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Dopo le stragi di Capaci e via d’Amelio chi partecipò agli attentati trafficò beatamente in droga e armi con i “calabresi”

Nel 1995, a stragi mafiose fatte, Cosimo Lo Nigro – raggiunto (in carcere) da un ordine di custodia cautelare per aver partecipato con un ruolo attivo alla strage di Capaci, prendendo contatto chi era in grado di disporre di ingenti quantitativi di tritolo che poi ha “lavorato” per la buona riuscita della strage stessa – era beatamente attivo nel traffico di hashish. E con chi trafficava in narcotraffico? Ma con i calabresi!

A raccontarlo è Pietro Romeo, per la Procura di Caltanissetta che ha spiccato 8 ordini di arresto per la strage di Capaci (si vedano i miei articoli odierni su www.ilsole24ore.com), uomo d’onore di Altofonte, affiliato alla famiglia mafiosa di corso dei Mille e alle dirette dipendenze di Francesco Tagliavia.

Arrestato il 14 novembre 1995, Romeo decise immediatamente di collaborare, determinando l’arresto di Cosimo Lo Nigro, Francesco Giuliano e Salvatore Fraia, nonché il sequestro di un quantitativo di esplosivo custodito da Lo Nigro stesso in un deposito clandestino di corso dei Mille ( “un giardino”) e di altro esplosivo a Formello, alla porte di Roma (parte di quello usato per l’attentato a Salvatore Contorno nell’aprile 1994) e pure il sequestro di armi riferibili a Gaspare Spatuzza, custodite in un terreno di Ciaculli.

Romeo, recandosi in Africa o Spagna (non ha saputo essere più preciso) con il peschereccio di Lo Nigro, ha detto che a questa operazione parteciparono due calabresi (Totò e Virgilio), i quali erano i sostanziali domini dell’affare e ha raccontato che la droga fu poi trasportata a Milano con un camion sotto un carico d’arance.

Vediamo il dettaglio.

Romeo, in un’occasione, nel 1995, accompagnò Lo Nigro, suo padre e l’equipaggio del peschereccio “in una zona di mare”, per prelevare hashish. Invece, tornarono a mani vuote. Ci tornarono dopo tre giorni e caricarono circa 5.000 kg di hashish. Questo carico fu fatto, a quanto gli disse il padre di Lo Nigro, in Africa o Spagna. Giunti sul luogo dell’approvvigionamento incontrarono due calabresi (Totò e Virgilio, che si faceva però chiamare Giovanni), i quali si allontanarono con Cosimo Lo Nigro e tornarono con l’hashish.

Quindi “Totò” rientrò a Palermo in aereo, insieme a Lo Nigro; Virgilio tornò con loro in Sicilia, con il peschereccio e la droga. Sbarcarono a Trapani e tal …omissis… accompagnò il calabrese (Virgilio) a Messina, mentre lui tornò a Palermo. Scaricarono la droga il lunedì successivo “nella zona di Carini”; da qui fu portata nel capannone di via Messina Montagne, a Palermo; quindi caricata su un camion (un 110, dice Romeo), coperta con casse di arance e da qui portata a Milano. Questo traffico fu fatto da Lo Nigro per conto dei calabresi, dai quali venne pagato. Anche in altre occasioni, a quanto ne sa Romeo, Lo Nigro effettuò traffici di stupefacenti, che prelevava all’estero.

Colui il quale effettuò il trasporto (Pietro Carra) ha confermato le modalità descritte da Romeo (il carico di arance) e ha specificato che il trasporto gli fu richiesto da Cosimo Lo Nigro e da un amico di quest’ultimo (“Beppe”). Giunto a Milano lasciò poi il carico a “Totò”.

Anche Pasquale Di Filippo, che secondo la ricostruzione degli inquitenti si inserì nella fase finale acquistando due partite di questa droga, ha detto che il traffico fu diretto dai “calabresi” e che la droga fu trasportata a Milano.

Queste (e altre) dichiarazioni hanno ricevuto poi puntuale conferma dagli accertamenti di Polizia giudiziaria. Così come uguale, puntuale conferma ha ricevuto l’altro viaggio fatto ad aprile 1995, allorché il corriere prelevò a Milano due borse piene di droga.

Questo viaggio fu addirittura filmato in diretta dalla Polizia Giudiziaria, dato che coincise con l’epoca del pedinamento di Lo Nigro nel capoluogo lombardo. Si tratta di un fatto molto significativo (ai fini della valutazione della sincerità dei dichiaranti) – si legge  nella richiesta di custodia cautelare firmata dal capo della Procura nissena Sergio Lari, dall’aggiunto Domenico Gozzo e dai sostituti della Dda – giacché non è frequente avere la disponibilità di riscontri così qualificati.

Ebbene, nel contesto di questa vicenda, riferita dal personale di Polizia giudiziaria in udienza, compaiono proprio i personaggi menzionati dai collaboratori nel loro racconto.

Non è difficile, infatti – si legge da pagina 589 e seguenti della richiesta sottoscritta dal Gip – riconoscere nei “calabresi” comparsi a Milano tra il 22 e il 24 aprile 1995 proprio i “Totò” (Antonio …omissis…), “Beppe” (Giuseppe …omissis…) e “Virgilio” (Virgilio…omissis…) di cui hanno parlato i collaboratori Pietro Carra e Pietro Romeo e che furono arrestati dal Ros di Torino il 26 aprile 1995 per traffico di stupefacenti.

Ma non è finita qui. Un altro collaboratore di giustizia, Pasquale Di Filippo, dice che, pochi giorni dopo il traffico dell’hashish, Carra tornò a Milano per ritirare armi fornite dai soliti “calabresi” e rivelò che era presente nel capannone di via Messina Montagne, a Palermo, quando furono scaricate. Tra le armi c’erano una Mini Uzi, pistole e altro, che venivano dall’estero (forse dall’Olanda).

r.galullo@ilsole24ore.com