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La cosca Libri aveva piantato la sua bandiera sul nuovo Palazzo di Giustizia*

Il 7 gennaio 2010, inviato dal mio giornale per seguire le vicende di Rosarno e delle bombe alla Procura di Reggio Calabria, pubblicai sul Sole 24 Ore anche un’inchiesta sulle mani delle cosche sui lavori pubblici del capoluogo. Ecco il titolo, comprensivo di occhiello e catenaccio:”Chiuse le indagini sulla famiglia LibriE la cosca gestisce i lavori del Palazzo di GiustiziaDopo il movimento terra le mani sui servizi e le assunzioni di personale – Progetto a rilento: eseguito solo il 30% dell’opera”.

Fece rumore al punto tale che, due giorni dopo, l’impresa Bentini Spa (da me mai citata nel servizio in ordine a ipotesi delittuose, anzi) si vide pubblicata sul giornale una lettera (con mia risposta) nella quale contestava il contenuto del servizio, in cui raccontavo le varie infiltrazioni della cosca Libri nel cantiere.

Il tempo è galantuomo e il 16 febbraio un’ operazione capitanata dal colonnello Gianfranco Ardizzone, capo centro della Dia di Reggio, su delega della Dda, ha posto fine alle illazioni (ma si veda nel p.s. la novità di novembre 2014 che dimostra che il tempo è galantuomo per tutti, anche per gli indagati)*.

Quattro (erano) gli indagati a vario titolo – Claudio Bianchetti, Edoardo Mangiola, Antonino Sinicropi e Pasquale Libri (*)– che effettivamente, per come emerge dall’operazione Cosmos, si sarebbero infiltrati nel cantiere attraverso una raffinata forma di estorsione perpetrata proprio in danno alla Bentini spa, che stava effettuando i lavori di costruzione del nuovo Palazzo di Giustizia, perfezionando un disegno criminoso articolato nel 2005 e già individuato in altro procedimento penale.

La cosca Libri, piuttosto che ricorrere al classico metodo della mazzetta, ha realizzato, secondo gli inquirenti, l’attività d’infiltrazione nell’attività economica mediante la stipula di contratti di fornitura di servizi, con cui ha imposto le proprie prestazioni, rese in regime di assoluto monopolio, nonché attraverso la somministrazione controllata di forza lavoro, con l’imposizione di operai (che si riveleranno rigorosamente assenti dal posto di lavoro per ragioni di salute) ma provvisti di idonea, lecita posizione contributiva, busta paga e relativo stipendio!

E, sotto quest’ultimo profilo, di particolare rilievo in senso storico-criminale è il dato che una decina di operai assunti in blocco da una ditta subappaltante coinvolta nella realizzazione dei lavori del nuovo Palazzo di Giustizia sono risultati inseriti o, comunque, contigui alla famiglia Serraino di Cardeto, in passato in contrasto con quella dei Libri di Cannavò ma oggi protagonista di accordi.

Un sistema che ha permesso il travaso di diverse migliaia di euro dalle casse delle imprese interessate alla costruzione del nuovo Palazzo di Giustizia alle organizzazioni criminali di riferimento – si legge a pagina 13 dell’ordinanza – anche grazie alla complicità degli imprenditori, i quali, dopo aver inizialmente cercato di percorrere la strada della legalità, riferendosi alle forze dell’ordine, a distanza di poco tempo, hanno cambiato atteggiamento, optando per il, più pratico, comportamento di adesione alle dinamiche ed agli interessi delle organizzazioni criminali, evidentemente temendo spiacevoli conseguenze”.

Quel che sconcerta è la valenza simbolica dell’estorsione: ai danni della società che sta realizzando la sede in cui dovrà essere amministrata la giustizia. Mentre viene edificata, sabotaggi e danneggiamenti ne minano la stessa fase esecutiva. “Nessuna remora, nessun timore da parte della cosca che domina nell’area territoriale dove sorgerà il nuovo Palazzo di Giustizia – si legge ancora a pagina 13 – la quale, incurante della pressante attenzione investigativa, non perde l’occasione per infiltrare i lavori, realizzando, in concreto, una forma di estorsione sicuramente più raffinata ed articolata della mera imposizione del pizzo”.

Insomma, detto in altri termini: le cosche se ne fottono che lì sorgerà il nuovo Tribunale. Anzi! E’ una sfida troppo grande dimostrare che a Reggio e in tutta la Calabria l’unica legge che vale e l’unico tribunale che può fare giustizia sono loro, le cosche.

L’infiltrazione è avvenuta sia mediante l’attività estorsiva perpetrata dai Libri, che si è accaparrata lo sfruttamento di un remunerativissimo servizio di mensa/catering per gli operai, sia dai Serraino, in relazione all’assunzione di maestranze originarie di Cardeto, storica zona sottoposta al loro controllo.

Numerosi sono stati i contatti personali tra i responsabili della Bentini spa e vari esponenti della ‘ndrangheta e numerosi sono stati gli atti intimidatori, di diversa natura, nel corso del tempo.

Nel corso delle indagini, scrive il Gip Domenico Santoro, si è registrato un comportamento contraddittorio dei rappresentanti della società che, se, da un lato, sembravano mantenere un atteggiamento collaborativo con le forze dell’ordine, sentiti successivamente dalla Dia, in realtà hanno taciuto gran parte delle circostanze a loro conoscenza ed hanno individuato, per contro, negli esponenti della ‘ndrangheta degli interlocutori ai quali rendere conto delle scelte aziendali e ai quali subappaltare oltre che la gestione di alcuni aspetti economici dell’attività, la tutela della sicurezza dei lavori. Salvo poi, una volta messi di fronte alle contraddizioni tra quanto intercettato nel corso delle indagini e quanto riferito alla polizia giudiziaria., tornare sui propri passi, riferendo – sia pure in parte – la realtà di quanto accaduto.

Ma questi aspetti contraddittori li vedremo meglio nel post di domani.

P.S. IL DOVERE DI CRONACA OBBLIGA ALL’AGGIORNAMENTO CHE VI PROPONGO SOTTO

AGGIORNAMENTO 4 NOVEMBRE 2014: Non ci fu estorsione alla ditta Bentini, attiva nella costruzione del Palazzo di Giustizia di Reggio Calabria. Il Tribunale di Reggio Calabria, infatti, emettendo la sentenza nell’ambito del procedimento “Cosmos”, ha assolto dal reato di estorsione mafiosa sia Edoardo Mangiola, sia il boss Pasquale Libri. Mangiola, tuttavia, è stato condannato a 15 anni di reclusione per associazione per delinquere di stampo mafioso.

ECCO QUANTO SCRIVE IL CORRIERE DELLA CALABRIA ONLINE: È con una sentenza clamorosa che si conclude il processo “Cosmos”, scaturito dall’inchiesta che sembrava aver svelato il regime di estorsioni che il clan Libri avrebbe imposto alla ditta Bentini, impegnata nei lavori per la costruzione del nuovo tribunale di Reggio Calabria. Estorsioni che per il Tribunale presieduto da Matteo Fiorentini in realtà non ci sono. Escono infatti assolti con formula piena dai reati di estorsione e concorrenza illecita sia il boss Pasquale Libri, sia l’imprenditore Edoardo Mangiola, proprietario del bar Senzatempo che per i pm sarebbe stato forzosamente individuato dai vertici della Bentini come mensa aziendale. Ma cade – perché “assorbita” da altre sentenze e procedimenti – l’accusa di associazione mafiosa a carico del boss. Mentre  Mangiola per il medesimo reato incassa 15 anni di carcere, uno in più di quanto chiesto dal pm Massimo Baraldo. Per l’ex titolare del bar Senzatempo è stato confermato anche il sequestro del locale.

1 – to be continued

r.galullo@ilsole24ore.com

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