, però, è passato. La normativa si è aggiornata anche grazie agli imput provenienti dall’Europa, ed è divenuta più efficace per contrastare il crimine ambientale. E, contemporaneamente, gli organi dell’apparato repressivo dello Stato si sono attrezzati per utilizzare al meglio gli strumenti legislativi. Le indagini per il delitto previsto dall’art. 260 d.lgs. 152/06 sono state affidate agli Uffici di procura più adeguati per contrastare il serious crime, ed un Organo centrale ne perfeziona le strategie anche grazie ad una accurata acquisizione ed elaborazione di dati, cui concorrono le migliori forze esistenti sul campo ed i soggetti istituzionalmente previsti più seriamente intenzionati al rispetto della legalità.

Tutto ciò ha consentito di accertare come quel che si era verificato in passato non si sarebbe più ripetuto, quanto meno agli stessi livelli, e che la strategia del crimine si è trasformata, imboccando altre vie e perseguendo con altre modalità lo scopo di sempre, cioè quello di conseguire utili violando le leggi poste a tutela dell’ambiente e, conseguentemente e corrispondentemente, arrecandogli nocumento. Ci si è resi conto, in altre parole, che il recupero-riciclo da effettuarsi all’interno del territorio nazionale è divenuto solo una formula priva di contenuto utile solo per percepire contributi destinati a gravare sulle tasche di un contribuente già fiscalmente massacrato, mentre di fatto i rifiuti hanno iniziato a prendere altre vie attraverso la azione di vere e proprie strutture imprenditoriali aventi fine di lucro illecito, alcune delle quali si avvalgono della esperienza derivante dalla grande contraffazione e dal ricorso diffuso al contrabbando doganale.

E, per impedirlo, quell’apparato repressivo si è attrezzato, predisponendo ed attuando tutti i rimedi consentiti dalla legge.

E’ a questo punto che, in questa estate, è scattato il solito meccanismo di tutela del crimine grazie a quel rapporto di cui si diceva, mentre l’opinione pubblica era rassicurata sulla massima allerta delle forze anticrimine contro la mafia … degli “inchini”.

Per la verità diversi erano stati i segnali percepiti nel corso della prima metà dell’anno, tali da far comprendere come via via che si prendeva consapevolezza di ciò che si stava verificando nel settore dell’economia dei rifiuti, col conseguente apprestamento degli opportuni presidi atti ad impedirne la degenerazione ed il ripetersi di effetti nocivi, corrispondentemente si constatavano iniziative, a diversi livelli dei pubblici apparati, tendenti a neutralizzare quanto si andava apprestando. Come se l’allarme scattato negli ambienti economico-criminali che miravano a percepire illeciti profitti attraverso l’alterazione del ciclo dei rifiuti, fosse stato immediatamente raccolto da un ceto politico al servizio di quelli, a disposizione dei quali mettere addirittura lo strumento della legge.

Timidi tentativi in alcune occasioni, più sfacciati in altre, quando neppure si è fatto ricorso a giustificazioni ispirantisi ad una legalità malamente invocata, alla tutela della libera concorrenza, e neppure corrispondente alla ratio che ispira la legislazione comunitaria in tema di tutela ambientale. E, sempre e comunque, una malcelata insofferenza verso i controlli, al punto da cercare di farne monopolio di alcuni, ovvero invocandosene solo di tipo formale, oppure ancora rendendo nei fatti impossibili quelli reali per ragioni connesse alle carenze finanziarie di chi avrebbe dovuto eseguirli.

In altri termini, si è colpevolmente dimenticato che la libera concorrenza è un valore sano quando tutti i competitori seguono le stesse regole del gioco, ovverosia quelle della legge; altrimenti si trasforma in un insano vantaggio per l’operatore criminale a danno di quello virtuoso che, piuttosto che vedersi tutelato, si scopre danneggiato e messo da parte, in tutti i settori della economia.

Per tutto ciò vi è motivo di ritenere che nei due mesi scorsi, durante questa strana estate 2014, distratti tutti i cittadini dagli apparati ufficiali che si stracciavano le vesti dinnanzi agli “inchini”, potere politico e potere criminale abbiano immolato gli interessi della collettività, ivi compreso quello della tutela ambientale, sull’altare del nume della competitività, novello moloch, come se questo meraviglioso e sfortunato Paese per essere, appunto, competitivo dovesse necessariamente rinunciare al bene della legalità, che è presidio di libertà.

Tanto, così facendo, non si sta certo favorendo la esecrabile ed esecrata mafia, ma l’economia!

Perciò questa economia criminale è peggio della mafia.

Ed in una simile realtà, parlare di green economy sembra proprio una beffa!

Roberto Pennisi

  • Hermann Bollinger |

    A meno di essere ferrati sul tema, però non si capisce, concretamente, in che modo i comitati masso-mafiosi abbiano operato per contrastare l’attività investigativa ed i controlli.

  • Bartolo |

    Beh… Galullo.
    A questo punto, per la legge del contrappasso, un avviso di garanzia per favoreggiamento aggravato dall’art 7 per aver favorito la mafia economica, al maresciallo della Stazione Carabinieri di Oppido Mamertina, che ha fatto da detonatore per lo scoppio delle bombe “Inchini”, ci starebbe appieno …
    Certamente, Pennisi, anche in virtù dell’obbligo dell’azione penale, non si farà sfuggire l’occasione di dare l’input per l’avvio alla dda di Reggio Calabria competente per territorio…
    Saluti, bartolo iamote

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