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Rapporto Dna 2013/Francesco Curcio mette il dito nella piaga: «Ma questi servizi segreti servono davvero nella lotta alle mafie?»

Cari lettori, da qualche giorno sto affrontando con voi la lettura di una delle parti (a mio avviso) più interessanti della relazione del sostituto procuratore nazionale antimafia Francesco Curcio, confluita nel Rapporto di fine 2013 della Dna e spedita alle Istituzioni in occasione dell’apertura dell’anno giudiziario 2014. Inoltre venerdì scorso sul Sole-24 Ore ho dedicato un’ampia inchiesta su alcuni interessantissimi profili del Rapporto Dna (interdittive antimafia e operazioni sospette).

La scorsa settimana abbiamo visto il cambio di passo nella relazione, nel momento in cui Curcio passa a descrivere quei soggetti «indispensabili» alla ‘ndrangheta. Tanto che, mi sono chiesto:se sono indispensabili vuol dire che senza di essi ‘ndrangheta non è ma, appunto, è e diventa altro. Qualcosa di più letale ed evoluto, quella ‘ndrangheta 2.0 che sto descrivendo (pressoché isolato in un mondo dell’informazione formato da tanti velinari decerebrati e pochi giornalisti) da anni, fatta di massoneria deviata, professionisti marci, Stato infedele e, appunto, cosche. Una mafia 2.0 che assomiglia sempre di più ad una società segreta di stampo massonico deviato. Insomma: la sua vera natura come dimostra anche il colpo di scena ieri a Reggio Calabria nel corso dell’udienza Meta (ci tornerò con un apposito articolo tra qualche ora)

Ed il problema non sono le informazioni che Zumbo forniva – peraltro, da quanto emerso, neppure particolarmente rilevanti rispetto a quelle che avrebbe, invece, potuto fornire – ma quelle che riceveva. Ed in tutta evidenza, rammenta Curcio, si trattava di notizie – di eccezionale rilievo (per la ‘ndrangheta) – che riceveva (necessariamente) da ambienti investigativi e/o deputati alla raccolta d’informazioni.

L’esempio calzante, per Curcio e dunque per la Dna, di questa «indispensabilità» esterna alla ‘ndrangheta che però con essa si cementa al suo interno (rendendola ai miei occhi qualcosa di nuovo, quel sistema criminale vaticinato oltre 20 anni fa dal pm palermitano Roberto Scarpinato che però non riuscì a provarlo processualmente), è Giovanni Zumbo, «commercialista/custode giudiziario/massone/collaboratore dei servizi d’informazione/ amico della ‘ndrangheta».

Ebbene, scrive Curcio a pagina 127 del Rapporto Dna 2013, «… si è profilato, nel distretto reggino, cuore dell’azione di contrasto alla ‘ndrangheta –– uno scenario, in cui si è realizzato un corto circuito in cui settori deviati di ambienti istituzionali deputati, dallo Stato, alla acquisizione e/o alla successiva elaborazione in chiave investigativa di notizie sulle attività della ‘ndrangheta, hanno funzionato esattamente al contrario: invertendo il flusso informativo, hanno fornito, per il tramite di Zumbo, alla ’ndrangheta, notizie importantissime e vitali (le più importanti e vitali che in quel momento storico potevano essere fornite ) sulle attività dello Stato».

Questa vicenda e quelle analoghe, in via generale e in primo luogo, pesa le parole Curcio, pongono lo Stato davanti una questione di fondo nell’azione di contrasto alla criminalizzata organizzata (‘ndranghetista e non solo). Un nodo che deve essere sciolto senza ipocrisie, mette Curcio nero su bianco. «Invero, in un sistema investigativo e giudiziario come quello attuale, che riesce, sempre più, ad attingere informazioni sull’azione e la struttura della criminalità organizzata, dall’interno dei sodalizi, vuoi attraverso la viva voce dei collaboratori di giustizia che attraverso le sempre più raffinate attività d’intercettazioni – afferma il pm antimafia – deve meditarsi sulla perdurante utilità, nell’azione di contrasto alla criminalità mafiosa, dell’attività informativa fornita dai servizi di sicurezza, almeno per come è ora concretamente funzionante, posto che, per un verso, i risultati ottenuti, sotto il profilo processuale ed investigativo, si sono rivelati sostanzialmente ininfluenti ( anche nel settore della cattura dei latitanti, settore potenzialmente più congeniale alla penetrazione informativa) e che, per altro verso, a fronte del poco o nessun vantaggio, si registrano delle evidenti controindicazioni che derivano dalla ineluttabile ambiguità generata dai rapporti confidenziali fra tali apparati statali e i criminali che forniscono notizie».

Torno a breve.

3 – to be continued (si leggano anche https://robertogalullo.blog.ilsole24ore.com/2014/02/rapporto-dna-2013unitariet%C3%A0-della-ndrangheta-direttamente-proporzionale-alla-profondit%C3%A0-delle-sue-relazioni-esterne.html

https://robertogalullo.blog.ilsole24ore.com/2014/02/rapporto-dna-2013-il-pm-francesco-curcio-le-bombe-a-reggio-nel-2010-e-il-caso-lo-giudice-non-sono-solo-ndrangheta.html )

  • bartolo |

    chi meglio dei magistrati sa’ che il principio della divisione dei poteri, nelle democrazie occidentali, è alla base dello stato di diritto. la magistratura stessa, uno di questi poteri (unitamente a quello esecutivo e legislativo), ha funzione di tutela del corretto funzionamento delle istituzioni e ancor più di garanzia del popolo contro l’esondazione del potere esecutivo, in direzione crimini di stato.
    e allora, tutti questi inciuci di centinaia di magistrati (a fronte di poche migliaia che compongono l’ordine giudiziario) nei gangli del potere esecutivo (governo) e legislativo (parlamento), nonché la collaborazione gomito a gomito tra procure (magistrati) e ministeri; dell’interno (ff.oo. e servizi), giustizia (gestione penitenziari e parziale controllo della magistratura) e commissione bicamerale antimafia (follia di assegnare al legislatore parte del potere giudiziario) che senso hanno? se non quello di essere riusciti, tutti insieme appassionatamente, nell’immane impresa di distruggere lo stato di diritto!

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