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Operazione Metastasi/1 Mutuo soccorso politico sull’asse Lombardia-Calabria: i voti di Cosenza si contrattano a Lecco e Milano

Metastasi, l’ha chiamata la Procura distrettuale antimafia di Milano.

Nome corretto, visto che l’operazione (coordinata dal procuratore aggiunto Ilda Boccassini, sostituti Claudio Gittardi e Bruna Albertini e condotta dal Nucleo di polizia tributaria e dal Gico della Gdf) la scorsa settimana ha disvelato la pervasività della ‘ndrangheta a Lecco e provincia e dunque ben oltre i classici e ormai ininfluenti confini geografici.

Forse, però, l’operazione sarebbe stato meglio chiamarla “Peggio di prima”, visto che la pervasività della cosca Coco-Trovato e la metastasi indotta dai suoi uomini, a Lecco e provincia è storia vecchia. Di decenni.

Ed è proprio questo il punto. Che la “metastasi” ormai è allargata e ampia: non come prima ma, appunto, “più” e “peggio” di prima.

E a raccontarlo è la stessa Procura (e il gip Alfonsa Maria Ferraro che il 31 marzo 2014 ha firmato l’ordinanza che ha portato in galera 10 persone accusate a vario titolo di associazione a delinquere di stampo mafioso, estorsione, corruzione e turbativa d’asta e ha fatto rumore per il coinvolgimento diretto e indiretto di alcuni politici locali) quando in due splendide pagine (la 22 e la 23 dell’ordinanza) riassume come meglio non si potrebbe la svolta che rende tutto questo, ahinoi, possibile: la mala politica.

La cosca Coco-Trovato, che a Lecco si trova benissimo e con una “locale” attiva da anni fa il bello e il cattivo tempo, non commette omicidi e nella maggior parte dei casi non viene coinvolta in fatti criminosi eclatanti. Raffiche sparate contro le vetrine di alcuni esercizi commerciali, beh quello magari ci può stare ma non ha bisogno (rectius: più bisogno) della violenza fine a se stessa per dimostrare che conta. Certo, non per questo, risulta meno efficace e meno pericolosa.

La “locale” (ricordiamo: una cellula strutturata con almeno 50 affiliati) si è infiltrata stabilmente nella vita economica ed imprenditoriale della provincia di Lecco con la gestione diretta di esercizi commerciali prevalentemente nel settore dei bar e della ristorazione acquisiti da Mario Trovato (arrestato e fratello del boss Franco, ergastolano) e gestiti da familiari o comunque da persone a lui collegate. Si è infiltrata nel settore dei videogiochi e della distribuzione delle macchine e dei terminali per il gioco all’interno dei locali pubblici; presidia e controlla l’attività di altri esercizi commerciali.

NON BASTA

Tutto questo, però, non basta perché la necessità di espandersi nell’attività imprenditoriale ha comportato anche il condizionamento dell’attività amministrativa del Comune di Lecco.

Ecco quello che, in altri momenti e in altre occasioni è stato chiamato il “capitale sociale” della mafie, vale a dire la necessità, l’obbligo, per “crescere”, di avviluppare e inglobare corpi ritenuti fino a qualche tempo fa “spuri” e che oggi sono, a umile giudizio di chi scrive, elementi imprescindibili per aumentare la potenza mafiosa. Elementi talvolta “esterni” e dunque di volta in volta individuabili e corruttibili ma, sempre più spesso, “interni” ai sistemi criminali, “parti” di quel “tutto” che sta divorando società ed economia da Sud a Nord (o il contrario, fate voi).

Seconda l’accusa, grazie all’intervento di un consigliere comunale di Lecco, Ernesto Palermo, arrestato, sarebbe stato modificata la destinazione del piano regolatore (strumento urbanistico che, se non governato con mille occhi, consente le peggiori nefandezze a vantaggio di pochi).

Sempre secondo l’accusa la “locale” è inoltre intervenuta con pressioni ed atti corruttivi su una procedura amministrativa gestita dal Comune di Valmadrera (Lecco) nella gara per il rilascio della concessione di gestione di un Lido, aggiudicata prima dell’intervento della Prefettura di Lecco a una società appositamente costituita da Mario Trovato ed Ernesto Palermo (il consigliere comunale prima del Pd e poi, dal 2011 del Gruppo misto), attraverso prestanome.

Ma, sempre secondo l’accusa, Ernesto Palermo, in accordo con Mario Trovato, sarebbe intervenuto per raccogliere dei voti in favore di una candidata alle elezioni amministrative del Comune di Milano del 2011, richiedendo come corrispettivo il versamento di somme di denaro e l’appoggio elettorale in favore della sorella, Fiorella Palermo, inserita nella lista elettorale “Occhiuto Sindaco: Popolari e Liberali Cosenza” candidata (ma non eletta con una cinquantina di voti raccolti) alle elezioni amministrative in Calabria.

Che in Calabria la distinzione tra i partiti sia un’ipotesi, lo sostengo da anni (basta vedere i cambi di casacca, che sono più veloci di una girandola esposta al vento), che cominci a esserlo (o lo sia già) anche in Lombardia, ancora un po’ (poco, però) mi sorprende. Eppure, a pagina 431 dell’ordinanza, secondo capoverso, si legge che «in accordo con Trovato Mario, Palermo Ernesto pur appartenendo a diversa forza politica si offre di procurare voti alla candidata per il Pdl al Consiglio comunale di Milano Moioli Maria Mariolina, mettendole a disposizione il proprio bacino elettorale e quello di altri politici in collegamento con famiglie calabresi…».

Questo spaccato, a mio modestissimo avviso è straordinariamente importante, indipendentemente dal fatto che l’accusa sia vera o presunta, perché descrive un percorso comunque sempre più battuto da mafie e politica. Lo dico e lo scrivo, dunque, indipendentemente dall’episodio raccontato nell’ordinanza anche perché a millantare ci vuol poco, così come si può non essere a conoscenza delle oscure manovre di alcuni sostenitori in campagna elettorale, insomma delle “offerte” e infatti, per rimanere ancorati a questa operazione, Moioli, ex assessore milanese alla Famiglia nella Giunta Moratti, non è indagata, così come non lo è Fiorella Palermo.

Quello che la Procura descrive è infatti un asse “sempreverde” che va oltre i confini geografici e il caso di specie. Un asse all’interno della Lombardia (o di una qualunque altra regione o area geografica) o Lombardia-Calabria (ma potrebbe essere Piemonte-Calabria o Lombardia-Sicilia e via di questo passo) di “mutuo soccorso” politico a fini personali. Non necessariamente con profili penali (evidenti o evidenziabili) ma che è in grado di spalancare le porte a profili penali che oggi sono quanto mai attuali e discussi (voto di scambio).

Le mafie, insomma, non solo se ne fregano del colore politico ma dimostrano (non a caso il paragrafo della Procura si chiama “il controllo del voto”) di annullare i confini geografici che sono meramente virtuali. Lo dico e lo ripeto per quella parte ignorante (e prevalente) della politica che crede che forme di federalismo “laqualualunque” (o addirittura di secessione) siano in grado di arginare la pervasività delle mafie
. Illusioni, pie illusione, cavalcate da politicanti in cattiva fede o da ingenui politici in buona fede (e non saprei dire qual è la genia peggiore).

Per ora mi fermo qui ma domani ritorno con un’altra puntata dedicata all’operazione Mestastasi (“più” e “peggio” di prima).

r.galullo@ilsole24ore.com

1 – to be continued