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Il dopo Lombardo/3 Documento dei Vescovi: “In Sicilia penose scorciatoie utilizzate per creare o mantenere il consenso elettorale”

Cari e amati lettori la Sicilia è al voto. Elezioni che – se avete seguito i due precedenti post che ho dedicato all’argomento – saranno probabilmente inutili, atteso che la gran parte degli osservatori ritiene che sarà impossibile formare una maggioranza in grado di governare. C’è chi si spinge addirittura ad affermare che fra 5/6 mesi si potrebbe tornare al voto 8si vedano i post in archivio del 25 e 26 ottobre).

Questo umile e umido blog – da sempre disgustato dalla politica politicante di qualunque colore sia – propone l’appello (anzi: le riflessioni) dei Vescovi della Sicilia sull’attuale situazione sociale e politica. Il documento è stato diffuso a Palermo il 9 ottobre 2012 dalla Conferenza episcopale siciliana.

L’incipit del documento è quanto di più sferzante e, al tempo stesso, dolce: “Amate la Giustizia, voi che governate sulla Terra” (cfr Sap 1,1)

E poi la premessa al documento: “L’amore di Dio ci chiama ad uscire da ciò che è limitato e non definitivo, ci dà il coraggio di operare e di proseguire nella ricerca del bene di tutti, anche se non si realizza immediatamente, anche se quello che riusciamo ad attuare, noi e le autorità politiche e gli operatori economici, è sempre meno di ciò a cui aneliamo. Dio ci dà la forza di lottare e di soffrire per amore del bene comune, perché Egli è il nostro Tutto, la nostra speranza più grande” (Caritas in veritate, 78)

Ecco a voi il documento ricco di spunti interessanti. Sceglierne uno – come ho fatto per il titolo di questo articolo – è stato arduo. Una sola considerazione. Vi colpirà il fatto che non è mai stata usata la parola mafia dai Vescovi di quella terra che anni fa ospitò il 9 maggio 1993 nella Valle dei Templi la durissima scomunica di Papa Giovanni Paolo II proprio contro la mafia. Non fatevi trarre in inganno perché – a differenza di altri documenti di Vescovi di altre regioni del Sud del recente passato – questo è pervaso in ogni riga da un interminabile grido di dolore contro quella cultura mafiosa che sta distruggendo l’Italia.

LE RIFLESSIONI DEI VESCOVI

Lo sguardo verso la realtà siciliana, l’attenzione verso i bisogni assai gravi delle fasce più deboli della popolazione, l’ascolto delle voci preoccupate per la situazione della regione, il giudizio che come pastori siamo chiamati a dire e a dare ci hanno convinti che in questo momento non possiamo tacere.

Con animo accorato, perciò, desideriamo dar voce ai fedeli cristiani affidando, nello stesso tempo, queste riflessioni a quanti sono disponibili a condividerne ansie e prospettive e particolarmente a coloro che saranno chiamati a responsabilità legislative e di governo.

LA NOSTRA SPERANZA PIÙ GRANDE

La chiusura anticipata di una legislatura assai travagliata e contraddittoria, accompagnata dalle elezioni ormai prossime, giunge in una fase di allarmante decadimento culturale, politico, sociale ed economico della Sicilia.

Già nella ricorrenza del 50° dell’Autonomia regionale avevamo denunciato in un articolato documento le gravi inadempienze dello Stato, ma soprattutto della stessa Istituzione regionale, che hanno fortemente compromesso il senso dell’esperienza autonomista. A oltre 15 anni da quella riflessione  molte questioni si ripropongono immutate e, semmai, aggravate dal trascorrere del tempo, mentre nuove incognite derivanti dallo scenario nazionale ed europeo si aggiungono a ipotecare la condizione di una terra che molti definiscono ormai “irredimibile”, che chiama in causa il futuro dello stesso istituto autonomistico.

Non tocca a noi Pastori pronunciarci sugli aspetti tecnici e strettamente politici della crisi in atto. Siamo convinti, però, che essa ha una radice culturale e morale che ci interpella come cristiani. Prendiamo parola allora, in forza di uno sguardo radicalmente nuovo sulla realtà,che scaturisce dal quotidiano incontro con la presenza viva di Gesù Cristo, nostra vera  Speranza. È la familiarità col Mistero della Sua Morte e Resurrezione a renderci fiduciosi sulla possibilità di una rinascita della nostra Isola, purché si faccia un sincero e lucido riconoscimento degli errori del passato e ci sia disponibilità di cuore e di mente a un profondo rinnovamento. Siamo chiamati ad un discernimento profondamente evangelico che richiede una conversione radicale: non vogliamo esimerci da un necessario esame di coscienza riguardo alle responsabilità che anche noi credenti, insieme con tutti gli altri, abbiamo avuto in questo processo di degrado. È urgente un tempo di riflessione per affrontare non solo l’ormai prossimo appuntamento elettorale, ma soprattutto il periodo che ad esso seguirà. Lo diciamo ai cristiani e a tutti gli uomini e le donne di buona volontà che operano in questa terra: è necessario che  il grido di dolore dei piccoli e dei poveri trovi accoglienza piena e coraggiosa  nell’azione politica e nel quotidiano operare delle Istituzioni.

È con tale consapevolezza che come Pastori delle Chiese di Sicilia ci sentiamo sollecitati ad intervenire con queste riflessioni.

UNA CONDIZIONE DIFFICILE E CONFUSA

Il declino della nostra regione alimenta gravi preoccupazioni per la coesione sociale, la qualità di vita delle persone e delle famiglie e, particolarmente, per il futuro dei giovani.

La realtà che porta il peso maggiore della crisi rimane la famiglia, principale ammortizzatore sociale e fattore del possibile rilancio della regione.

Non è questa la sede per elaborare analisi approfondite, ma occorre evidenziare alcune questioni davvero cruciali per il bene e per il futuro della Sicilia. In primo luogo è opportuno ricordare che l’intuizione originaria dell’autonomia regionale aveva indicato gli strumenti di un’avanzata progettualità istituzionale. Ma la confermata validità dell’istituto autonomistico non può essere ricercata, oggi, in nostalgiche riaffermazioni di una sicilianità perduta o in improvvisate piattaforme rivendicazioniste nei confronti dello Stato, con cui legittimare estemporanei tentativi di riaggregazione politica.

È necessaria e urgente, piuttosto, un’autonomia della competenza e della responsabilità, per riannodare il filo di un costante ed efficace dialogo politico e tecnico con gli organi dello Stato e con le istituzioni dell’Unione Europea, necessario per valorizzare tutte le energie presenti nel nostro territorio e che rischiano di essere irrimediabilmente disperse. Solo così sarà possibile stimolare progettualità che rimettano in moto l’economia e lo sviluppo dell’Isola nei settori trainanti.

La crescita esponenziale dell’emigrazione intellettuale e gli intollerabili livelli della disoccupazione giovanile sono, infatti, le evidenze empiriche più eclatanti di una progressiva implosione, esito dell’impoverimento morale, prima ancora che economico, della nostra regione.

L’attenzione verso il mondo giovanile, di conseguenza, deve tradursi in obiettivi prioritari e concreti per restituire il necessario respiro alle politiche pubbliche e alle scelte economiche e finanziarie che dovranno essere compiute per uscire dalla situazione di degrado e di immobilism
o che ha condizionato la Regione in questi ultimi anni.

Purtroppo la politica, nazionale e regionale, ha sistematicamente disatteso un tale impegno. Peggio ancora!

Attraverso penose scorciatoie, utilizzate per creare o mantenere il consenso elettorale, si è contribuito ad alterare gravemente l’approdo al mondo del lavoro di migliaia di giovani, bruciando intere generazioni con la piaga del precariato. Tale approccio ha contribuito al consolidarsi di percorsi e modelli deresponsabilizzanti, incapaci di riconoscere la centralità che il capitale umano riveste in ogni autentico processo di cambiamento.

Tale perverso circuito appare, in ogni caso, definitivamente inceppato a causa del grave deterioramento in cui versa la finanza regionale. Il modello di sviluppo praticato in questi anni è risultato sbilanciato paurosamente verso una deviante dilatazione dell’intervento pubblico, a scapito della valorizzazione del protagonismo sociale e imprenditoriale espresso dal nostro territorio, che una politica meno autoreferenziale avrebbe dovuto, al contrario, riconoscere e valorizzare.

È stata alimentata la distorta convinzione che l’unica risposta adeguata alle aspirazioni di crescita potesse scaturire dall’iniziativa diretta dell’amministrazione regionale, consolidando logiche di scambio clientelare.

La cattiva politica ha potuto così prosperare, coniugando consenso e spesa pubblica improduttiva, in una prospettiva sempre più appiattita al solo ciclo elettorale.

Questa tendenza prevale anche nella campagna elettorale in corso. Il dibattito tra gli schieramenti è concentrato, infatti, più sulla gestione dei mutevoli rapporti di forza, che non sul confronto leale concernente programmi, obiettivi e competenze necessarie per realizzarli.

Uno scenario che sembra lasciare spazio solo a tatticismi utili a drenare consenso.

Si è smarrita la consapevolezza che lo sviluppo è anzitutto un  processo di costruzione sociale che si genera principalmente dal basso, così da accogliere e valorizzare ogni risorsa che nell’ambiente vive ed opera.

Purtroppo abbiamo assistito a uno sperpero di risorse per fini privi di rilevanza strategica. A ciò si è accompagnata l’indisponibilità del ceto politico a trarre utili indicazioni di metodo e di contenuto dagli interventi pubblici che hanno dato buoni risultati proprio perché orientati a valorizzare la vivacità del tessuto sociale ed economico ed opportuna mente supportati da interventi tecnicamente competenti dell’amministrazione (si pensi ad esempio al microcredito alle famiglie, al buono scuola, al credito d’imposta per gli investimenti, al banco alimentare).

UNA RESPONSABILITÀ DA CONDIVIDERE PER IL BENE COMUNE

In un contesto come quello descritto per linee generali, la prima sfida da vincere è quella di superare l’individualismo che comprime i legami sociali significativi e impedisce lo sviluppo di un tessuto civile democratico.

Questo è un compito di tutti i cittadini e non solo di quanti hanno ruoli istituzionali: ciascuno ha la propria responsabilità nella realizzazione del bene comune che è il bene di “noi-tutti”.

È l’ora di una solidarietà lungimirante e di una concentrazione assoluta e senza distrazioni su alcune priorità: il lavoro per tutti, la lotta penetrante e inesorabile alla corruzione e al malaffare e la riforma dei meccanismi e degli strumenti della partecipazione democratica.

Occorre ripartire  dalla stima per l’originaria vocazione al bene che ciascun uomo nella sua unicità irripetibile rappresenta, riscoprendola come il primo e più significativo fattore di cambiamento della realtà sociale ed economica. Prima che di meccanismi e di formule si tratta, quindi, di ripartire proprio dalla centralità della persona e dalla sua naturale inclinazione a realizzare se stessa nella relazione con gli altri. Il bene comune è il respiro comunitario di tale inclinazione: perché è proprio dalla condensazione di “buone relazioni fraterne” che hanno origine e ritrovano senso le regole e le istituzioni della vita civile.

In nome di questa centralità intendiamo fare appello a tutte le coscienze affinché la partecipazione al voto sia ampia, piena, consapevole, libera da occulti e fuorvianti condizionamenti, soprattutto di natura criminale, e affrancata da logiche clientelari o di mera tutela di rendite parassitarie o privilegi prevaricanti.

Le elezioni non sono un passaggio taumaturgico, ma costituiscono un vincolo democraticamente insuperabile, e quindi qualificante e decisivo. Per questo bisogna prepararsi seriamente, mostrando risultati concreti per il Paese e un rinnovamento reale e intelligente delle formazioni politiche aperto al dinamismo propositivo della società e chiuso alla penetrazione degli interessi di ogni tipo di “casta”.

Lo spettro dell’astensione circola e rischia di apparire a troppi come la “lezione” da assestare a chi non vuole capire.

In questo senso la competizione resta aperta, e sarà bene che la politica non bruci alcun ponte dietro a sé.

Presunzione e personalismi, strumentalità e isterie vanno lasciati da parte. Si tratta di una prospettiva che chiama in causa iniziative coerenti e scelte precise.

Centralità della persona vuol dire, in primo luogo, promuovere la libertà educativa con un maggiore sostegno alla scuola, compresa quella paritaria, e l’investimento in un percorso di crescita attraverso l’attenzione preminente alla qualità del sistema dell’istruzione e della formazione dalla scuola dell’infanzia al percorso universitario, della ricerca scientifica e della didattica accademica.

È questo uno dei risvolti significativi della grande emergenza educativa, nella quale siamo impegnati come Chiesa in Italia e che riguarda anche altri settori della vita civile, non ultimo quello della pubblica amministrazione. La necessità di riforma degli apparati burocratici prima che essere un tema di razionalizzazione finanziaria ed organizzativa si pone infatti come processo di semplificazione di strutture e di procedure, talora defatiganti e farraginose, e come assunzione di consapevolezza, da parte di quanti operano all’interno dell’Amministrazione, del significato e del valore del loro impegno a servizio della collettività.

Centralità della persona vuol dire altresì  ripensare alla luce dei principi di sussidiarietà e solidarietà, e non del mero rigore finanziario, le politiche sociali e l’organizzazione della sanità. Vuol dire anche assumere una progettualità precisa e trasparente in settori strategici per la vita della collettività siciliana come quelli della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti, dell’acqua, nonché della valorizzazione delle energie alternative, della tutela dell’ambiente e del territorio, e delle risorse artistiche e culturali: ambiti che troppo spesso sono apparsi ridotti a solo terreno di scontro di interessi politici ed economici. Vuol dire, ancora, autentico impegno in favore di una legalità non puramente formale, spesso funzionale a logiche di potere, ma da riconoscere e praticare quale
strumento di tutela e presidio di valori sostanziali, più che mai irrinunciabili per costruire un’ordinata e fruttuosa convivenza civile.

Il riconoscimento del  martirio di Don Giuseppe Puglisi, incommensurabile dono di grazia per tutta la Chiesa, così come l’esempio luminoso di Rosario Livatino e di altri testimoni, sanciscono la radicale inconciliabilità tra l’impegno per il Vangelo di Cristo ed ogni forma di potere mafioso. Sul suo esempio auspichiamo un “salto culturale” di tutta la società siciliana nel ripensare la propria convivenza civile, restituendo a ciascuna persona la dignità e la responsabilità di partecipare, soprattutto attraverso il lavoro, alla costruzione della casa comune, rigettando pericolose derive di disimpegno o di qualunquistica condanna delle colpe altrui per assolvere sempre le proprie.

Come Pastori delle Chiese di Sicilia siamo consapevoli del rilievo pubblico che l’esperienza ecclesiale riveste; vogliamo perciò impegnarci a favorire relazioni trasparenti con le Istituzioni, improntate al chiaro riconoscimento delle priorità e delle urgenze sociali ed economiche, al rispetto delle regole e al riconoscimento del merito e della qualità dei risultati, da qualsiasi parte essi provengano.

In questo frangente dovremo imparare, infine, a misurarci con le questioni indotte dalle radicali trasformazioni sociali e politiche in corso nei paesi posti di fronte a noi nel Mediterraneo, denominate “primavera araba”.

La Sicilia costituirà il centro, non solo geografico, di questo complesso sistema di relazioni euro-mediterranee, a condizione di comprenderne prospettive e potenzialità e di promuovere credibili modelli di dialogo tra le culture e tra le religioni e di delineare prospettive di integrazione sociale ed economica. Occorre superare la logica dell’emergenza che fino ad oggi ha guidato l’approccio al tema dell’immigrazione, cogliendone il carattere epocale che interpella la nostra identità cristiana e proponendo un nuovo umanesimo mediterraneo imperniato sui valori dell’accoglienza, della tolleranza, del rispetto delle diversità e del dialogo.

L’IMPEGNO DELLE CHIESE DI SICILIA

Con queste riflessioni vogliamo incoraggiare le comunità ecclesiali ad essere segno di speranza per tutto il popolo siciliano, testimoniando dentro le difficoltà che tutti vivono, la certezza di Cristo presente ed operante nella storia.

L’impegno delle Caritas e dalle associazioni di volontariato di ispirazione cristiana disegna il volto di una comunità che vuole essere prossima a tutti e solidale con ciascuno.

Compito della Chiesa è quello di educare, formando laici in grado di impegnarsi, all’insegna di una credibile responsabilità, nei diversi ambiti di vita e di lavoro, non ultimo quello della politica. Guardiamo con stima tutte le aggregazioni laicali ed i movimenti di ispirazione cristiana che, radicati nei principi guida del magistero sociale, sperimentano modelli e forme nuove di partecipazione e di impegno civile.

Incoraggiamo, altresì, le esperienze aperte alla ricerca di nuovi modelli di sviluppo attraverso la formazione imprenditoriale e la promozione di reti sociali come quelle sviluppatesi attraverso il progetto Policoro.

Sollecitiamo vivamente il laicato cattolico a dare vita a nuove esperienze capaci di “rendere ragione della speranza” che ci è stata data, dentro uno stile di discernimento comunitario, di apertura alle istanze di crescita sociale ed economica che vengono dal mondo giovanile, con un’attenzione preferenziale alle fragilità ed alle crescenti forme di marginalità.

Intendiamo in tal senso proseguire l’azione educativa in favore di una formazione sociale e politica, nel solco della Dottrina Sociale della Chiesa, certi della sua possibilità di divenire una pratica ordinaria della vita delle nostre comunità parrocchiali ma anche di offrire percorsi nuovi di sperimentazione sociale grazie soprattutto al coinvolgimento delle giovani generazioni.

Auspichiamo, in tal senso, che le diverse esperienze diocesane di  scuole e laboratori di formazione sociale possano dare vita ad una rete organica e coordinata di esperienze, riflessioni e proposte. A questo scopo annunciamo, sin d’ora, la volontà di costituire in corrispondenza dell’avvio della nuova legislatura regionale un Osservatorio sulle politiche pubbliche regionali, per offrire appropriati strumenti di analisi e di proposta al dibattito pubblico regionale.

Il Signore, che con la Sua Croce e la Sua Resurrezione ha vinto il male dei nostri cuori e il male del mondo, benedica e sostenga, per l’intercessione di Maria Madre nostra, il cammino della Sicilia verso il bene comune e la giustizia.

3 – the end (le precedenti puntate sono state pubblicate il 25 e 26 ottobre)

r.galullo@ilsole24ore.com