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Firenze: la Gdf confisca 21 cavalli e i ristoranti Sancho Panza e Don Chisciotte al clan Terracciano. Il nome dell’operazione? Ronzinante, ovvio!

Non si può certo negare che alla Procura e alla Gdf di Firenze manchi l’ironia.

Ieri, infatti, c’è stato l’ultimo atto (almeno per il momento) dell’operazione Ronzinante, con il quale il Tribunale di Prato ha emesso 7 decreti di confisca a un anno dall’applicazione del sequestro di prevenzione antimafia eseguito dal Gruppo di investigazione sulla criminalità organizzata della Guardia di Finanza di Firenze nei confronti di soggetti appartenenti al clan camorristico Terracciano.

Ronzinante, ricorderete, è il nome del cavallo di don Chisciotte, un vero e proprio ronzino che però il cavaliere errante vedeva come un purosangue tanto da posporgli il suffisso “ante”, come il primo tra i cavalli.

E come veri e propri fuoriclasse delle investigazioni, gli uomini della Gdf guidata dal colonnello Antonino Raimondo hanno confiscato di beni per un valore complessivo di 14 milioni tra quali 17 aziende (società immobiliari, di ristorazione, di pulizia, di servizi alle imprese, di gestione di locali notturni), 25 unità immobiliari a Prato ma anche in provincia di Napoli, Milano, Pistoia, Lucca, Firenze e Perugia, e 11 autoveicoli (tra cui auto di grossa cilindrata come Bmw e Mercedes) e 74 rapporti finanziari-

Soprattutto – ed ecco che l’operazione assume i colori dell’ironia lieve – sono stati confiscati una scuderia con 21 cavalli da corsa, e i noti marchi di ristorazione Sancho Panza e Don Chisciotte a pochi passi dal Lungarno del Pignone. La confisca ha così formalizzato la misura patrimoniale eseguita nel febbraio del 2012 nei confronti dell’organizzazione criminale capeggiata da Giacomo e Carlo Terracciano, già condannati in via definitiva per associazione a delinquere di stampo mafioso ed estesa ex lege ai familiari conviventi nonché ai prestanome. Nulla del gruppo Don Chisciotte è stato, quindi, restituito a Paolo Posillico e ai suoi familiari.

LE TAPPE

La decisione del Tribunale di Prato è giunta dopo un complesso iter giudiziario, avviato subito dopo i sequestri di beni del 29 febbraio 2012.

Il Tribunale di Prato nel frattempo ha sentito in contraddittorio il pubblico ministero della Procura di Firenze e i difensori del clan Terracciano oltre ai terzi interessati, per valutare l’esistenza di tutti i presupposti giuridici ed economico-patrimoniali necessari per la confisca dei beni sequestrati.

Gli esiti delle indagini delegate dal Procuratore capo di Firenze, Giuseppe Quattrocchi, al Nucleo di Polizia tributaria della Gdf di Firenze, sono stati ritenuti idonei a suffragare le prove in quanto hanno evidenziato inequivocabilmente la sproporzione tra il valore dei beni ed il reddito degli uomini del clan, nonché l’esistenza di sufficienti indizi che i beni siano il frutto di attività illecite o ne costituiscano il reimpiego.

Il Tribunale ha dunque valutato che risulta provata – sulla base di “elementi di fatto” che possono ritenersi certi – l’esistenza di una associazione di tipo mafioso (il clan Terracciano appunto) che gli uomini del clan stesso hanno agevolato con il ricorso all’intimidazione che ha determinato una condizione di assoggettamento diffuso, con conseguente omertà sul territorio, per acquisire il controllo della catena di ristoranti Don Chisciotte e Sancho Panza e agevolare il reimpiego di risorse di provenienza illecita.

IL GRUPPO

Il gruppo Terracciano, arrivato negli anni ’90 in Toscana, è riuscito a costituire un sodalizio criminale dedito a estorsioni, usura, sfruttamento della prostituzione e riciclaggio di denaro sporco basando la propria forza su stretti vincoli di parentela ed amicizia.

Il sequestro avvenuto il 29 febbraio del 2012 e la successiva confisca di due giorni fa hanno fatto piena luce sulla reale consistenza e solidità delle aziende facenti capo a Paolo Posillico evidenziando tra l’altro, si legge nel comunicato stampa che ha ripreso un passaggio della relazione dei periti «…un assetto organizzativo del tutto inadeguato, carente sotto il profilo amministrativo, della gestione, della verifica dei risultati aziendali …».

Tra perizie e analisi della Guardia di finanza nei bilanci, risultati spesso del tutto inattendibili, sono emerse gravi situazioni debitorie che hanno obbligato l’amministrazione giudiziaria ad avanzare proposte di fallimento da cui, a oggi, sono scaturite 8 sentenze di fallimento per altrettante società. Il Tribunale di Prato, pertanto, ha ritenuto opportuno dar luogo alla confisca delle sole aziende ritenute solide, lasciando le restanti nelle mani della curatela fallimentare.

LA SINTESI DELLA DNA

Nella sintesi firmata dall’attuale procuratore nazionale antimafia facente funzioni Giusto Sciacchitano, si legge che il distretto di Firenze è zona ideale per «l’insediamento soft di associazioni criminali sia italiane che straniere, le quali riescono ad infiltrarsi nel tessuto economico–finanziario, utilizzando la realtà imprenditoriale presente nel territorio.

La camorra e la ‘ndrangheta da tempo sono presenti, avendo molte famiglie trasferito qui alcuni dei loro affiliati ed avendo svolto un capillare investimento in attività produttive nelle quali riciclano il denaro proveniente dai vari traffici illeciti.

Ma è segnale preoccupante anche l’insediamento di gruppi criminali stranieri dediti al traffico di droga, di esseri umani, alle estorsioni, al riciclaggio di denaro.

Sono presenti gruppi criminali albanesi, africani ma soprattutto cinesi.

I gruppi criminali operanti in Toscana sono spesso molto piccoli e/o non stabili né decisamente gerarchici; essi cioè possono costituire anelli distinti di una complessa catena di entità, spesso interconnessi su semplice base transnazionale ma indipendenti l’uno dall’altro.

Trattasi di quello che viene chiamato concetto fluido di crimine organizzato e per tale motivo non sempre è possibile contestare il reato associativo ex art. 416 bis c.p., risultando invece applicabile o l’art. 416 c.p. o l’aggravante ex art. 7 L.203/91.

Tra i c.d. reati emergenti, sono state sviluppate importanti indagini in materia di rifiuti, dalle quali è emerso che, attraverso la falsificazione di documenti di trasporto, i rifiuti vengono inviati direttamente ai commercianti utilizzatori finali escludendo le fasi intermedie di cernita e igienizzazione.

Importante impulso hanno avuto le misure di prevenzione, specialmente patrimoniali con l’attacco ai patrimoni di provenienza illecita».

r.galullo@ilsole24ore.com