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Lettera aperta (e amara) a Ilda Boccassini che mi critica ma sbaglia obiettivo e contenuti

Mentre ero tra L’Aquila e Pescara a lavorare su alcune inchieste giornalistiche, Ilda Boccassini, procuratore aggiunto a Milano, che non mi conosce per sua ammissione, pochissime ore fa a Milano ha presentato un libro dell’ex capo della Procura di Reggio Calabria Giuseppe Pignatone e del suo aggiunto Michele Prestipino Giarritta.

Non so come e non so perché – debbo affidarmi solo al video che Il Fatto Quotidiano ha sintetizzato – ha trovato il tempo di attaccare me e ciò che scrivo.

Non mi spiace (le critiche sono il sale della democrazia). Mi spiace che lo abbia fatto senza la possibilità di contraddittorio. Senza la possibilità che io rispondessi alle sue critiche severe, dure. Ingiuste. Incredibili (posso dirlo?). Dolorosissime per gli affetti e i valori che ha colpito nel mio profondo senza giustificazione.

Questo per un pm – che dovrebbe essere abituato a confrontarsi in dibattimento, dove in maniera suprema, legittima e reale si conducono i processi – è un errore. Mi ha “processato” anche se ero assente. Un errore, come lo sarebbe per un giornalista dare il canto senza dare il controcanto. Vede, Boccassini, la differenza sostanziale, vitale, tra un magistrato dell’accusa (quale lei è nei processi) e un giornalista (quale sono io) è il dubbio. I magistrati sostengono un accusa attraverso prove e se ne convincono (doverosamente) e poi attendono il giudizio fino alla sentenza passata in giudicato e per esso si battono. I giornalisti fanno del dubbio la propria ragione di vita. E di critica.

L’uno, il pm, dunque, spesso è portatore “della” verità giudiziaria. L’altro, il giornalista, vede “una” verità che si permette (incredibile, vero?) di analizzare e criticare. Fino a che sarà possibile farlo.

Ebbene, mi spiace per Boccassini (che conosco solo attraverso il suoi atti e che al contrario di lei nei miei confronti, io rispetto e quando reputo, educatamente e onestamente, critico) ma sono abituato a leggere, scrivere e fare di conto con l’aiuto di tutti ma ragionando infine con la mia testa.

Ebbene cosa ha detto Boccassini con riferimento a ciò che scrivo (almeno per la parte che Il Fatto Quotidiano online ha documentato) e che non le piace?

Due cose:

1)     che dico e ripeto che Don Mico Oppedisano – ricordo a tutti, considerato il boss dei boss della ‘ndrangheta calabrese nel giorno in cui fu arrestato il 13 luglio 2010 e per convincersene basta vedere cosa scrissero giornalisti e giornalai quel giorno e nei giorni seguenti – è un vecchietto di 80 anni. Io aggiungo spesso anche “arzillo” ma questo non è stato riportato.

2)     Che Bernardo Provenzano è un mangiatore di cicoria. Dico e scrivo di “formaggio e cicoria” ma Boccassini ha ricordato solo le verdure.

Debbo essere (come sempre) puro, onesto, leale e sincero: non so se prima o dopo quel “frame” ci fossero altre riflessioni del pm nei miei confronti e nei confronti di quanto scrivo. Ergo mi limito – pronto a correggermi – ad analizzare queste accuse…dell’accusa.

DON MICO OPPEDISANO

Per intuito dico che per Boccassini debbo aver commesso un reato di lesa maestà definendo Don Mico Oppedisano un “arzillo vecchietto” di 80 anni con questo volendo io – e lo confermo subito – dire che costui non può e non deve neppure lontanamente essere ritenuto il capo della ‘ndrangheta (inteso come "capo dei capi" alla Cosa nostra, tanto per intenderci). Operazione (e relativa grancassa mediatica) che invece – ed ecco forse il reato di lesa maestà sull’asse Reggio-Milano – è stata portata avanti. Per due anni. Anche perché di mamma la ‘ndrangheta ne ha una sola: a Reggio Calabria e da tempo indossa le vesti della cosca De Stefano, che ha allevato genie di servitori infedeli dello Stato, professionisti corrotti, politici al soldo e via di questo passo.

Ebbene Boccassini si illude se crede che io cambi idea o smetta di scrivere ciò in cui credo ragionando solo ed esclusivamente con la mia testa: Don Mico Oppedisano per me NON è il capo dei capi della ‘ndrangheta nel modo in cui si può intendere Riina (lo è ancorfa perche la Vommissione non si è mai riunita per sostituirlo). per Cosa nostra. E neppure un capo in grado di fare o far fare affari. E’ (è stato) il depositario delle tavole della ‘ndrangheta per un anno (il 2010) ed è (è stato fino ala cattura) un “vecchio saggio” per l’interpretazione delle stesse. Nulla di più. Nulla di meno. Ruolo importante? Certo, così come importante, importantissima è stata l’operazione Infinito/Crimine condotta sul crinale Reggio-Milano di cui sono stato il primo a essere felice. E per la quale ho avuto (ed ho) grande ammirazione. Ma nei limiti in cui la stessa (a mio modesto e democratico avviso) va circoscritta.

Vede, Boccassini, fino a che lo dico io posso essere ritenuto un pazzo (o se preferisce mi reputi pure un deficiente, a me non interessa né nel primo né nel secondo caso). Quando a scrivere è il suo (ripeto SUO collega Carlo Caponcello della Procura nazionale antimafia) forse bisognerebbe avere il coraggio di fermarsi e riflettere. Dico questo, non altro. Può attaccarmi come e quando crede: ho due spalle forti e una testa indipendente. Verità assolute, io, non ne porto.

Le ricordo allora (ma visto che legge ciò che io scrivo o forse, qualcuno, le suggerisce e non c’è nulla di male, cosa leggere di ciò che scrivo, potrebbe essere inutile il mio ricordo) cosa TESTUALMENTE dice il SUO collega Caponcello a pagina 85 e seguenti della relazione della Procura nazionale antimafia del 2011 trasmessa a Governo e Parlamento a gennaio 2012: “Appare opportuno evidenziare, avuto riguardo alla figura del capo crimine protempore OPPEDISANO Domenico,che al predetto più che un potere reale sulle dinamiche e strategie complessive della ‘ndrangheta debba essere riconosciuto uno specifico, peculiare e rilevante ruolo di rappresentanza esterna: una sorta di “custode delle regole tradizionali”. Un’organizzazione unitaria, in cui i riti sacrali e le regole tradizionali costituiscono, da un lato, il segmento iniziale dell’affiliazione e, dall’altro, l’affermazione della Autorità mafiosa e della immanenza di essa. Autorità politica e verosimilmente non gestionale ed operativa, ma che rinsalda i rapporti, tonifica gli impegni, regolamenta i contrasti interpersonali; ruolo di direzione reale e concreta deputato al controllo delle dinamiche interne e funzionalmente necessaria per lo sviluppo di strategie criminose Le conversazioni acquisite nella indagine “Crimine” elidono, invero, in radice ogni dubbio sull’esistenza di un assetto verticistico della organizzazione in parola: i dialoghi intercettati nitidamente offrono una inusuale ed illuminante rappresentazione della struttura associativa e del ruolo dispiegat
o dal capo crimine”

Boccassini, debbo aggiungere altro? Due cose:

1) Oppedisano è considerato – per la prima volta, timidamente, perché per cominciare a dubitare dopo quella grancassa mediatica ci vuole, oltre che pudore e timidezza un accenno di coraggio – una sorta di “ambasciatore” della ‘ndrangheta (“un custode delle regole”). Ruolo minore? No di certo ma non è un “capo” e come me, lei dovrebbe saperlo molto bene, ci sono moltissimi magistrati calabresi (alcuni anche sorprendenti) che la pensano esattamente allo stesso modo. I cognomi, suppongo, li conosce uno per uno;

2) il suo attacco a queste mie riflessioni che conduco da tempo non tiene in considerazione la cosa (forse) più importante. L’amara ironia con la quale definisco Oppeddisano “un arzillo (non dimentichi l’aggettivo perché è importante, ndr) vecchietto”, è fatta per evidenziare l’aspetto più drammatico: i capi della ‘ndrangheta non vendono (come Oppedisano) meloni con un’Apecar a Rosarno. Mi spiace ricordarlo ma i capi delle mafie sono nella politica, negli studi professionali, nelle banche, tra i magistrati, le Forze dell’Ordine. Fiancheggiatori involontari e indegni sono persino tra i giornalisti pronti a vendersi.

Sbaglio? Chissa ma non credo.

LA FORZATURA SU PROVENZANO

Ecco il senso vero, reale, drammaticamente autentico, disperato e disperante di quella mia definizione “vecchietto di 80 anni”. Non coglierlo e sbeffeggiarlo, esporlo al pubblico ludibrio è ancor più drammatico. E disperante. E’ (nei miei confronti) infangante. E non coglierlo è impossibile visto che l’ho scritto e detto in tutte le salse: la mafia vera, quella che programma, investe e uccide siede nei salotti nobili di questo Paese. Questo non vuol dire che non si debba dare la caccia al “crimine” e al “capocrimine” Oppedisano & C. Si può. Si deve. Guai a non farlo. E guai – come cittadino – a non gioirne. Le sembrerà strano ma ho gioito anche io e lo farò (lo faccio) ogni qualvolta si arresta anche l’ultimo anello di una catena criminale. Che sia o meno organizzata.

E questo ragionamento mi serve per rispondere alla sua critica più devastante, profonda, lacerante nei confronti non solo della mia professionalità ma anche e soprattutto del mio essere Uomo.

Lei ha cercato (credo) l’applauso facile (spero che non lo abbia trovato) quando ha ricordato alla platea – delegittimandomi in assenza di contraddittorio, cosa più unica che rara in un appuntamento convegnistico – che la platea stessa si sarebbe dovuta indignare e rivoltare per il fatto che io consideravo Provenzano un “mangiatore di cicoria” (e formaggio, non lo dimentichi) proprio mentre è ancora caldo e vivo il ricordo per le stragi di Palermo.

Non poteva ferirmi più profondamente, relatrice Boccassini. Non poteva farlo. Ma l’ha fatto. Davanti a una platea di fronte alla quale non ero presente – non per difendermi, attenzione, ma per raccontare “una” verità e non “la” verità – mi ha diffamato nel peggiore dei modi.

Non risponderò (e non lo farò mai) con la stessa medaglia. Io per quello che Lei rappresenta, vale a dire lo Stato, la Giustizia, ho il massimo rispetto.

Ed allora racconterò – nuovamente – ai lettori di questo blog che Provenzano è un boss di Cosa nostra per la cui cattura ho gioito e pianto. E’ un boss che rappresenta ai miei occhi tutti i disvalori che l’umanità può condensare. E’ l’antitesi di quei principi, di quei valori (compreso il rispetto per la Giustizia) nei quali sono stato educato e che – da giornalista – ho voluto raccontare, seguire (ripeto: voluto e di questo ringrazio l’allora direttore Ferruccio de Bortoli che a malincuore accettò le mie dimissioni da caporedattore). L’ho fatto sempre nel rispetto delle parti. Di tutte le parti. Con un merito fra tutti: stare alla larga dai “pensatoi salottieri” dove si costruiscono le notizie e le interpretazioni dei fatti. Così ho il diritto di sbagliare e non il dovere di raccontare le verità altrui. Questo, per me, non ha prezzo.

Rivendico il paradosso – dunque, ed è un paradosso impossibile da non cogliere – di aver definito “mangiatore di cicoria (e formaggio)” Binnu u tratturi. Lo rivendico sì, perché scrivere che è spietato, che era (forse è ancora) un capo (lui sì, mica Oppedisano) era scontato, banale, ovvio, logico, stucchevole.

Far riflettere – ancora una volta, una volta in più non guasta mai  – sul fatto che la mafia, la vera mafia da tanto tempo si è evoluta e non mangia cicoria e formaggio come i vecchi patriarchi criminali ma caviale con lo champagne è doveroso. La “mafia è finanza”, ha recentemente gridato in una intervista che le ho fatto una imprenditrice siciliana, Marina Taglialavore.

La mafia è “menti raffinatissime” (non sono certo io a dirlo e Lei sa chi lo ha detto) che si nutre anche di bocconi da dare in pasto all’opinione pubblica.

C’è un’ultima cosa che vorrei dirle. Ed è paradossale.

Perchè vede, se l’attacco ai miei giudizi su Oppedisano è di contenuto (ognuno ha la sua opinione e io la sua la rispetto anche perché ha svolto serie e rigorose indagini che come tutti, ed io tra questi, le riconoscono da sempre), quello su Provenzano è gratuito, diffamatorio, contrario alla mia vita, al mio Dna fatto di valori e solo valori. Perché se su Oppedisano e sull’inchiesta Infinito/Crimine ho scritto fiumi di inchiostro, su Provenzano no e mai mi sarei potuto sognare di descriverlo se non per quello che è. La sua deleteria figura è in re ipsa e mai nessuna persona sana di mente potrebbe che descriverla che in quel modo. La sfido a dimostrare che io abbia detto o scritto il contrario. Ergo, quell’ironia amara (il mangiatore di formaggio e cicoria) viene e SARA’ sempre usata (ripeto) per esprimere il paradosso di Cosa nostra ancestrale rispetto alle menti raffinatissime della stessa Cosa nostra che esistono dai tempi di Navarra (solo per restare alla storia quasi contemporanea).

E allora mi sorge un dubbio (l’anima del giornalismo, ripeto): ma non sarà che riportare (io, con pochi altri giornalisti) i fatti sulla presunta (ripeto ciò che ho sempre detto e scritto: presunta) trattativa per la cattura di Provenzano è stato da qualcuno letto come un affronto? Mi spiacerebbe perché la libertà di stampa – non certo da parte sua e parlo dunque in generale – non può essere piegata ai propri desiderata.

Un’ultima cosa che non conosce di me tra le tante: i miei figli  – con me e la mia famiglia – nei giorni che precedono la morte di Falcone, Borsellino, delle loro scorte, ma anche nei giorni che ricordano le morti di Bruno Caccia o di Rosario Livatino e di tanti altri, si fermano a leggere ciò che viene scritto e detto di nuovo nei confronti di quegli eroi. Per ricordare. Per imparare. Per
crescere. O magari sfilano con me alla giornata della memoria (come è successo con mio figlio alcuni anni fa nella Locride). Oppure vengono con me a Palermo (come è successo per mia figlia un anno fa) per ricordare, con Nino Di Matteo e Vittorio Teresi proprio l’alta figura di Falcone. Oppure tutti partecipano – come è successo pochi mesi fa – ad un dibattito sulla mafia a Corsico (Milano). Tutti educati al rispetto delle differenze. Tutti educati a non emettere condanne verbali, più letali di una vera condanna penale, in assenza (non in contumacia) del presunto colpevole. Magari perché sanno che il padre – se non avesse fatto il giornalista – avrebbe fatto il magistrato. E il suo sogno era di farlo a Palermo. Oggi sarebbe quello di farlo a Milano (capitale della ‘ndrangheta). Verosimilmente in questo momento gioirà nel sapere che sono un suo mancato collega (e altri presenti al convegno con lei gioiranno). Lo stesso rigore, indipendenza di giudizio e rispetto dei fatti e delle persone sarebbero stati da me garantiti anche con una toga addosso.

Buon lavoro, di cuore, dottoressa Boccassini.

  • matteo zocca |

    posto il link del video “incriminato”: http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/09/boccassini-mafia-nord-politici-collusi-indagati-solo-sono-prove/223720/

  • Bartolo da Sassoferrato |

    Tutto può essere condivisibile e anche vero ma il pubblico ministero è l’ufficio e l’organo atto ad esercitare l’azione penale,ossia il rappresentante della legge,ma assolutamente non è la pubblica accusa. Svolge le stesse funzioni che ha un giudice il quale, proprio come il pubblico ministero, può decidere (chiedere nel caso del pm) condanne e assoluzioni.Il fatto che oggi spesso chieda solo condanne è pechè la riforma dell’1989 ha introdotto elementi del sistema accusatorio in un sistema di tipo inquisitorio dove spesso il procuratore della repubblica,nel mentre eseercitava il magistero di pubblico ministero, poteva chiedere l’assoluzione dopo il rinvio a giudizio del giudice istruttore.Per il resto complimenti e buon lavoro!

  • Flavio Volpe |

    Buongiorno,
    è veramente duro il lavoro del giornalista!
    Spero che la dottoressa Boccassini abbia frainteso il senso dei Suoi articoli, a me parsi in vero molto chiari.
    Buon lavoro dottor Galullo, continui sempre così.
    Flavio Volpe

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