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Il triangolo Siderno-Locri-Gioiosa tra minacce ai magistrati e faide tra le famiglie Cataldo e Cordì a colpi di pentimenti

Bel triangolo quello tra Locri, Gioiosa e Siderno (sciolta ieri per mafia dal Governo). Per frizzantezza non è certo secondo a nessuno in questo momento. Nè all’asse Rosarno-Gioia Tauro né alla monolitica Reggio Calabria che fa sempre storia a sé.

A Locri si fronteggiano i Cataldo e i Cordì, questi ultimi alleati con i Commisso di Siderno e gli Aquino di Gioiosa. A loro volta i Cataldo sono alleati dei Costa-Curciarello di Siderno e degli Ursino di Gioiosa Ionica,

I criminali di quest’area ora sono inquieti. Batoste e sequestri, sequestri e batoste si fanno sentire. E così – con un messaggio ancora tutto da interpretare nei risvolti di intimità mafiosa – qualche meschineddu alcuni giorni fa si è divertito a spedire alcune cartucce di khalashnikov al pg Francesco Mollace e al pm Antonio De Bernardo che in questo momento (come se non avesse nulla da fare in Dda a Reggio!) affianca lo stesso Mollace in alcuni processi vitali per la zona jonica.

LE CARTE IN TAVOLA

Dal 2005 De Bernardo ha avviato almeno 10 processi relativi al “frizzante” triangolo Locri-Siderno-Gioiosa jonica. Tra questi numerosi omicidi trattati riguardavano la faida tra i Cataldo e i Cordì ed in particolare gli omicidi di Giuseppe Cataldo e l’ omicidio di Salvatore Cordì u cinesi il 31 maggio 2005. In questo contesto storico e di vecchie alleanze si sono inseriti gli omicidi di Gianluca Congiusta, Antonio Simari e lo sterminio della famiglia Salerno di Siderno, chiamati "scissionisti" dalla originaria casa madre dei Commisso di Siderno.

In appello Mollace sta trattando da solo l’ omicidio in danno di Congiusta (imputati Tommaso Costa* e Giuseppe Curciarello) nonché il processo alla cosca Ursino . Insieme con De Bernardo, Mollace sta trattando i filoni scaturiti dall’omicidio di Salvatore Cordì (imputati Cataldo-Zucco-Panetta e Michele Curciarello, quest’ ultimo condannato all’ergastolo ) e sta per giungere in appello il processo a carico di Tommaso Costa* condannato in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Antonio Simari.

Ora, più che guardare a ciò che unisce i due magistrati (compresa la comune gestione del pentito Giuseppe Costa) o al presente e al passato dei due magistrati, a mio giudizio bisogna provare a leggere il futuro in un contesto di tensione così fitta da tagliarsi con il coltello.

Saper leggere e saper, dunque, prevedere sono indubbiamente capacità che le cosche hanno. E così a spaventare il mandamento jonico sono, principalmente, una certezza e una “visione”.

LA CERTEZZA

Sulla famiglia Cataldo pesano le due “code” del procedimento scaturito dalle indagini sull'omicidio di Salvatore Cordì. Antonio Cataldo, in primo grado e in appello era stato condannato a 30 anni di reclusione perché accusato di essere il mandante dell'omicidio dell'esponente di spicco della storica cosca rivale. Il 15 marzo, però, dopo 5 ore di camera di consiglio, Cataldo è stato assolto in Cassazione.

Restano però in piedi due tranche, nelle mani di De Bernardo e Mollace e – come riporta con la solita dovizia di particolari Alessia Candito su www.corrieredellacalabria.it – gli sviluppi preoccupano e non poco la famiglia. Nel 2008 in carcere gli inquirenti registrarono una conversazione fra il boss detenuto e Francesco e Nicola Cataldo, nel corso della quale si sentiva Antonio Cataldo affermare: «Questo fatto qua, gli ha chiesto il rito immediato è un rito immediato è un rito pericoloso perché non gli dà spazio alla difesa, lui adesso porta carte nuove, dice che da tre anni che sta facendo indagini…Ma sai cosa vuol dire una custodia cautelare da qua dentro? Che il processo uno non lo può seguire, sai che vuol dire per innescare un meccanismo di quell’altro processo come siamo qua… e vi dovete muovere… Basta, leggetevi i giornali...».

La certezza – ancora – è che il corso della Procura generale di Reggio Calabria proprio non accenna a cambiare. Ricorderete il mio pallino fisso: la bomba posta tra il 2 e il 3 gennaio 2010 era un messaggio spedito alla Procura generale che da pochi mesi aveva visto salire alla guida Salvatore Di Landro. Guagliò – era il messaggio – non pazziamo: le cose devono proseguire come (e possibilmente meglio di) prima. E già perche la Procura generale di Reggio Calabria era nota per ammorbidire in appello (quando non vanificare) il “mazzo tanto” svolto dalle pubbliche accuse in primo e secondo grado.

Le cartucce a Mollacean passant – stanno li a ricordarlo. Ad adiuvandum – si direbbe in gergo giudiziario – per sostenere le ragioni di una minaccia che include anche la necessità che la Procura generale la smetta di tenere alta la guardia nei futuri processi che coinvolgeranno una parte del gotha della ‘ndrangheta militare (come sapete voi, ma non tanti pm e tanti studiosi, il “sistema criminale” ‘ndranghetistico è tutt’altra cosa).

LA “VISIONE”

La “visione” è il pentimento del fratello di Giuseppe Costa, Tommaso*.

La “visione” è senza dubbio la trama più sottile e per questo più difficile da districare. In alcune riservatissime stanze giudiziarie e investigative è giunta una voce: Tommaso Costa*, anch’egli imputato come il fratello nel processo per l’omicidio di Gianlcuca Congiusta, il commerciante ucciso a Siderno il 24 maggio 2005, potrebbe collaborare.

Se – e con tutti i benefici d’inventario – questa notizia fosse vera si aprirebbero scenari impensabili perché la caratura di Tommaso Costa* è “altro” rispetto al fratello.

La disponibilità a collaborare del fratello “pesante” (in che modo sarà tutto da verificare) vuol dire (vorrebbe dire se e in quali termini ci fosse) riportare sul proscenio la lotta tra i Cataldo (ai quali i Costa sono vicini) e i Cordì. Vuol dire (vorrebbe dire) vuotare il sacco sulle cose di propria diretta e indiretta conoscenza a scapito dei rivali e questo i Cordì non possono permetterlo. Ed è per questo che – nelle stesse e riservatissime stanze giudiziarie e investigative – c’è chi si aspetta la eventuale contromossa dei Cordì: qualcuno che, dall’interno, cominci a sua volta a parlare e collaborare.

Finora – come da tradizione nelle guerre di mafia – Cataldo e Cordì avevano deciso di suonarsele di santa ragione a colpi di omicidi e vendette per evitare di inciampare nella Giustizia ma – di fronte al corso ormai rodato in Procura generale – questo potrebbe non bastare più.

Su questo sottilissimo filo si gioca l’interpretazione delle cartucce di khalashnikov spedite a De Bernardo e Mollace. Un tale gesto intimidatorio gioverebbe più all’una o all’altra fazione?

La risposta è: a nessuna delle due perché la sensazione è che questo gesto appaia come una tessera più ampia nel puzzle esplosivo che sta attraversando l’amministrazione della Giustizia in Calabria.

Ed è per questo che proseguirò a breve su questo filone.

* Il giorno dopo il mio servizio il collega Ilario Filippone di Calabria Ora ha dato voce ai legali di Tommaso Costa che smentiscono ogni ipotesi di collaborazione da parte del loro assistito. Lo stesso ha fatto il figlio. Il diritto di cronaca impone queste precisazioni.

1 – to be continued

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  • angela |

    Bell’articolo! Simari però si chiama Pasquale Auguri di buona Pasqua.

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