Indica un intervallo di date:
  • Dal Al

Archivio Dda Reggio Calabria violato e minacce al pm Lombardo: regia unica dei poteri marci. Cafiero de Raho in Procura tra l’11 e il 17 aprile

Magari mi sbaglio magari no ma quando ho saputo – a pochissime ore di distanza dal momento in cui la notizia è circolata all’interno del Palazzo di Giustizia – della violazione degli archivi della Dda di Reggio Calabria, scoperta il 22 marzo, qualcosa non mi è tornato.

Magari mi sbaglio magari no ma – come spesso mi accade nei casi di eccezionale gravità – ho preferito dormirci su per alcuni giorni e non dare subito la notizia.

Magari mi sbaglio magari no ma avevo (e ho) la sensazione che la notizia principale non fosse (non sia) l’irruzione dentro quell'archivio dove finiscono – ha scritto con tempestività il direttore Paolo Pollichieni su www.corrieredellacalabria.it che per primo ha dato la notizia – i cosiddetti “atti relativi”, i fascicoli delle pratiche archiviate e i fascicoli con le cosiddette “intercettazioni preventive”.

Magari mi sbaglio magari no ma credo che dietro quella voluta apparenza – l’irruzione cinematografica nell’archivio della Dda – si celi la sostanza: la paura dei poteri marci per quanto sta svelando il pm Giuseppe Lombardo e per quanto è stato accumulato negli anni in attesa di un semplice “visto, si proceda”.

E quel "visto, si proceda" sta mandando in fibrillazione una parte consistente della classe dirigente reggina (e non solo). Sanno che la musica sta cambiando e la loro rabbia è come quella del pesce rosso tirato fuori dalla vasca: si dimena sperando che qualche manina lo ributti dentro a nuotare.

Magari mi sbaglio magari no ma sono contento di riflettere solo oggi – con voi e dopo averci pensato a lungo – su questo episodio che segna a mio modestissimo avviso una drammatica tappa di quella strategia delle tensione "marcia" che – sbaglierò forse si forse no – non si arresterà (subito) neppure con l’arrivo di Federico Cafiero de Raho a capo della Procura. A proposito: la richiesta del pg Salvatore Di Landro di anticipato possesso da parte di Cafiero de Raho (gesto rituale che si confà ai territori dove la mafia prevale) praticamente non ha sortito effetto. Cafiero de Raho (che sarebbe anche arrivato…ieri) arriverà in una data compresa tra l’11 e il 17 aprile, come mi ha confermato ieri sera Di Landro che ha aggiunto: “salvo sorprese ma questo è quanto è stato concordato con il capo della Procura di Napoli. Manca solo l'ok del Governo”.

Ragioniamo insieme su ciò che si cela – si potrebbe celare, visto che la certezza delle cose appartiene solo a Nostro Signore o a quattro quaquaraqua autoreferenziali che spacciano crimini per atti di giustizia – dietro quell’irruzione al quinto piano del Cedir.

Bene. Per quanto possa essere un colabrodo – e vi assicuro che per lungo tempo lo è stato – e per quanto al suo interno possano entrare in molti, appare difficile pensare che in quel quinto piano possano essere entrati degli estranei capitati lì per la prima volta.

Lo dico ancor più chiaro e ancor più tondo: ho la sensazione – nettissima – che chi si è intrufolato in quell’archivio fosse di casa e che conoscesse bene – ma molto bene – dove andare e, soprattutto, cosa fare. O quantomeno sia stato istruito a dovere su come muoversi da qualcuno che quegli uffici conosce e conosce molto bene. La rosa – ovviamente e purtroppo – è ampia ed è praticamente impossibile da circoscrivere. E’ un peccato pensarlo? Non credo.

Magari mi sbaglio magari no ma ho la certezza – nettissima – che questo sia il secondo – e non il primo – attacco in rapidissima successione all’amministrazione della Giustizia nel Tribunale reggino, che giunge dal cuore dello stesso Stato (marcio) che dovrebbe (avrebbe dovuto) proteggere cose ma ancor prima uomini e indagini.

Il primo atto di questa catena in rapidissima successione è stata la recentissima intimidazione – gravissima e reale – al pm Giuseppe Lombardo (si veda il post del 5 marzo).

Magari mi sbaglio magari no ma sono certo che i due episodi sono intimamente collegati. La regia, insomma, è unica. Chi ha fatto irruzione nell’archivio della Dda sapeva e sa che gli atti più delicati degli uffici giudiziari reggini sono quelli relativi al lavoro del sostituto procuratore. Chi è entrato nell’archivio della Dda o ne ha guidato le mosse – però – sapeva e sa che quell’irruzione ha un valore intimidatorio nei confronti del lavoro del magistrato: in quell’archivio il 50% delle carte è riferita al suo lavoro; il resto è diviso tra carte dell’ex capo della Procura Pignatone Giuseppe e gli altri pm. Da quanto appare (al momento in cui scrivo) sembra che nulla sia sparito tra i fascicoli. Segni di effrazione? Zero. Chi è entrato aveva le chiavi?

Ma allora – chi è entrato – perché lo ha fatto?

La minaccia a Lombardo è un atto concreto (“Fermati. Perché se non ti fermi da solo lo facciamo noi con altri 200 chili” e per questo rimando al mio post del 15 marzo in archivio); con l’irruzione il cuore marcio dello Stato si è (si sarebbe) invece precostituito una prova. Sissignori.

Ragionate con me. Magari mi sbaglio ma magari no. L’irruzione è stata “pacchiana”, sfrontata, sfacciata, spettacolare. Voluta in quel modo rutilante. I gentili “ospiti” hanno forzato una serratura, hanno lasciato aperte alcune porte d’accesso e hanno buttato a terra alcuni faldoni. Visto che chi ha agito lo ha fatto con serenità olimpica – sapeva come e quando muoversi – che motivo c’era di dimenticare porte aperte e lasciare fogli a terra? Nessuno. Obbligati alla fuga? Nossignori anche se la speranza è che qualche telecamera funzionante abbia potuto riprendere le scene.

CARTE SPARITE O SOSTITUITE?

Ed allora – magari mi sbaglio ma magari no – ma quell’atto, quell’irruzione (e dire che avevo scommesso una pizza con un amico che al Cedir ci sarebbe stato un incendio per far sparire molte carte e invece è bastata una semplice irruzione, segno del fatto che non ho e non avrà mai né una rozza né una raffinata mente criminale) è servito ad altro.

In molti pensano  – ed è una voce che gira, gira e gira all’interno del Cedir come una palla – che qualche carta importante è sparita o è stata (o sarà) abilmente inguattata (come diciamo noi romani) in qualche sottofascicolo di un sottofascicolo di un atto relativo, ci sarà sempre qualcuno pronto a dire: “Ma non ricordate la violazione dell’archivio della Dda scoperto il 22 marzo? Sono entrati una volta in maniera goffa, chissà quante altre volte lo avranno fatto senza lasciare traccia? E dove le ritroviamo adesso le carte”. Credo che una visione simile sia condivisibile ma aggiungo un’altra ipotesi: e se alcune di quelle carte sono state o saranno sostituite? Molto più facile che farle sparire…Magari mi sbaglio magari no, fossi nella Procura triplicherei controlli e videocamere in questa lunga vacanza pasquale. Non vorrei che dentro l’uovo il procuratore Lombardo trovasse, per magia, carte diverse da quelle immesse originariamente
in fascicolo (i suoi o al suo lavoro riferibili).

Certo è che l’anno (e passa) trascorso senza una guida alla Procura ha aiutato (e molto) la regia criminale di chi ha dapprima sottoposto ad uno stillicidio giornaliero la vita del pm Lombardo (senza dimenticare che altri pm rischiano) e poi è stato libero di agire come e quando ha creduto e voluto all’interno del Cedir.

Per questo è necessario che in Procura voli Cafiero De Raho e con lui si scateni quel modello napoletano (un pool che condivide carte e indagini) che nel capoluogo campano ha portato successi non tanto (e solo) nell’attacco alla camorra militare ma alle connessioni e alle connivenze con la mafia borghese fatta di imprenditoria, politica e professionisti.

No, la massoneria deviata – il più potente tassello dei sistemi criminali in Calabria e in parte della Sicilia – a Napoli non compare e per Cafiero De Raho sarà sgradevole capire quanto e come detti leggi nei salotti e nei respiri reggini.

Un’ultima cosa vorrei dire: in quell’archivio sono conservati anche i fascicoli con le cosiddette “intercettazioni preventive”, quelle finalizzate alla ricerca dei latitanti o alla prevenzione di reati di estrema gravità. Sono richieste alle Procure direttamente dal Viminale o – almeno – così dovrebbe essere.

Ebbene, lancio una provocazione ai neo eletti in Parlamento, magari a partire dagli “invasati” del M5S: a quando una bella interrogazione parlamentare sull’uso che è stato fatto delle intercettazioni preventive a partire da Reggio Calabria? Quali persone sono state intercettate preventivamente e per quali gravissimi reati? La richiesta – si badi bene – proviene da una persona che crede che le intercettazioni siano vitali per la lotta al crimine. Ma solo per quella

r.galullo@ilsole24ore.com