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I pm di Reggio Calabria in Liguria la prossima settimana per analizzare l’archivio (sgonfiato) dell’ex ministro Claudio Scajola

Interrogatorio di garanzia di Chiara Rizzo, moglie dell’armatore Amedeo Matacena alle ore 11.30 di venerdì 23 (giorno nel quale l’Italia onesta si fermerà per ricordare il sacrificio del giudice Giovanni Falcone, della moglie e degli uomini della scorta). Sempre la prossima settimana (verosimilmente) dopo l’interrogatorio di garanzia ad opera del Gip Olga Tarzia, dovrebbe toccare all’interrogatorio dei pm di Reggio Calabria.

E poi ancora  notifica del ricorso della Dda reggina al Tribunale del Riesame (contro l’esclusione dell’aggravante mafiosa per gli indagati del cosiddetto caso Scajola, costola dell'indagine Breakfast) la prossima settimana e, sempre nella prossima settimana, la probabile missione del capo della Procura di Reggio Calabria Federico Cafiero De Raho, del sostituto Giuseppe Lombardo e del sostituto procuratore nazionale antimafia Francesco Curcio in Liguria per scartabellare il (presunto) archivio sigillato all’ex ministro dell’Interno Claudio Scajola.

E questo il nuovo “cronoprogramma” della procura di Reggio Calabria dopo l’arrivo ieri dalla Francia della moglie del latitante Matacena che sembra non abbia alcuna voglia di muoversi da Dubai.

Chiara Rizzo, ex modella siciliana sposata in seconde nozze all’armatore, è giunta ieri in tarda serata a Reggio Calabria,  trattata con i guanti dagli uomini della Dia di Genova (al comando di Sandro Sandulli) e Reggio Calabria (guidati da Gianfranco Ardizzone). A differenza di quanto, secondo  ciò che trapela dalle lamentele della signora Rizzo, sembra essere accaduto nel carcere francese nel quale igiene e trattamento lasciavano a desiderare.

Nelle immagini di ieri tratte all’arrivo di Rizzo alla frontiera italo-francese un’immagine colpisce: quella della lussuosa borsa della signora Matacena, ricoperta di scotch per imballaggio. Verosimile che gli uomini della gendarmeria francese l’abbiano tagliata per andare alla ricerca di eventuali doppi fondi e poi “ricucita” alla meglio con evidente danno.

A proposito dell’archivio dell’ex parlamentare del Pdl Scajola, sembra sgonfiarsi la pista che porta a clamorosi nuovi dossier celati nelle sue case liguri e in quella della sua assistente.

Le case e l’ufficio dell’ex parlamentare in Liguria erano state infatti già oggetto di perquisizioni ad aprile 2013 da parte della Dia di Genova e le carte ritenute più interessanti furono spedite dalla Procura di Imperia a Roma. E’ proprio legato a questo invio di carte, l’iscrizione nel registro degli indagati della Procura della Capitale per l'ex ministro, con l’accusa di detenzione di atti coperti dal segreto. Scajola venne interrogato su questa vicenda alla fine di aprile 2014, cioè un anno dopo la perquisizione e a pochi giorni dall’arresto per il presunto favoreggiamento nei confronti di Matacena, l’ex deputato di Forza Italia condannato con sentenza definitiva per concorso esterno alla 'ndrangheta a 5 anni e 4 mesi. E' bene ricordare che Scajola respinse ogni accusa di aver celato atti riservati o segreti.

E’ verosimile, dunque, che le carte rimaste (allora non considerate di interesse investigativo o almeno di interesse limitato) possano offrire agli investigatori e agli inquirenti reggini spunti inferiori alle attese (anche perché le carte saltate agli occhi come immediatamente interessanti, quale ad esempio la lettera verosimilmente vergata dall’ex presidente libanese Amid Gemayel, sono arrivate a Reggio seduta stante).

Quel che è curioso è che le stanze che contengono i presunti archivi di Scajola sono sì sigillate e dunque inaccessibili a chiunque ma è anche vero che gli edifici che le ospitano sono totalmente prive di protezione e tutela contro i malintenzionati che avessero, fuori dal perimetro domestico, interesse ad entrarne in possesso. Una procedura standard.

Intanto, in questa serie di incroci complessi da seguire, interviene anche la Procura di Bologna, che ha ricevuto da quelle di Roma una parte della documentazione. L'ipotesi di reato su cui ha riaperto l'inchiesta archiviata sui
comportamenti omissivi di funzionari di Stato nella revoca della scorta al giuslavorista Marco Biagi, ucciso dalle Br (Brigate Rosse) il 19 marzo 2002, è omicidio per omissione nell'ambito. L' omicidio per omissione è una ipotesi di reato più grave dell'omissione semplice, che sarebbe prescritta dopo 7 anni e mezzo (nel 2009), e dunque perseguibile. È prevista dal 2/o comma dell'articolo 40 del codice penale: "Non impedire un evento, che si ha l'obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo". In pratica il procuratore capo Roberto Alfonso e il sostituto Antonello Gustapane, titolari del fascicolo, ipotizzano che chi sapeva delle minacce a Biagi non fece quello che era in suo potere e dovere per porlo al riparo dai propositi eversivi delle nuove Br. Anche in questo caso, è bene riaffermarlo, Scajola ha sempre rifiutato e rigettato l'idea di non avere fatto tutto quanto andava fatto, nelle sue competenze di mini
stro dell'Interno, per proteggere la vita del giuslavorista Biagi.
r.galullo@ilsole24ore.com