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Criminal mind/2 La camorra pascola a San Marino e per risolvere i problemi si scende a Napoli

Cari amici di blog sto raccontando alcuni aspetti “sistemici” della recentissima operazione “Criminal minds” della Procura e della Gdf di Rimini (si veda il post di ieri).

In questa operazione non poteva mancare un riferimento alle mafie. Perché parlo di riferimento e non di coinvolgimento? Lo faccio perché questo è quello che – al momento ma ho l’impressione che il quadro potrebbe cambiare – il Gip del Tribunale di Rimini Fiorella Casadei scrive nell’ordinanza quando fa riferimento a un’estorsione la cui vittima è Claudio Vitalucci. Costui, risultava essere stato minacciato da Bruno Platone, 46enne di Cattolica e Riccardo Ricciardi, 47enne napoletano (poi vedremo meglio il profilo dei due, che sono stati arrestati), che lo avrebbero costretto a consegnargli 320mila euro.

Anche in questo caso il fatto estorsivo, così come emerso dalle intercettazioni, era stato denunciato dalla vittima presso il Nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza di Rimini. I due fatti estorsivi (dell’altro parlerò a breve), fra loro strettamente correlati non solo per la parziale comunanza di soggetti coinvolti, ma soprattutto per il complicato intreccio di interessi economici facenti capo ai soggetti e alle società dai medesimi gestite (fra cui la società finanziaria Fingestus sa di San Marino, facente capo a Marco Bianchini e Daniele Tosi), erano infatti espressione di un più generalizzato modo di gestione degli affari. Un modo, scrive testualmente il Gip, “improntato a schemi posti al di fuori delle regole ordinamentali, con sistematico ricorso a metodologie illecite, non disdegnando di ricevere e rimettere nel circuito economico utilità provento di delitti, e di risolvere contrasti e controversie derivanti dagli affari, attraverso sistemi evocativi di una mentalità, uniformata, seppure ancora in modo del tutto generico, "a metodi di tipo mafioso o camorristico" (così che, allo stato e condivisibilmente, l'organo di accusa non ha ritenuto di contestare l'aggravante di cui all’articolo 7 della legge 203/91) ma che una cultura attenta anche. alle strategie di prevenzione, non può ignorare e non può doverosamente far riflettere gli organi istituzionali preposti alla preventiva tutela dal rischio di infiltrazioni camorristiche e della ricerca delle collusioni con il tessuto economico locale”.

A casa mia, più chiaro di così si muore. Il Gip in pratica dice: non c’è bisogno di un’imputazione per mafia o l’aggravante del metodo mafioso (appunto l’articolo 7 delle legge 203/91) per capire che ce l’avete in casa, cari sammarinesi! Ma tanto è fiato sprecato: anche per loro, come per i miei connazionali del Nord, la mafia è un problema del Sud.

POCHE PAROLE MA CHIARE

Del resto anche questo Claudio Vitalucci sembra davvero un tipino fino. Ecco cosa intercetta la sala ascolto il 5 maggio 2010 nel corso della telefonata che ha con Daniele Tosi (ex Direttore Generale di Fingestus s.a., società di cui era Presidente Marco Bianchini): “Dopo io una mattina, dopo te vengo a casa a trovatte, dopo me dispiace, e ma io vengo, io non é che, sai che io sono strano, perché io mi sono rotto il cazzo di essermi fatto prendere per il culo, vengo da te a incazzarmi come una bestia perché stai aiutando a fare le truffe a loro e compiere tutti questi atti a mafiosi, però non passerà un altro anno perché dopo Danié, guarda io ti vengo là a casa tua, ti vengo a prendere poi andiamo su da Bianchini io e te insieme hai capito? Perché io, vengo io a piatte, hai capito? E poi andiamo su io e te a casa a bussare".

Alla risposta di Tosi: "Mi puoi minacciare quanto vuoi", Vitalucci prosegue: "No, io non te minaccio, io ti vengo a prendere, io non te minaccio, perché se te minaccio .. ".a te che vieni con me, capito? A sistemare le cose su".

Il nuovo e successivo comportamento aggressivo si verifica il 17 maggio 2010, per opera di Nicola Zaccheroni (domiciliari), 39enne di Cesena, che, dopo aver contattato Bruno Platone per concordare un incontro che per tema aveva sempre la questione Vitalucci (domiciliari), si presentava insieme a Roberto Fonti (domiciliari), 40enne di Rimini e a Ardian Kazazi (arrestato), un albanese di 46 anni, presso l’abitazione di Platone, la cui moglie, vedendoli arrivare e chiedere del marito, si era spaventata, tanto da avvertirlo immediatamente. L’effettiva portata intimidatoria di quelle presenze era del resto rimarcata dall'immediata e successiva telefonata dello stesso 17 maggio, con la quale Platone comunicava a Fonti di non presentarsi più presso la sua abitazione in quanto la moglie e i figli si spaventavano e che se voleva parlargli doveva recarsi presso la sede della “Mb Class motors” a San Marino.

La conferma che Platone fosse divenuto diretto bersaglio delle condotte intimidatorie preordinate per estorcere tre milioni a Bianchini  e che queste condotte fossero materialmente tenute da Fonti, Kazazi, Domenico Avitabile e Zaccheroni, si ha con la telefonata del 22 maggio 2010.

Durante il colloquio tra Platone e il socio Daniele De Sisto, il primo riferisce che per trovare una soluzione al problema, si sarebbe recato in Napoli per parlare con appartenenti ad un’associazione, non meglio precisata, di stampo camorristico, i quali a loro volta avrebbero telefonato a Domenico Avitabile chiedendogli di non intimidire più Platone: " … domani mattina vado proprio nel suo paese, diciamo…. "Si, si e domani mattina lo chiamano direttamente ….da giù." "Tu..tu dai fastidio …Tu dai fastidio a mio fratello e noi diamo fastidio alla tua famiglia, adesso vedi tu…adesso cosa vuoi fare?"

LA GITA A NAPOLI

Platone, hanno verificato gli investigatori, effettivamente si era recato a Napoli insieme a Salvatore Vitucci, di origine partenopea e domiciliato a Bologna.

In particolare da una telefonata intercettata il 23 maggio emergeva che Platone aveva dato il proprio cellulare a tale Carletto Del Piano detto "ro piano", perché chiamasse Avitabile per farlo cessare dalle minacce. La telefonata, nella quale Del Piano, presentatosi come amico di Pasquale Gallo, attuale reggente di un'associazione a delinquere di stampo mafioso denominata clan Gallo-Cavalieri (tra i più potenti della fascia vesuviana del napoletano, dedito al traffico internazionale di stupefacenti e alle estorsioni) e operante a Torre Annunziata, aveva esplicito contenuto intimidatorio in quanto Avitabile era informato che i soldi di Vitalucci erano a Torre Annunziata e che l’attuale reggente del clan sarebbe stato in grado di dare gli eventuali
chiarimenti.

La modalità di un tale intervento, con il ricorso di Platone a un personaggio contiguo ad ambienti camorristici al fine di far definitivamente naufragare la pretesa estorsiva – si legge nell’ordinanza – “è evocativa di una percezione da parte della vittima, di una connotazione mafiosa della modalità esecutiva con cui era gestita la vicenda estorsiva. Pur se non vi è in atti tale contestazione da parte dell'organo d'accusa dell'aggravante dell’articolo 7 della legge 203/91, ciò non esclude che l'intera vicenda possa assumere in una evoluzione investigativa e di approfondimento, anche una tale, più grave connotazione, poiché sono emersi elementi ancora generici ma in sé vagamente evocativi di un latente ricorso all'impiego del metodo mafioso e in particolare a quello di tipo oggettivo, ossia avvalendosi nella commissione del reato, delle condizioni previste dall’articolo 416 bis del codice penale. Se è pur vero che dagli elementi raccolti non è ancora dato evincere, con una valenza rassicurante, il fatto che gli autori della condotta estorsiva abbiano agito con metodo mafioso, ponendo cioè in essere una condotta idonea a esercitare una particolare coartazione

psicologica con i caratteri propri dell'intimidazione derivante dall'organizzazione criminale, pur tuttavia emergono profili, quantomeno inquietanti, di una modalità di agire che pare improntata ad una mentalità che fa della prepotenza, della sopraffazione e dell’omertà diffusa i propri punti di forza. Non possono in questa sede sottacersi gli episodi relativi al lancio di due bombe molotov, avvenuto il 30 aprile 2010 contro l'abitazione di Marco Bianchini, di cui al momento non è dato sapere se da porre in relazione con i fatti in esame, ovvero il ricorso alla figura di Giovanni Pascarella, di cui se pure non è provata una sua contiguità camorristica, è tuttavia quasi '"palpabile" il diffuso convincimento – manifestato dai vari Platone, Ricciardi nel corso di conversazioni intercettate di tale appartenenza e la conseguente intimidazione, manifestatasi nei singoli secondo gradate intensità a seconda del tipo di contatto avuto”.

Insomma da San Marino, per risolvere i problemi, si scende a Napoli. Proprio come fa la ‘ndrangheta lombarda o piemontese che per risolvere i problemi al Nord scende a Platì, Reggio Calabria o Locri. E proprio come fa la camorra casertana che per ricomporre i dissidi in Emilia Romagna scende a Casal di Principe. Viva San Marino e la sua cecità!

2 – to be continued (la prima puntata è stata pubblicata ieri, 18 gennaio)

r.galullo@ilsole24ore.com

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