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Nitto Palma a Reggio/1 Lo attende la miscela mafiosa che ricalca gli stessi schemi di 10 anni fa. Ma è più forte

Domani, 20 settembre, a Reggio Calabria arriva il ministro della Giustizia Nitto Palma. Perché cala nel regno dei nuovi corvi giudiziari che stanno facendo godere la ‘ndrangheta come scapestrati diciottenni ai primi amori?

Per un atto di presenza mediatico, atteso il fatto che lui di quella Procura conosce vita, morte e miracoli. Ma soprattutto veleni. Per due motivi: 1) perché proprio a Reggio è stato applicato dalla Dna per 2 anni dal ‘99; 2) perché troppo bene conosce quel che sta accadendo avendone seguito le tappe ancor prima di diventare ministro.

La sua discesa negli uffici giudiziari reggini – dilaniati al proprio interno tra quelli che gridano vittorie e il resto che piange sconfitte alla vera ‘ndrangheta, cioè quella politico-massonica – servirà a poco o a nulla, anche se premerà l’acceleratore sul “volemose bene” e sul “scurdammuce o passato”.

Ci riuscirà? No, statene certi anche perché il conflitto tra le fazioni è a un punto di non ritorno. Qualcuno deve – ripeto: deve – lasciarci le penne, anche perché sono in gioco, nei prossimi mesi, non le poltrone di casa ma quelle delle Procure di Reggio, Napoli, Roma ma – soprattutto – quella di Procuratore nazionale antimafia. Per arrivare a posare le chiappe su quelle poltrone c’è chi sta mettendo sul tavolo vittorie, palle e carriera e chi, al contrario, mette sul tavolo gli antidoti per trasformare quelle vittorie in sconfitte, le palle in sufflè e le carriere in inni alla collusione mafiosa. Difficile capire chi gioca pulito e chi bara anche se la Cassazione, tre giorni fa attraverso la sua Procura generale ha detto chiare e tonde due cose (ovviamente secondo il mio opinabile giudizio): 1) c’è del "veleno" nella magistratura di Reggio; 2) le accuse del nano-Nino Lo Giudice a Cisterna e compagnia sono talmente incredibili, sconclusionate, arraffazonate e paradossali che probabilmente alla Suprema Corte veniva da ridere (ripeto che è un mio giudizio paradossale con il quale esprimo tutti i miei dubbi su quelle dichiarazioni che chi mi legge da tempo, da tempo conosce).

Ma non poteva farlo e allora la Cassazione ha fatto un’altra cosa: per non decidere su quale Procura fosse competente a giudicare sulle accuse a Cisterna ha tirato fuori dal cilindro un coniglio che non si vedeva da decenni: il criterio della residenza. Ergo: Reggio, visto che lì Alberto Cisterna risiede. Ma sulla Cassazione tornerò nelle prossime ore.

Allora intanto rinfreschiamo – qualora ce ne fosse bisogno – una stagione che il ministro Nitto Palma conosce benissimo ma, ed è incredibile che nessuno lo abbia notato finora se non i colleghi del Corriere della Calabria (in primis con il direttore Paolo Pollichieni e Lucio Musolino) e, solo parzialmente, di Calabria Ora, esattamente 10 anni dopo ripete lo stesso identico film. Molti attori sono gli stessi. Questa volta, però, da “buoni” diventano “cattivi”. Un caso? E come no!

LA STORIA E’ UNA RUOTA

Il 29 maggio 2009 Catanzaro scrisse la parola fine su un caso reggino, partito nel 2001, straordinariamente importante, che va ben oltre l’esito giudiziario e che solleticò perfino la stampa americana.

Secondo l’accusa Reggio era governata da una sorta di comitato politico-affaristico-mafioso attivato al fine di ottenere pronunce giudiziarie favorevoli, allontanare magistrati sgraditi, trasferire personale della pubblica amministrazione, trasferire detenuti, assicurare posti di lavoro, controllare attività economiche, appalti e servizi pubblici, attività politica. Indovinate chi erano le parti lese, i magistrati sgraditi? Vincenzo Macrì, Francesco Mollace, Alberto Cisterna Roberto Pennisi e Giuseppe Verzera.

Guarda tu la vita: i primi 3 tra i peggio mafiosi der monno come qualcuno, a distanza di 10 anni esatti, tenta di far credere nel film che va ora in onda sugli schermi reggini. La ‘ndrangheta ha memoria lunga. Lunghissima e i suoi nemici non li molla passassero 100 anni.

Persone credibilissime ad accusare: come il Nino-nano Lo Giudice, il boss senza cosca che vendeva cocomeri ma che ora parla anche delle navi dei veleni.

Il Gup del Tribunale di Catanzaro Antonio Battaglia, al termine del processo con rito abbreviato, assolse con la formula “perché il fatto non sussisteFrancesco Gangemi, direttore del periodico reggino “Il Dibattito”, Riccardo Partinico, l’onorevole Paolo Romeo, Amedeo Matacena e l’avvocato Giorgio De Stefano dai reati di associazione mafiosa, minaccia in danno di taluni magistrati facenti parte della Dda di Reggio Calabria e rivelazione di segreti d’ufficio.

Il giudice dispose il dissequestro del periodico Il Dibattito. Il giornale era sotto sequestro dal 9 novembre 2004 in quanto, secondo i Pm della Dda di Catanzaro Mariano Lombardi, Mario Spagnuolo e Luigi de Magistris, l’organo di stampa era uno strumento di delegittimazione dei Pm reggini. In particolare, per i Pm di Catanzaro il giornale era utilizzato dal gruppo mafioso riconducibile al clan ‘ndranghetistico De Stefano– Tegano per diffondere, dal febbraio 2001, notizie calunniose e false ai danni di magistrati inquirenti reggini (Vincenzo Macrì, Francesco Mollace, Alberto Cisterna Roberto Pennisi e Giuseppe Verzera) al fine di “delegittimarli”, dividerli al loro interno e così depotenziare la lotta antimafia della Dda reggina. Il pm di Catanzaro, Vincenzo Capomolla, a conclusione della sua requisitoria, aveva chiesto la condanna a quattro anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa e minacce aggravate dalle modalità mafiose dell’ex deputato del Psdi, Paolo Romeo, e del direttore del Dibattito, Francesco Gangemi. L’assoluzione, per non avere commesso il fatto, era stata chiesta per l’ex deputato di Fi Amedeo Matacena, per il collaboratore del Dibattito Riccardo Partinico, e per l’avvocato Giorgio De Stefano. Il pm aveva chiesto l’assoluzione anche per l’avvocato Francesco Gangemi, omonimo e cugino del giornalista, nel frattempo deceduto.
Francesco Gangemi è un ex politico e giornalista italiano. E’ stato sindaco di Reggio Calabria dal 7 luglio 1992 al 31 luglio 1992 e presidente del comitato di gestione dell’Asl di Reggio Calabria.

IL CASO MATACENA

E a testimonianza di come i magistrati, negli scorsi anni, hanno saputo con rigore e costanza inseguire le proprie convinzioni giudiziarie, pochissimi giorni fa, per l’esattezza il 12 settembre, la Corte di Cassazione ha smantellato la sentenza di assoluzione dell'ex parlamentare di Forza Italia Amedeo Matace
na
, processato per concorso esterno in associazione mafiosa e voto di scambio con la cosca Rosmini.

Accogliendo il ricorso formulato dalla Procura generale della Corte d'Appello di Reggio Calabria presentato dall’avvocato generale dello Stato, Franco Scuderi, –  a testimonianza che sono proprio gli uffici governati da Salvatore Di Landro quelli che in questo momento rappresentano l’avanguardia della lotta alla ‘ndrangheta che non a caso ha più volte tentato di colpirli – la Cassazione ha bocciato la sentenza dei giudici di merito che «dopo aver accertato che il Matacena si era accordato, tramite un esponente della cosca Rosmini, con potenti cosche che operavano nella provincia di Reggio Calabria per ottenere l'appoggio di dette cosche alla sua elezione, hanno concluso che nessuno dei comportamenti addebitati al Matacena aveva apportato un significativo rafforzamento della cosca Rosmini».
L'ex deputato, eletto nel 1994, era stato coinvolto nell'inchiesta “Olimpia 3”. Secondo la Suprema Corte – scrive il collega Lucio Musolino su www.corrierecalabria.it –  il fatto che sia stato processualmente accertato che Matacena cercò l'appoggio della 'ndrangheta per la sua elezione alla Camera nel 1994, non è un fatto da trascurare.
«In questa impostazione della sentenza però – prosegue, infatti, la sentenza di terzo grado – si è trascurato di prendere in considerazione un aspetto essenziale, costituito dal fatto che la sola stipulazione del patto, se caratterizzata da serietà e concretezza, era in grado di incidere positivamente sul rafforzamento della cosca Rosmini, ponendola in una posizione di prestigio nei confronti delle altre cosche dal momento che era diventata, per diretta investitura del Matacena, un punto di riferimento per le altre cosche e di coordinamento delle strategie attuate dalle stesse».
Lo stralcio di Olimpia 3 torna dunque in Corte di Assise di Appello che dovrà emettere una nuova sentenza rivalutando la portata dell’accordo stipulato da Matacena con le cosche, tramite Giuseppe Aquila, ex consigliere provinciale condannato per mafia. Aquila, infatti – prosegue Musolino – era stato candidato nella lista di Forza Italia ed eletto grazie ai voti Rosmini, lo stesso clan che non avrebbe fatto pagare il pizzo alla società dei Matacena impegnata nel rifacimento della strada litoranea reggina.

E il collega Claudio Cordova aggiunge: “…Matacena dovrà tornare a difendersi, mentre proseguirà l’altro procedimento, tuttora in corso, che lo vede alla sbarra: quello che lo vede imputato insieme all’ex presidente del Tar di Reggio Calabria, Luigi Passanisi, che avrebbe accettato la promessa di ricevere 200mila euro allo scopo di favorire Matacena (e il suo gruppo) nei ricorsi contro il provvedimento con il quale l’Ufficio Marittimo di Villa San Giovanni aveva rigettato alcune richieste della “Amadeus S.p.A.”, la società, di proprietà dello stesso Matacena”.

LO STESSO FILM

Se la Calabria non avesse, volontariamente, la memoria corta che ha, ricorderebbe quella stagione che ha delle straordinarie e incredibili analogie con quanto sta accadendo oggi.

1) I magistrati sotto scacco dell’attuale miscela mafioso-borghese-massonica sono gli stessi: Cisterna, Macrì, Mollace e, statene certi, da qualche parte qualcuno starà servendo un bel piattino avvelenato a Pennisi. Coincidenze? E come no…

Ciascuno di loro – chi più chi meno, e sotolineo chi più chi meno – anziché abdicare alla lotta alla mafia in Calabria, ha pensato di continuare a fare il proprio mestiere: togliere ossigeno a quella miscela sempre pronta a esplodere. Due di loro, in particolare, siedono (è un dato di fatto non un giudizio) alla destra di un padre la cui poltrona fa gola a molti. Le poltrone, per quei pochi che non lo avessero capito, sono quelle di Piero Grasso (Dna) e Salvatore Di Landro (Procura generale di Reggio). Lo sto scrivendo da mesi e ora vedo che finalmente se ne accorge anche qualcun’altro.

Non solo. Quello che siede alla destra di Grasso, vale a dire Cisterna, può legittimamente ambire alla poltrona di Procuratore di Reggio Calabria, un altro, Macrì, può legittimamente aspirare a quella stessa poltrona che prima o poi Grasso lascerà. Coincidenze? E come no….

2) Impossibile pensare che dietro questo scontro micidiale nella magistratura non ci sia un’abilissima regia che, statene certi, è stata architettata, discussa, approfondita e continuamente aggiornata in qualche loggia deviata di Reggio. A decidere un comitato strettissimo di politici in servizio permanente effettivo per conto delle cosche da cui traggono e forniscono alimento. C’è un’anima nera – in particolare – che siede al desco di chi governa oggi, come governava ieri, e che rappresenta il collante con tutte le cosche reggine.

Un’anima nera che negli anni scorsi parte della magistratura reggina – a partire da Salvo Boemi – ha cercato in ogni modo di colpire ma non ce l’ha fatta e oggi è più indisturbata e più forte di pria. Insieme a loro il gotha della mafia reggina: Condello-Libri-De Stefano.

Girano delle intercettazioni telefoniche in cui esponenti della cosca parlano di un magistrato della Dda di Reggio, solo e con la morte sulle spalle, impegnato in prima linea nel tentativo di spegnere la miccia di quella miscela esplosiva. Cosa dicono di lui? Lo deridono dicendo che se continuerà così sarà trasferito a Canicattì. Una cosa di una gravità assoluta perche delle due l’una: o hanno fondati motivi per saperlo o mentono. Qualcuno troverà il modo di far risultare che i picciotti in questione sapevano di essere intercettati e dunque prendevano in giro la sala ascolto della Procura?

La cosca De Stefano-Tegano è la stessa che, secondo l’accusa dei pm antimafia di Catanzaro, 10 anni fa ordiva contro la magistratura reggina ora diventata un covo di mafiosi. Coincidenze? E come no…

3) I media – oggi come allora – stanno giocando un ruolo fondamentale. Non parlo tanto dei portavoce della Procura travestiti da giornalisti, dei giornalisti incompetenti che scrivono perché la vita non li ha portati a vendere giornali o di quelli in buona fede che scrivono anche se non capiscono una cippa di dinamiche reggine. No no. Parlo soprattutto di una sottile strategia di comunicazione che delegittima, discredita, uccide. Coincidenze? E come no…

Una coincidenza è una coincidenza, due sono una stranezza ma tre sono un complotto scriveva Agatha Christie. Giudicate voi cari amici di questo umile e irriverente blog. Magari anche grazie a ciò che scriverò domani per accompagnare il viaggio del ministro Nitto Palma.

1 – to b
e continued

r.galullo@ilsole24ore.com

p.s. Invito tutti ad ascoltare la mia trasmissione su Radio 24: “Sotto tiro – Storie di mafia e antimafia”. Ogni giorno dal lunedì al venerdì alle 6.08 circa. Potete anche scaricare le puntate su www.radio24.it. Attendo anche segnalazioni e storie.

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  • bartolo |

    caro galullo,
    credo che ci sia poco da ridere quando un criminale si permette di collocare degli ordigni bellici nel centro di conglomerati urbani e fin dentro edifici e pubbliche istituzioni. ridono, appunto, soltanto i criminali, abbondanti nel porcilaio reggino.
    la saluto anch’io.
    e, in quanto conoscitore della ndrangheta, la mia gratitudine è tutta per il dottore cisterna che ha provveduto ad inoltrarmi in un’odissea giudiziaria che mi ha fatto sopravvivere in apnea per 18 anni.

  • galullo |

    Bartolo Iamonte,
    spero che si renda davvero conto di quel che scrive quando dice che il nino-nano (o nano-nino) ha acceso i riflettori sul malaffare reggino.
    Questo farebbe torto alla sua grande conoscenza della ‘ndrangheta: non può non sapere, infatti, che quella ordita con la tragediata “Lo Giudice” è una tempesta perfetta i cui autori in questo momento stanno ridendo a crepapelle e stanno foraggiano la mafia politico-borghese-massonico in vista dei nuovi affari
    saluti
    roberto

  • bartolo |

    grande galullo!
    lei oltre ad essere un bravo giornalista è anche molto coraggioso. ma questo non significa che il suo impegno sia profuso a vantaggio della verità, sul porcilaio reggino. è come se fosse stato bendato e deve attraversare i vicoli di questa città, tra un’istituzione e l’altra, ricoperti di carboni ardenti e a piedi scalzi. ecco, l’impresa è ardua. per cui è costretto, ora ad attingere aiuto tra gli ndranghetisti politici, ora tra quelli in toga, ora tra gli ndranghetisti propalatori di notizie false; nulla prende, invece, dai paralitici-disadattati-cialtroni. e fa male. perché, come dice bene un giornalista tedesco nella prefazione di un libro pubblicato in germania da un calabrese, la storia della ndrangheta non può essere raccontata dagli antindranghetisti, bensì da coloro che l’hanno fatta, la ndrangheta. e chi l’ha fatta, guarda caso, oggi, ma anche ieri con la mutilazione dalla legge sui pentiti della possibilità anche di dissociazione, è messo nella condizione di non poter parlare. caro galullo, per quanto è falso lo giudice, il nano, non dimentichi che è colui che ha acceso i riflettori mondiali sul porcilaio reggino, consentendo al mondo intero di schifarsi di un’antimafia che si pavoneggia ad eroina, rastrellando migliaia di poveri cristi legati per ignoranza e sottosviluppo ad una cultura arcaica che continua ad affascinare, grazie al terrorismo mediatico, un consistente numero d’idioti nel mondo del malaffare ed anche in quello dei professionisti frustati; e, non ultimo, tra la società civile.

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