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Confiscato l’impero della famiglia Pellegrino/2 Francia, terra eletta di evasione, armi e droga per i fratelli del Ponente ligure

Cari lettori, da ieri su questo umile e umido blog sto descrivendo alcuni aspetti contenuti nel decreto con il quale il 30 maggio la sezione per le Misure di prevenzione del Tribunale di Imperia, ha applicato ai quattro fratelli Pellegrino (originari di Seminara ma da almeno 20 anni padroni di ampie fette dell’economia nel Ponente ligure) la sorveglianza speciale per 5 anni con obbligo di soggiorno e ha disposto la confisca dell’intero patrimonio a loro riconducibile che fra terreni, fabbricati, autovetture, disponibilità finanziarie ed aziende operanti nel settore scavi e movimento terra, si aggira intorno a 9 milioni.

L’attività investigativa, svolta dal Centro operativo della Dia di Genova, guidato dal colonnello Sandro Sandulli, ha riguardato l’intero gruppo familiare dei Pellegrino, composto da 20 persone e 4 compagini societarie ed ha permesso di ricostruire, oltre alle vicende imprenditoriali degli ultimi 20 anni, tutta la storia giudiziaria dei fratelli.

Oggi vedremo insieme le basi, le fondamenta dell’impero economico della famiglia Pellegrino, così come sono state ricostruite tra relazione del pm e certificazione dei giudici e vedremo quanto importante sia l’asse costituito con la Francia.

I quattro – Michele, Giovanni, Maurizio e Roberto – hanno o hanno avuto tutti denunce o precedenti penali di rilevante gravità (traffico internazionale di stupefacenti, estorsioni, traffico internazionale di armi, minaccia grave a pubblico ufficiale), il tutto con l’aggravante del metodo mafioso.

La loro attività ufficiale è quella ancorata all ’edilizia e in particolar modo al movimento terra ma per la Dia, che il 20 maggio 2011 aveva avanzato richiesta di sequestro come misura di prevenzione patrimoniale (confermata il 20 giugno 2011) e personale, la situazione finanziaria della famiglia (dopo un amplissima disamina delle società da loro gestite e delle proprietà acquisite) portava a concludere che le risorse economiche di cui disponeva la famiglia Pellegrino non poteva essere di origine lecita, ma derivava da operazioni e commerci illeciti.

LA MENTE E IL BRACCIO

Secondo la ricostruzione Michele era la mente economica mentre Giovanni era il braccio destro di Michele nella gestione delle società. Maurizio e Roberto,  coinvolti in numerosi procedimenti  penali relativi a traffico di droga e di armi, nell'ambito della famiglia sarebbero per la Dia procuratori di capitali della famiglia e della loro società.

L'esame della contabilità delle società ripartita tra i fratelli Pellegrino, confrontata con la spesa media di ogni famiglia, ha portato la Dia a concludere che questi non potevano vivere con i proventi legittimi della società.

I dati contabili esaminati evidenziano una sperequazione macroscopica tra i redditi ufficiali dichiarati e quelli effettivi che le loro famiglie potevano aver sostenuto. Ciò tenendo conto anche degli acquisti di immobili e di veicoli fatti nel periodo, nonché del pagamento di tasse e di rate di finanziamenti.

La differenza veniva calcolata dal circa un milione di euro del 2002 a 2 milioni e 300 mila euro nel 2009. Oltre a ciò, si doveva aggiungere anche le due case costruite a Bordighera, edificate dal 2002 al 2006, per le quali una consulenza tecnica aveva calcolato le spese sostenute in 1,2 milioni.

Non risultava poi che i Pellegrino avessero lecite risorse economiche pregresse visto che la Società Gimar srl di cui Michele era amministratore dal 1996 al 2003, era stata dichiarata fallita con un debito verso l'erario di 3,8 milioni e che la Ponente Scavi Srl amministrata sino al 2001 dallo stesso Michele, era stata anch'essa dichiarata fallita con un debito di 1,1 milioni e che la Società Tecnoscavi Srl, anch'essa· riconducibile a Michele, era in liquidazione con un passivo di 540 mila euro e ancora la Sca Moter, riconducibile a Roberto, ha un debito verso l'erario di 3,1 milioni. La F.lli Pellegrino sas, amministrata prima da Giovanni e poi da Michele, aveva un debito verso l’erario di 1,8 milioni. Per questa società Michele risultava denunciato per emissione di fattura per operazioni inesistenti.

L'attività dei Pellegrino quindi era continuata con la costituzione nel 2003 della F.lli Pellegrino Srl, che acquistava all'asta i beni pignorati alla F.lli Pellegrino Sas·e finanziata con bonifici di denaro della Sas. Anche tale società per altro era risultata in perdita, ed alimentata con finanziamenti effettuati dai soci. Da qui la conclusione che le risorse economiche di cui disponeva la famiglia Pellegrino non poteva avere origine lecita, ma derivava da operazioni e commerci illeciti.

Sulla base di tali istanze il 1° giugno 2011 fu ordinato il sequestro dei beni di proprietà dei Pellegrino, nonché di quelli riconducibili alla loro famiglia.

Accogliendo la tesi accusatoria che il loro tenore di vita era incompatibile con i redditi della loro attività, e ritenendo quindi che questo fosse frutto della attività criminosa della famiglia, il Tribunale convalidò il sequestro dei loro beni, escludendo un’auto, un appartamento e due piccoli terreni, risultati acquistati in periodi non sospetti.

Il Tribunale quindi disponeva anche una perizia contabile per la verifica dei conteggi della Dia e sulla contabilità della società Fratelli Pellegrino Srl.

Il perito, nel corso dell’udienza del 17 novembre 2012 rese le sue osservazioni in ordine agli accertamenti fatti, concordando con le conclusioni della Dia che portavano a redditi di provenienza ignota per 2,150 milioni.

PERIZIE E CONTROPERIZIE

Tra le carte che la difesa di Roberto Pellegrino ha esibito nella stessa udienza del 17 novembre 2012, che in quel momento si trovava in carcere, ci sono documenti attestanti il suo trasferimento a Memon, in Francia. Un tipo tosto, Roberto. In occasione della perquisizione a casa sua a Bordighera il 22 giugno 2010, la polizia giudiziaria scoprì un piccolo locale nascosto da una parete mobile apribile con un telecomando e un sistema idraulico. Un locale di cui la moglie negò l’esistenza ma che conteneva i suoi effetti personali ed era perfettamente idoneo a nascondere cose o persone.

La Francia è ricorrente nella vita economica dei fratelli Pellegrino ed è stata oggetto di perizie e controperizie. Quella della famiglia Pellegrino nella sua terza memoria osservava ad esempio che i versamenti dei soci pari a 717mila euro erano incassi in nero, erroneamente contabilizzati come restituzione dei soci, e quindi giustificati come attività di impresa. La difesa produsse anche una scheda che riporterebbe i movimenti bancari presso la Banca Societè Generale di Montecarlo del co
nto della società Pellegrino Sas per lavori fatti in Francia, movimenti che portano incassi per 2, 3 milioni, negli anni 2007 e 2008, movimenti tutti perfettamente sconosciuti al bilancio della loro società. Il perito di parte motivava tali movimenti come operazioni in nero.

LE INFORMATIVE

Agli atti vi sono le informative assunte presso la gendarmeria francese di Nizza, dalle quali risulta che in effetti la società dei Pellegrino, con il nome di Pellegrino Freres di Pellegrino Giovanni e Michele e con sede a Mentone, aveva operato in Francia. Il fatturato del 2008 era di 384mila euro ma la società non aveva dipendenti, non aveva materiali né aveva mai pagato alcuna imposta allo Stato francese. Altra società aveva operato in Mentone,·sempre a loro nome, e sempre per il movimento terra, ma nel loro sito internet francese, la società rimandava a quella italiana di Bordighera, come accertato dalla Dia.

Ancora un’osservazione del consulente tecnico di parte era che i maggiori redditi sarebbero stati conteggiati perché si era accertato in sede di verifica fiscale che numerose fatture di spese erano state emesse da soggetti inesistenti, e pertanto si dovevano eliminare dai costi. Ciò determinava un maggiore reddito di 1,7 milioni che quindi doveva essere dedotto dallo sbilancio ingiustificato.

Il consulente tecnico del Tribunale, però, contestava l’argomento, rilevando che in realtà detti costi, anche se da imputare a soggetti diversi dagli apparenti emittenti, dovevano essere stati effettivamente sostenuti essendo inerenti alle opere edilizie effettuate e quindi se da un punto di vista fiscale non si potevano conteggiare, da un punto di vista sostanziale erano reali e quindi effettivamente abbattenti il reddito ufficiale.

L’ESAME DEI BILANCI

Esaminando poi il bilancio della Fratelli Pellegrino Srl, si era evidenziato che la società aveva conseguito ricavi dalle vendite per 961mila euro nel 2002; 2.280 milioni nel 2003;  2,525 nel 2004; 2.780 nel 2005; 3 nel 2006; 3, 3 nel 2007; 780mila euro nel 2008, e quindi posta in liquidazione. I risultati operativi tuttavia erano di rilevanza minima, dai 20mila ai 40mila euro all’anno, con la sola eccezione del 2005 (161mila euro). I bilanci risultavano invece sempre negativi e sempre ripianati dai finanziamenti dei soci.

Nullo pertanto il reddito conseguito dai soci, tutti i Pellegrino.

Riportandosi ai volumi di affari, dai 2 ai 3 milioni all’anno e al reddito conseguito è evidente che questa rappresenti meno della metà dello·sbilancio accertato dalla Dia e confermato dal consulente tecnico del Tribunale e pertanto anche sotto questo profilo è integrata la condizione che consente la confisca in caso di sproporzione tra i beni (o denari) disponibili e l’attività economica svolta anche a prescindere dal reddito dichiarato, come si è visto di nessuna rilevanza.

La confisca tuttavia è applicabile anche sotto l'altro profilo che la norma individua, in quanto vi sono sufficienti indizi per ritenere che tali ingenti disponibilità economiche siano frutto di attività illecite o ne costituiscono il reimpiego. Basta riferirsi all'evasione fiscale, esplicitamente ammessa dallo stesso consulente di parte, cui i Pellegrino sono ricorsi in misura massiccia e di cui è chiarissimo esempio tutta la attività imprenditoriale svolta in Francia con incassi occulti per 2, 3 milioni in due anni.

Senza contare la verifica fiscale effettuata, dalla quale è emersa una gran quantità di fatture emesse da soggetti inesistenti.

A TUTTA DROGA

Altro campo di sicura fonte di reddito per la famiglia Pellegrino, secondo la ricostruzione firmata dal presidente/relatore del Tribunale di Imperia Domenico Varalli (con lui i giudici Ottavio Colamartino e Fabio Favalli) può essere individuato anche nel commercio di stupefacenti.

E anche qui torna d’attualità la Francia.

Dalle intercettazioni venivano accertati contatti tra Maurizio e Roberto Pellegrino con tale Vincenzo in un appartamento a Vallauris (Francia) il 15 settembre 2006. Il Vincenzo veniva identificato per Vincenzo Solimando, il quale il 14 gennaio 2007 veniva arrestato in Francia mentre trasportava in auto 4 Kg di cocaina.

Il 20 giugno 2007 Maurizio veniva sentito che prelevava denari da uno sconosciuto a San Biagio della Cima, e quindi andava in Francia a Vallauris, parcheggiando nei pressi di una sala giochi, di proprietà e gestita da calabresi della famiglia Magnoli noti alla polizia per i loro coinvolgimenti nel traffico della droga e uno, Ippolito Magnoli, colpito da quattro misure e latitante.

Il 18 gennaio 2007 venivano intercettate telefonate tra Maurizio Pellegrino e Salvatore Ambesi, già condannato a 4 anni di reclusione per droga in Francia, dove questi si dichiarava disponibile ad acquistare droga e nell'operazione sarebbe stato coinvolto Roberto Pellegrino.

Il 21 marzo 2007 un’altra conversazione e quel giorno Ambesi venne trovato in possesso di 200 grammi di cocaina e nel contesto dell’indagine si accertò che Maurizio Pellegrino diede ospitalità a Carmelo Costagrande, latitante per mafia, e per questo Maurizio venne condannato per favoreggiamento a otto mesi di reclusione.

«Nei procedimenti sopra detti emergono chiaramente indizi che fanno ritenere i Pellegrino ben introdotti nel traffico internazionale di stupefacenti – si legge nel provvedimento di confisca – e quindi è del tutto lecito ritenere che essi abbiano tratto profitto da tale attività, profitto poi riciclato nella loro società».

VAI CON LE ARMI

La principale fonte di reddito della famiglia Pellegrino – si legge ancora nel provvedimento firmato dal collegio giudicante – è costituita dall'attività illecita ed in particolare dallo spaccio di sostanze stupefacenti e dal traffico di armi. Ancora oggi – continuano i giudici – gli indagati continuano a trafficare. con gli stupefacenti e con le armi, sfruttando peraltro i frequenti viaggi in Francia.

Ecco un esempio che attiene le armi, riportato nel provvedimento di confisca: Stefano…omissis…nel corso di un incidente probatorio ha  dichiarato di aver procurato a Simone…omissis… svariate armi e in particolare una pistola calibro 38, una pistola calibro 45, da lui rubate nella zona di Imperia, e una mitraglietta Uzi munita di silenziatore preveniente dalla Francia, armi di fatto destinate – per averlo appreso dallo stesso …omissis…- proprio a Roberto Pellegrino.

A domani.

2 – the end (la precedente puntata è stata pubblicata ieri 4 gi
ugno
).

r.galullo@ilsole24ore.com