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MILANO CRIMINALE/2 Il pentito Michael Panajia, il boss “invisibile” della ‘ndrangheta in Lombardia

C'è un pentito "atipico" nella Milano e nella Lombardia criminali. Ha un nome difficile da scrivere:

Michael Panajia, arrestato il 10 aprile 2011. Con Antonino Belnome (altro pentito dell'ala "militare" della 'ndrangheta lombardo-milanese-brianzola, che campa di usura, estorsioni, droga e ricicla in ristorazione e locali notturni affidati a parenti e prestanomi) concedeva agli affiliati "cariche" e "doti", secondo gerarchie prestabilite e mediante cerimonie e rituali tipici dell'associazione mafiosa, come per esempio la partecipazione a riunioni e/o incontri.

Questo è quanto scrivono i pm della Procura distrettuale antimafia di Milano che – sotto la guida di Ilda Boccassini – l'11 settembre hanno condotto l'operazione Ulisse  che ha portato all'arresto di 37 persone.

Panajia è detenuto dall'11 aprile 2011 per l'omicidio, commesso il 14 luglio 2008, Carmelo Novella e per associazione a delinquere di stampo mafioso. Il processo si sta celebrando davanti alla Corte di Assise di Milano.

Prima delle dichiarazioni di Belnome, Panajia era totalmente sconosciuto agli inquirenti dell'indagine Infinito, anche perché – come riferito da Belnome e confermato dallo stesso Panajia – egli, a differenza degli altri, faceva una vita piuttosto ritirata, non frequentava quasi mai gli altri affiliati al di fuori delle periodiche riunioni di 'ndrangheta, non frequentava locali notturni (a differenza di Belnome, dei Cristello, Claudio Formica ed altri) ed era particolarmente accorto, tanto che utilizzava raramente il telefono preferendo incontrare direttamente gli altri appartenenti alla "locale" (vale a dire una "cellula" strutturata di 'ndrangheta).

Gli incontri con Belnome avvenivano quasi sempre senza preavviso e lo stesso Belnome, quando aveva necessità di parlare con lui, lo andava a trovare all'ora di pranzo in un bar vicino al posto in cui Panajia lavorava, in quanto conosceva bene i suoi orari e le sue abitudini.

Soltanto a posteriori, a seguito di un attento riesame del materiale investigativo raccolto, sono state rinvenute alcune (poche) conversazioni che documentano i contatti tra Panajia e Belnome e con altri affiliati.

LA SUA STORIA CRIMINALE

Quanto alla "storia criminale" di Panajia, i pm della Dda di Milano sottolineano che fu arrestato il 19 luglio 2000 a Milano perché in possesso di circa un kg di cocaina e condannato alla pena di sei anni di reclusione. Contestualmente gli fu notificata ordinanza di custodia cautelare emessa dal Gip di Reggio Calabria per il reato di associazione di tipo mafioso, reato dal quale fu poi assolto dal Gup con sentenza del 7 dicembre 2001.

Dalla lettura dell' ordinanza emessa dal Gip di Reggio Calabria nell'ambito del procedimento penale n. 99/97 i pm milanesi scoprono inoltre che Panajia era accusato di appartenere con il fratello Roberto ed il patrigno Giuseppe Marte ad una 'ndrina scissionista denominata "Belcastro- Romeo" e coinvolta in una faida nella zona di San Ilario allo Ionio.

LA VOGLIA PAZZA DI PENTIRSI

Panajia  a gennaio 2012 ha manifestato il desiderio di collaborare con la giustizia, inviando all'autorità giudiziaria una lettera con la quale chiedeva di essere interrogato.

Negli interrogatori, oltre ad ammettere la propria responsabilità nell'omicidio Novella e la propria partecipazione alla 'ndrangheta con particolare riferimento alla locale di Giussano, ha fornito indicazioni precise sulle armi detenute dagli appartenenti alla "locale" (nella quale ha rivestito, come concordemente riferito anche da Belnome, la carica di "capo società" e, successivamente all'arresto di Antonio Belnome, quella di "capo locale").

Ha quindi riconosciuto le armi sequestrate allo zio Ulisse Panetta (arrestato nell'operazione non a caso chiamata Ulisse) riferendo che si trattava di armi appartenenti alla locale di Giussano nella quale egli ha rivestito il ruolo di "capo società" e "capo locale".

Il 23 aprile, il 26 aprile 2012 e il 4 maggio è stata avanzata nei suoi confronti richiesta di applicazione del piano provvisorio di protezione.

I pm antimafia di Milano sono convinti che la "credibilità soggettiva" di Panajia discenda in primo luogo dalla piena ammissione del proprio ruolo nell'omicidio Novella di cui racconta con dovizia di particolari ogni fase con una descrizione che concorda perfettamente sia con il racconto di Belnome che, soprattutto, con le indagini.

Anche il racconto relativo all'incontro con Belnome (avvenuto pochi mesi prima rispetto all'omicidio Novella con l'intermediazione di Andrea Ruga) coincide pienamente con quanto riferito dallo stesso Belnome sia per quanto concerne le circostanze di tempo e di luogo (alcuni mesi prima dell'omicidio Novella in un bar nei pressi di via Mossotti), sia per quanto riguarda il ruolo di Ruga, indicato da entrambi come la persona che li mise in contatto.

La Procura apprezza la "sostanziale coincidenza del suo racconto con quello di Belnome Antonino" per quanto attiene alla struttura della "locale" di Giussano, alla identità degli affiliati, ai summit che si sono svolti nel periodo compreso tra la fine del 2008 (data in cui Panajia afferma – concordemente con quanto riferito da Belnome – di essere entrato a far parte della locale di Giussano e il mese di luglio 2010, data dell'arresto di Belnome), alle armi in dotazione alla locale.

Nel momento in cui Panajia ha reso le dichiarazioni, quelle di Belnome erano coperte da segreto istruttorio, tanto che gli interrogatori depositati sia nel dibattimento del processo Infinito che quelli utilizzati nel processo che si sta celebrando davanti alla Corte di Assise di Milano avevano numerosi tagli e omissioni.

LA PAURA PER I FAMILIARI

Come emerge chiaramente da alcune contestazioni mosse nel corso degli interrogatori, le dichiarazioni di Panajia presentavano alcune incongruenze logiche sulla propria "carriera criminale", con particolare riferimento al proprio vissuto in Calabria e ai rapporti con esponenti di spicco della 'ndrangheta calabrese con cui era venuto in contatto.

Nell'interrogatorio del 27 giugno 2012 Panajia ha "vinto le ultime interiori resistenze – si legge nell'ordinanza – raccontando con coerenza logica il proprio vissuto criminale, dal periodo di "messa in prova", con il battesimo di sangue (un fatto omicidiario che prima aveva taciuto), alla formale affiliazione, all'acquisizione di doti superiori".

Panajia ha mostrato di aver compreso che la scelta di lealtà nei confronti dell'autorità giudiziaria deve essere as
soluta ed ha spiegato che la sua pregressa "reticenza" nell'affrontare determinati argomenti era da un lato dettata da timori per l'incolumità dei suoi familiari in Calabria e non sottoposti a misure di protezione e, dall'altro dal forte legame nei confronti di Tommaso Romeo, colui che lo introdusse nel contesto 'ndranghetista quando ancora era ragazzo.

E domani vedremo che – a tremare per la scelta – non sono solo i familiari ma mezza Lombardia.

r.galullo@ilsole24ore.com

2 – to be continued

(la precedente puntata è stata pubblicata ieri, 12 settembre)

  • antonio |

    tutto quelo che leggo,che sento mi fa schifo nel confronto dei nostri miseri politici e criminali di tutte le specie.Chi paga è sempre l’onesto operaio.
    Siete il disonore mondiale della ns.amata Itaia.Se c’è un DIO………..

  • bartolo |

    ma figuriamoci galullo se veramente la lombardia tremerà al cospetto di un mafioso assassino…qualora fosse così, significherebbe che altrettanto lo è questa regione, balorda! vede galullo, questo signore è stato prosciolto dal gip di rc nel duemilauno, nonostante le sue accuse non provenissero, come pare, da alcun pentito, mentre io, nel medesimo anno, pur non avendo mai conosciuto i miei accusatori stavo ancora aspettando il processo di primo grado, davanti al quale, nel lontano 1994, mi aveva inviato l’allora gip cisterna; nonostante fosse evidente la mia non conoscenza con quei criminali falsi pentiti che mi accusavano. forse, in quanto non lo ha neanche scritto sul decreto, avrà utilizzato le mie frequentazione con gli omonimi, non parenti, iamonte. in effetti, io stesso avevo ribadito più volte al carnefice cisterna, di conoscerli bene, ma di non essere mai stato un loro affiliato. invano, non mi ha creduto; anche se, oggi, scopro che i rapporti con i mafiosi lo giudice li intratteneva lui, pare.
    comunque, ho già detto non ho nulla da ridire. è acqua passato ed io sono un mafioso certificato non da lui bensì da quelle medesime istituzioni che, a quanto si apprende dalle indagini palermitane sulla trattativa stato-mafia, nonché dalle dichiarazione dell’altro giorno davanti alla commissione parlamentare antimafia da parte dell’ex guardasigilli martelli, che ha confermato quella trattativa, però, solo con l’area moderata della mafia. ciò vuol dire, galullo, e lei credo lo sappia proprio bene, che al nostro stato non è mai interessato il superamento delle mafie, bensì, la certezza di trattare con essa, ora con l’ala moderato attraverso i referenti, ora con quella aggressiva attraverso i pentiti. e allora, galullo, non a cisterna per il quale provo solamente pena ma a lei, che ha dato prova di sopportarmi in tutti questi miei sproloqui, di che parliamo?: se uno non è un assassino, e neppure mafioso,(vedi tortora) non conosce i pentiti che lo accusano, come fa a difendersi? considerata, l’impossibilità di qualsiasi trattativa? è successo nel mio processo galullo, alcuni sono diventati pentiti pur non essendo mai stati mafiosi, oppure se lo sono stati hanno continuato la loro trattativa con quelle istituzioni che hanno condannato non pochi innocenti che non avevamo nulla di cui poter trattare. ecco come ci hanno ridotto l’italia quei pochi criminali di politici che prima degli anni novanta erano diretta espressione delle mafie. e che dopo, grazie ad una strategia criminale hanno reciso l’ala aggressiva e rafforzato quella moderata a spese di leggi straordinarie che hanno massacrato l’intero meridione del paese.

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