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Omicidio Fortugno/2 Per la Corte d’appello di Reggio un omicidio calato in un vuoto di potere mafioso

Nei giorni scorsi ho letto e riletto le 404 pagine delle motivazioni con le quali la Corte d’assise d’appello di Reggio Calabria ha sostanzialmente riconfermato sul delitto Fortugno ciò che i giudici di primo grado avevano stabilito.

Una lettura ancora più interessante alla luce della decisione della Commissione parlamentare antimafia che ha deciso di vederci chiaro in questo omicidio richiedendo alla Procura di Reggio Calabria notizie di un’informativa della Questura del dicembre 2005 e di un’intercettazione in cui si farebbe riferimento all’interessamento nell’omicidio da parte delle cosche Libri e De Stefano (ma per questo rimando al post di ieri e a quelli del 14 e 15 maggio 2011 in archivio).

Le motivazioni dell’omicidio escono confermate in secondo grado. “I giudici della Corte d’Assise di Locri hanno dedicato buona parte dell’impugnata sentenza – si legge infatti a pagina 332 delle motivazioni – alla individuazione della causale politica, mafiosa o privata dell’omicidio Fortugno. Sono pervenuti così ad escludere piste alternative giungendo all’affermazione che il delitto in esame è stato ideato e voluto da Marcianò Alessandro e dal di lui figlio Giuseppe per recuperare il credito che costoro avevano perso nell’ambito dell’entourage di Crea Domenico e/o per assicurarsi quei vantaggi economici, tanto attesi, che non avrebbero più ottenuto una volta che il Crea non era stato eletto”.

Quello che colpisce (e ha sorpreso anche la Commissione parlamentare antimafia che finalmente ha deciso di aprire gli occhi) è che questo delitto sia senza padr(ini) eccellenti. I giudici di secondo grado, richiamando la sentenza di primo, ricordano che il contesto in cui è maturato l’omicidio è sicuramente riferibile all’ambiente criminale della famiglia Cordì, per i rapporti stretti e intensi con le persone poi condannate all’ergastolo mai interrotti ma, come hanno scritto i giudici di primo grado, il dibattimento “non ha fornito la prova che l’omicidio sia riferibile espressamente ai componenti della originaria e più accreditata cosca Cordì, tantomeno la prova che costoro abbiano prestato un contributo nella forma mediata dell’autorizzazione o, anche, abbiano conferito un mandato ad uccidere al Novella ed al suo gruppo”.

La sentenza di secondo grado però i dubbi se li pone, tanto che subito dopo questo passaggio, a pagina 44, il giudice estensore Lilia Gaeta scrive: “Tale fatto potrebbe apparire in contrasto con dati di carattere sociologico e con la stessa costruzione del fenomeno ‘ndranghetistico come realtà direttamente legata al territorio sul quale è dotata di un controllo, almeno sotto il profilo del compimento di attività illecite di certa rilevanza”.

La famiglia Cordì però – tra arresti e decimazioni di mafia – vive un fenomeno di appannamento e pur mantenendo le proprie radici ancorate sul territorio, le sue propaggini sono “rappresentate anche dal gruppo Novella con funzioni strumentali rispetto a quelle dell’aggregato principale cui sempre debbono ritenersi collegati, ma al contempo con capacità organizzative autonome. In tale ambito trova concreta realizzazione la commissione del grave gesto delittuoso. Le altre risultanze, da un lato, non offrono elementi probatori riferibili ad una determinazione o a un consenso alla commissione dell’omicidio da parte dei maggiorenti della famiglia Cordì, dall’altro, consentono di disegnare i contorni precisi dell’interesse che ha mosso Marcianò Alessandro ed il figlio Giuseppe spingendoli ad organizzare ed attuare il progetto delittuoso con le modalità e nei termini riferiti dal collaboratore e partecipe all’omicidio Novella Domenico”.

L’altra cosca sul territorio – Cataldo, in lotta con i Cordì per il predominio – non entra mai minimamente in gioco in questa indagine.

VUOTO DI POTERE

I giudici di secondo grado sono assolutamente certi che l’omicidio sia nato e sia limitato (ricordiamo che questo è stato un processo indiziario) a questo ambito.

Dalle intercettazioni acquisite – in particolare, dalla conversazione svolta il 18 marzo 2010, alle ore 17.10 tra Giuseppe Commisso e Ilario Aversa all’interno della lavanderia Apegreen – emerge chiaramente che, dopo una  trentennale guerra di mafia tra le opposte famiglie Cordì e Cataldo era stata finalmente siglata la pace tra le citate ‘ndrine locali ed era stata riattivata la “locale” di Locri precedentemente “messa in sonno”.

In pratica, da questa conversazione i giudici traggono la conferma che all’epoca dell’omicidio Fortugno e sino agli inizi del 2010 non esisteva a Locri una “locale” a cui fare riferimento.

Oogni gruppo criminale (tra cui anche quello di Novella) era libero di prendere qualsiasi iniziativa (logicamente di tipo criminale) senza chiedere il permesso o la preventiva autorizzazione ad alcun organismo locale a questo fine predisposto.

Solo di recente, sotto la supervisione e la partecipazione di Giuseppe Commisso (nella sua veste di vertice della “Provincia”), risulta ricostituita la locale locrese e si ha conferma, scrivono i giudici di secondo grado, della nuova stipula di precisi accordi spartitori sulla gestione dei futuri appalti che sarebbero stati assegnati nella zona di Locri (“Va bene, ma Locri è unito..Locri è tutto unito, voglio dire Locri..se loro si sono accordati”- “Sì, hanno detto che faranno cinquanta e cinquanta”).

Questa circostanza contraddice le conclusioni a cui sono pervenuti i giudici di primo grado (limitatamente all’asserita esistenza di un necessario collegamento tra il gruppo Novella e la cosca Cordì) ma rappresenta secondo la Corte d’appello di Reggio Calabria “un’indubbia conferma di quanto ammesso in proposito da Novella, da Piccolo e dallo stesso Ritorto”.

In questo senso depone anche il comportamento tenuto in carcere da Vincenzo Cordì che, pur non conoscendo i giovani di Locri che erano stati arrestati nel corso dell’operazione Arcobaleno 2, si premura subito di assumere informazioni sulla loro identità e sull’esistenza di eventuali collegamenti parentali con la sua famiglia.

Se il gruppo Novella fosse stato effettivamente una costola o una derivazione di una cosca ben più importante, Vincenzo Cordì, scrivono i giudici di secondo grado, “avrebbe dovuto non solo conoscere detti giovani, ma anche essere a conoscenza della loro partecipazione ad un clan di cui egli era considerato (pur rimanendo ristretto in carcere) il capo incontrastato

Sul punto, pertanto, la Corte d’assise d’appello si discosta dalle conclusioni a cui sono pervenuti i primi giudici: il gruppo Novella va considerato un gruppo asso
lutamente autonomo e distinto dal clan Cordì “con il quale non esisteva alcun collegamento diretto o di subordinazione, ma, al massimo, di semplice vicinanza in ragione dei meri rapporti familiari o di conoscenza che legavano alcuni di essi alla famiglia dei Cordì e ciò in perfetta coincidenza ed armonia con quanto dichiarato da Novella nel corso dell’incidente probatorio. In tale occasione, infatti, il collaboratore ha sostenuto di conoscere Cordì Vincenzo da quando era piccolo “ma non per frequentazione”; ha ammesso, altresì, di camminare armato (così come altri suoi consociati) solo perché, essendo in corso una guerra tra i Cordì e i Cataldo, anche loro dovevano considerarsi “pure in questo gruppo dei Cordì, ma non tanto per rapporti di frequentazione quanto per rapporti di parentela”.

Insomma un omicidio calato in un vuoto di potere (non c’era all’epoca un locale di ‘ndrangheta secondo la ricostruzione dei giudici di secondo grado). Ma proprio per questo, ritengo, impossibile da decidere per personaggi di secondo piano quali quelli caduti nella rete della Giustizia.

Come sto scrivendo da anni siamo ancora lontani dalla verità. Molto lontani.

2. the end (la precedente puntata è stata pubblicata il 14 ottobre ma rimando anche ai servizi del 14 e 15 maggio)

r.galullo@ilsole24ore.com

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