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Il procuratore capo Federico Cafiero De Raho: «Reggio Calabria ha paura e molti cittadini sono schiavi: come a Casal di Principe 20 anni fa»

Forse ha ragione una persona che la sa molto ma molto lunga sulle dinamiche calabresi e che ieri sera – fuori dal Teatro di Reggio Calabria dove Riferimenti ha dato vita alla prima delle due giornate per ricordare il ventennale della nascita – mi ha detto: «In quella sala se ci fosse stato un De Stefano la gente qui a Reggio avrebbe fatto la fila per entrare, perché qui molti ai De Stefano gli vogliono bene per davvero».

Pura verità (purtroppo e maledettamente) perché Reggio non è la Palermo dei lenzuoli bianchi e neppure la Casal di Principe del 2013.

Reggio Calabria, che come ha detto splendidamente il collega della Gazzetta del Sud Arcangelo Badolati è un laboratorio di sistemi criminali fin dagli anni Settanta, dorme. Dorme sonni profondi, indotti da disperazione e speranze uccise e ieri alle 19 – anziché prendere d’assalto il Teatro nel corso dello struscio dove ogni sera nuotano migliaia di persone – ha preferito restare fuori da quel Teatro, riempito di allievi dell’Arma dei Carabinieri e di ragazzi delle scuole superiori organizzati per l’evento da alcuni Istituti che rappresentano la punta di diamante della città. Giovani per i quali spende ogni giorno da anni Adriana Musella, presidente di Riferimenti, che ha dato vita a questa “due giorni” di speranza e risveglio.

Eppure dentro quel teatro c’era il cuore dell’antimafia che batteva, con tre nomi e tre cognomi che avrebbero dovuto richiamare 1000 volte più persone di una sala slot del centro cittadino che mangia soldi e spesso alimenta, come purtroppo hanno dimostrato recenti indagini, le cosche: Angela Napoli, volutamente fatta fuori dal Parlamento che guarda caso contro la democrazia sospesa a Reggio ha tuonato in occasione delle ultime elezioni comunali e per questo è stata massacrata; Giuseppe Lombardo, il pm che per anni ha combattuto e combatte, solo e isolato, contro le mezze verità e per fare emergere le verità nascoste e scomode e il procuratore Federico Cafiero De Raho. Questi tre nomi e questi tre cognomi sono tra i pochi che a Reggio e in Calabria alimentano le speranze di rinascita anziché le mafie e l’omertà cittadina che uccide quanto le mafie.

Nei prossimi giorni darò spazio a quanto detto da Lombardo. Oggi mi concentro su quanto affermato da Cafiero De Raho che ha già capito molto di questa città e dei suoi sistemi criminali che vanno oltre, ma molto oltre i riti e le liturgie di Polsi.

«Reggio Calabria – ha detto senza mezze misure e con la calma british che lo accompagna in ogni gesto – mi ricorda Casal di Principe di 20 anni fa. Ricordo che il 19 marzo 1994, quando don Peppe Diana fu ucciso sul piazzale davanti alla Chiesa, fui il primo ad accorrere come sostituto procuratore di turno. La cosa che mi impressionò è che la piazza era drammaticamente vuota. Non c’era nessuno, neppure un fedele a urlare, a gridare, a cercare aiuto per il parroco che era stato praticamente ucciso nella sua Chiesa. Nessuno. Sono tornato poche settimane fa a Casal di Principe e oggi, invece, i giovani non hanno più paura di gridare la propria rabbia contro i Casalesi. Reggio è ferma a quella piazza vuota. Qui bisogna liberare la popolazione che sembra avere ancora paura. Ma la città deve capire che è in corso una guerra di ogni singolo cittadino che deve recuperare libertà e diritti».

La paura attanaglia ancora questa città massacrata dalla politica, dalla ‘ndrangheta, dalla massoneria deviata, dai professionisti corrotti, dai servizi deviati e da infedeli servitori dello Stato infiltrati ovunque.

«Ma di cosa possono aver paura i reggini – si chiede Cafiero De Rahose hanno perso se stessi? Non hanno più nulla da perdere e debbono combattere ogni giorno per non essere ancora schiavi. Bisogna cominciare dalle scuole, bisogna difendere diritti e doveri. Perché qui siamo di fronte ad un sistema che non è stato ancora abbattuto?».

Già, perché. La risposta non è facile e allora mi riporto alla frase di quel reggino di provincia che fuori dal teatro ha ricordato, con disgusto, che se ci fosse stato un De Stefano la popolazione sarebbe accorsa in massa ad ascoltarli. «De Stefano sindaco, De Stefano Governatore, De Stefano in Parlamento» avrebbero magari urlato.

Ecco Signor Procuratore, la differenza con Reggio è che qualcuno a Casal di Principe e nel casertano ha provato a rompere il cordone ombelicale tra i Casalesi, la politica e i professionisti e qualche spezzone deviato dello Stato per liberare città e provincia. Molti passi avanti sono stati fatti, molti ne restano da compiere.

A Reggio non ci ha mai provato nessuno. Anzi, mi correggo subito. Quei pochi che ci hanno provato – e correvano anche in questo caso gli anni Novanta – sono stati massacrati o allontanati da questa città. Vuole i nomi? Gliene faccio solo tre: Alberto Cisterna, Enzo Macrì, Roberto Pennisi. Non è vero, dunque, ricordo a me stesso innanzitutto, che nessuno abbia provato a spezzare i sistemi criminali che qui erano diventati, dagli anni Settanta, sempre più forti.

Chi ci ha provato è stato spazzato via perché Reggio Calabria non è Casal di Principe. I motivi sono semplici semplici.

A Casal di Principe la massoneria deviata non è di casa e le logge coperte non possono fare da culla e collante a quei sistemi criminali che distruggono dove passano.

A Casal di Principe non c’è una presenza fissa e studiata di apparati deviati dello Stato che vivono appositamente per far morire.

A Casal di Principe c’era don Peppe Diana. In provincia di Reggio c’era Monsignor Bregantini, costretto a lasciare questa terra altrimenti…pum!

A Casal di Principe la speranza è stata coltivata, a Reggio non è mai partita e lei lo ha capito subito.

A Casal di Principe e nel casertano c’erano e ci sono investigatori di primissimo piano. Anche a Reggio certo ma si informi ad esempio su quella che era la punta di diamante: il colonnello dei Ros Valerio Giardina. Raus, spedito anni fa a Roma. Promosso. Certo…

A Casal di Principe c’era il suo pool che ben conosco. A Reggio Calabria oggi c’è Giuseppe Lombardo ma altri sono pronti, mi auguro, a far valere la propria classe e competenza anche se finora hanno tenuto la testa sotto la sabbia per non vedere e non sentire. La alzeranno? Ne hanno la capacità ma hanno paura. Anche loro. Perché anche loro sanno che Reggio Calabria non è Casal di Principe. Non basterà solo il suo esempio: lo Stato deve dimostrare il suo vero volto in questa città anche arretrando la sua parte marcia che qui staziona e si tuffa per deviare, deviare e deviare.

E – mi spiace pensarlo e dunque scriverlo – non lo sarà ancora a lungo.

r.galullo@ilsole24ore.com

  • bartolo |

    caro galullo, ero presente alla premiazione della gerbera gialla fino alla fine. purtroppo, non sono riuscito ad incontrarla pur intrattenendomi all’entrata del teatro fino a tarda ora…che dire!? è vero che ieri ha perso una cena a base di pesce al brodo, però stasera ha recuperato con un ottimo fritto misto. il suo intervento alla premiazione le ha fatto onore, la stessa cosa non può dirsi del suo collega dell’unità. ha avuto una terribile caduta di stile, ma, che alla fin fine non mi è neanche dispiaciuta: ha fatto emergere quanto sia degrata e incapace la politica e reagire a qualsiasi offesa gratuita gli si rivolge. fossi stato al posto del presidente del consiglio regionale della calabria presente a quell’attaco contro il presidente della giunta della medesima regione, sferrato in quei termini, sarei risalito sul palco e avrei fatto vergognare l’autore. ma tant’è; dopo tutto, era lì presente anche un senatore nominato proprio da scopelliti; e, nenche egli ha sentito il dovere di difenderlo. che tristezza! quasi quasi, provo pena per i miei carnefici.
    la saluto galullo, con infinita stima e con l’immenso piacere di avergli stretto la mano, l’altro ieri.
    bartolo iamonte.

  • paola |

    Il pensiero espresso dal sig. PITASI e’ ampiamente condiviso da molti reggini…come è possibile che chi oggi organizza parate antimafia solo pochi mesi fa tuonava contro lo scioglimento del comune di rc x mafia e se non ricordo male anche contro il Prefetto che aveva proposto lo scioglimento? Boccassini docet.

  • bartolo |

    a.s.
    ovviamente, il precedente commento era destinato al post esplosivo di ieri.
    vede galullo, continuo a seguirla perchè dimostra intuito giornalistico-investigativo. allora, se non mi ri-accusa di ricicciare sulla mia storia personale, voglio commentarle il post di oggi.
    lei si chiede dove sono gli investigatori alla giardina e i magistrati alla macrì, cisterna e pennisi, tra gli altri, che avrebbero scalfito il sistema reggio calabria, se, invero, non fossero stati fatti fuori: promossi e trasferiti, con grande gloria; da aggiungere, ben accettata dai medesimi. cercherò di rispondere in virtù delle esperienze vissute e che vivo.
    dice lombardo, bisogna che gli organi investigativi antimafia si concentrino in non più di venti-trenta soggetti rappresentanti i vertici delle maggiori famiglie mafiose e da qui, sono certo, si risalirà alla fonte dei sistemi economici-istituziol-criminali. come si fa a non essere d’accordo? ebbene, galullo, all’indomani dell’insediamento della commissione d’accesso al comune di rc, sono stato chiamato dal mio datore di lavoro (settore sociale) e contestualmente invitato a non lavorare. dopo diverse mie insistenze mi è stato detto che l’“ordine” scaturiva dal comandante provinciale dei carabinieri, il quale, gli suggeriva, amichevolmente, che non era il caso che un condannato per ndrangheta svolgesse attività lavorativa, addirittura, sui terreni sequestrati alla stessa. dopo essere stato mobbizzato per circa sei mesi tra un ufficio e l’altro, come un clandestino; ecco lo scioglimento del comune di rc per contiguità mafiosa degli eletti. le motivazioni di detto scioglimento contenuti all’interno di una relazione cosiddetto “atto riservato” e per questo secretato; guarda caso, vengono rese pubbliche e addirittura vendute in allegato ad un organo di informazione. ebbene, in quella relazione una sfilza di dati erronei riguardano il sottoscritto e le aziende per le quali lavoravo; da qui, dopo l’avvio di due azioni disciplinari scaturite sempre a detta dei miei datori di lavoro da parte delle ff.oo e da funzionari della prefettura di rc, vengo licenziato in tronco in un caso, e, grazie alla relazione di sintesi delle carceri in cui mi hanno tenuto sequestrato, salvato nell’altro. caro galullo, in tutto questo tempo, gennaio 2012 maggio 2013, è risultato vano il tentativo di far capire ai miei datori di lavoro che i loro comportamenti, se veri, unitamente a quelli delle ff.oo. e agli altri dei funzionari della prefettura, rappresentano l’essenza stessa della mafia. infatti, se io sono un elemento di spicco di una cosca mafiosa, le ff.oo e la prefettura sono obbligati a procedere secondo gli strumenti che la legge gli offre in questi casi. e non a perdere tempo a dare consigli e suggerimenti a chi non ne ha bisogno, se non per ingraziarsi la loro simpatia. ecco dove sono impegnati, a perseguire migliaia di esseri insignificanti come me, nel mentre i venti-trenta criminali-istituzionali procedono indisturbati nella fogna a cielo aperto in cui hanno ridotto l’italia. caro galullo, sa qual è stato il risultato del mio ricorso davanti al giudice del lavoro? riggetto!!! sa quali sono le motivazioni? non ho giustificato le contestazioni del mio datore di lavoro, il quale, informato da fonti “autorevolissime”, senza indicarmi ufficialmente quali sarebbero dette fonti, mi ha accusato di aver tenuto comportamenti in contrasto con i fini dell’azienda. vede galullo, se uno ti accusa arbitrariamente di essere un elemento di spicco di cosca mafiosa e tu esibisci un infinità di atti giudiziari incontrovertibili che dimostrano altro rimanendo ignorate, come fai a difenderti? non c’è altra soluzione: investendo il giudice di seconda istanza, poi quello dell’appello, poi quello della cassazione, poi quello della corte costituzionale. questo nel caso tu sia un imperatore. diversamente, forse, il cervello diventa alla preiti. s’ammala!
    saluti bartolo iamonte

  • Davide Isidoro Pitasi |

    non tutti quelli che non sono entrati ieri sera lo hanno fatto perchè indifferenti:personalmente sono stanco di vedere solo parate,specie se organizzate da chi in occasione delle ultime elezioni politiche lodava il pdl, che è stato il partito che ha governato questa città negli ultimi 10 anni, con i risultati che tutti conosciamo…non me ne voglia dott. galullo, ma sono stanco delle prediche e delle morali dei benpensanti della legalità…

  • bartolo |

    caro galullo, concordo con il commento della sig greco. apprezzo pure il suo impegnativo articolo. a mio avviso l’errore di fondo sta tutto nell’operare di voi pochi giornalisti degni di tal nome. fino a quando vi innamorate dell’operato dei pp. mm. la calabria e l’italia sono destinate a rimanere nell’impasse cui sono state cacciate da una magistratura fatta impazzire ad hoc dal potere politico mafioso. una volta, a mio avviso a ragione, negli ambienti giudiziari per incitare i propri cari allo studio gli si diceva che diversamente sarebbero divenuti pp. mm. ecco galullo, date voce alle migliaia di senza voce massacrati da questo sistema perverso e l’italia ripartirà… saluti bartolo iamonte

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