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L’ombra della mafia garganica a Pescara: il terremoto non è l’unica sciagura in Abruzzo

Il 12 settembre la Guardia di finanza e la Questura di Pescara hanno sequestrato – per ordine del Gip Michela Maria Di Fine, su richiesta del sostituto procuratore, Gennaro Varone – quattro società di capitali e relativi rami d’azienda che gestiscono alcuni dei più noti e frequentati bar della città. Si tratta dei centralissimi e frequentatissimi Caffè Venezia, Bar Caffè Venezia, la panetteria Piglia la Puglia, il ristorante pizzeria Università della pizza e il pub Piano terra, tutti riconducibili alla famiglia Granatiero di Manfredonia (Foggia). Sotto sequestro anche i saldi di conto correnti riconducibili a persone fisiche e giuridiche sottoposte alle indagini.

I reati contestati sono riciclaggio, impiego di danaro, beni o utilità di provenienza illecita, crimini che scattano quando si sostituisce o si trasferisce denaro proveniente da attività delittuose ovvero si compiono attività tali da ostacolarne l’identificazione e la provenienza delittuosa del danaro ed ancora chi lo impiega in attività economiche o finanziarie dissimulandone la provenienza.

L’attenzione degli investigatori è partita con l’espansione economica (dal 2003) nel territorio pescarese dalla famiglia Granatiero, protagonista di operazioni economiche di acquisizione e ristrutturazione di diversi esercizi commerciali che richiedono capacità economiche e disponibilità di denaro non giustificate dalle posizioni reddituali o dai ricavi d’impresa.

In pratica, un gruppo economico creato sostanzialmente dal nulla operante in un settore economico altamente concorrenziale e capace di acquisire, nel giro di pochi anni, prestigiosi punti vendita dislocati in luoghi strategici di Pescara.

Accanto alla verifica delle disponibilità finanziarie della famiglia pugliese e alla ricostruzione dei flussi di denaro impiegati per intraprendere le attività economiche avviate,  finanzieri e i poliziotti pescaresi hanno svelato i rapporti tra gli indagati e la famiglia Romito della provincia di Foggia, i cui componenti, scrive testualmente la Guardia di finanza nel comunicato stampa del 12 settembre, “sono stati imputati per associazione per delinquere di stampo mafioso nel processo denominato Iscaro-Saburo”.

Il capostipite della famiglia Romito, Franco, accusato di associazione mafiosa in un maxiprocesso nel 2004, venne prosciolto dalle accuse di associazione mafiosa, traffico di droga, duplice omicidio: aveva collaborato con i Carabinieri.

Il 27 giugno 2010 a Manfredonia venne ucciso nella sua auto Michele Romito, 23 anni, in compagnia dello zio Mario Luciano Romito, 44 anni, ferito lievemente. Sull’asfalto i bossoli di un fucile calibro 12 e di un kalashnikov.

Michele Romito era il figlio di Franco, l’allevatore-collaboreatore di giustizia ucciso poi a Siponto a colpi di mitra nell’aprile 2009 insieme all’autista Giuseppe Trotta. Le due vittime, a bordo di un’auto guidata da Trotta, erano dirette nel maneggio con pista kart dei Romito. Nel settembre 2009, Mario Luciano Romito era stato già bersaglio di un attentato esplosivo con un ordigno rudimentale piazzato all'interno della sua auto.
La morte di Franco Romito è da collegare alla sua collaborazione con i Carabinieri nelle indagini che portarono alle condanne per mafia della famiglia Libergolis, un tempo alleata dei Romito.

LAVORO CERTOSINO

Molti gli accertamenti economico finanziari condotti dalle Fiamme Gialle di Pescara per la ricostruzione delle dinamiche societarie, personali e criminali, riassumibili in tre distinte fasi:

1) dal 2002 al 2005 la famiglia Granatiero si è insediata a Pescara, eseguendo gli iniziali investimenti con l’apporto di capitali dei soci e, progressivamente, mediante l’intervento degli istituti di credito. Il primo investimento è del 14 ottobre 2022: 85 mila euro per acquistare il bar delle poste. Una operazione portata a termine tramite la società Ad Maiora Snc di Granatiero Sebastiano e C.

A marzo del 2003 la società viene rilevata da Sebastiano Granatiero e Valerio Argentieri (in modo nominale per quest’ultimo). Sempre tramite questa snc i due acquisiscono nell’ottobre 2003 il bar Pasticceria Jolly (poi Caffè Venezia). Costo dell’investimento: 165 mila euro.

A settembre 2003 ecco 284 mila euro per il pub Piano Terra, che richiederà altri 240 mila euro per la ristrutturazione.

Per questi investimenti (774mila euro) la famiglia Granatiero usufruisce di un mutuo: 140 mila euro (35mila euro utilizzati per il bar Jolly, 55mila per il pub) .Da dove arrivino gli altri 634 mila euro) non è dato sapere ma per la Procura «il denaro di provenienza sconosciuta è da ritenersi di natura delittuosa per l'entità complessiva delle somme impiegate non riconducibili a redditi dichiarati o a quelli di attività commerciale». Nel gennaio 2004 Ad Maiora snc prende in affitto un laboratorio di pasticceria;

2) dal 2005 al 2008, massiccio ricorso al credito bancario, attraverso cui le società in capo alla famiglia della Capitanata contraevano mutui per oltre due milioni e mezzo, sperimentando vari artifici contabili per occultare le ingenti entrate di denaro e contestualmente le uscite estranee alla gestione delle attività economiche.

Nel ottobre del 2005 la Finanza ricostruire una girandola di società che si passano le attività commerciali. Ad Maiora vende alla neonata Carol Cafè di Lucia Granatiero il Bar Poste. Tra gennaio 2007 e il dicembre del 2008 gli inquirenti registrano un afflusso di denaro contante di 131.500, «somme», annota la Procura, «che non hanno alcuna attinenza ai rapporti commerciali con clienti o fornitori».

A novembre del 2005 nasce Caffè Venezia Srl intestata a Anna Brigida (moglie di Sebastiano Michele Granatiero, titolare della Ad Maiora) e Severino Prato (marito di Lucia Granatiero della Carol Cafè). A quest'ultima società viene venduto il Bar Jolly di via Venezia. La stessa società ad agosto del 2008 acquisterà il Caffè Venezia di piazza Salotto.

Tra il novembre e dicembre 2005 gli inquirenti scoprono un nuovo consistente afflusso di denaro (tramite i soci): 440.450 euro in contanti «di provenienza delittuosa». Il locale di via Venezia godrà anche di un’ampia ristrutturazione che drenerà  600mila euro in contanti «di provenienza delittuosa», annota ancora il gip. Ma denaro contante nella Caffè Venezia srl, sostiene ancora la procura, ne continua ad arrivare anche tra l'agosto del 2006 e il dicembre del 2008 «alimentando la cassa», si legge nell'ordinanza, «mediante il solito partitario 'crediti diversi', che dissimula versamenti (per euro 582.181) e prelievi (per 1.036.623), prelievi grazie ai quali il denaro veniva riqualificato come reddito di impresa» e dunque ripulito.

Secondo quanto emerge dalle carte dell’inchiesta si sarebbe usato anche il trucco di spendere attraverso carte di credito collegate ai conti aziendali «provvedendo poi a ripianare gli stessi addebiti sui conti con versamenti in contanti». Per il solo 2006 gli inquirenti sostengono che il sistema sia stato utilizzato per 106.520 euro.

Con tutto questo denaro contante a disposizione però la Caffè Venezia srl ha acceso anche un mutuo. Come quello da 2,6 milioni di euro tra il 27 giugno del 2006 e il 15 dicembre del 2009. L’accusa sospetta che il ricorso alla banca sia stato per «occultare la disponibilità di denaro contante che, soltanto, poteva giustificare una simile esposizione, non fronteggiabile con i ricavi di impresa». Sebastiano Granatiero in una telefonata intercettata dice: “Un milione di euro, due milioni di euro, un prestito, un mutuo, dove non ti possono? ….capito…tanto ormai le banche ti danno tutto quello che vuoi!» «Il senso dell'affermazione era chiaro – scrive il gip – ovvero che sul denaro proveniente dalle banche non vi potessero essere controlli, trattandosi di una disponibilità alimentata da linee di credito ufficiali».

3) dal 2008 a oggi creazione di soggetti economici, diversi da quelli che si erano indebitati con gli istituti di credito, al solo fine di produrre ricavi e contestualmente canalizzarli verso le aziende maggiormente esposte a livello bancario.

Il teorema accusatorio si basa su una convinzione che la Procura sposa con l’aiuto di prove documentali e intercettazioni: la famiglia Granatiero «non aveva redditi tali da poter giustificare l'avvio di attività, la gestione e la ristrutturazione di locali a Pescara».

Il 6 settembre 2008 il ramo d’azienda Caffè Venezia passa in affitto alla Silvia srl di Giuseppe Prencipe e Pasquale Granatiero. Ma anche qui, sostiene la procura, la motivazione era chiara: «imputare i ricavi di quel ramo a società non indebitate con le banche». I ricavi venivano però poi girati alla Caffè Venezia Srl «attraverso la sistematica emissione di fatture per operazioni inesistenti». Un giochetto, scrive la collega Alessandra Lotti su www.primadanoi.it, che sarebbe stato fatto per 921.942,98 euro. In questo modo il denaro veniva riqualificato e diveniva provento di attività commerciale. Ma a maggio del 2010 la Silvia Srl sparisce e la Caffè Venezia passa alla neonata Granatiero Ristorazione srl.

A marzo del 2011 Caffè Venezia srl cede per 14mila euro alla Positano srl i rami d’azienda bar Venezia, la panetteria Piglia la Puglia, il ristorante Università della pizza e il bar Caffè Venezia. Sempre a marzo di quest’anno Caffè Venezia srl ha ricevuto in locazione per mille euro mensili dalla Positano Srl, il Bar Venezia, Piglia la Puglia e la pizzeria. I valzer continuano ancora fino a qualche mese fa quando Sebastiano Michele e Pasquale Granatiero, «pur restando gestori si spogliano delle proprietà, e restano solo gestori».

La società sarebbe stata creata solo per mettere in piedi un «soggetto economico estraneo alla situazione debitoria delle altre società dei Granatiero con gli istituti di credito». L'obiettivo, secondo l'accusa, era quello di produrre ricavi per canalizzarli verso Caffè Venezia Srl.

Per la Procura un riscontro, la ricostruzione di un testimone: «nel 2007 si è presentata l'occasione di poter effettuare una nuova apertura nel centro di Pescara e precisamente a piazza Salotto […] quindi i Granatiero, dopo aver provveduto ad acquisire la disponibilità delle licenze e dei locali hanno provveduto ad iniziare i lavori per quella che diventerà il bar Venezia. Contestualmente all'inizio dei lavori Granatiero Pasquale pensò di creare una nuova società che gestisse l'attività commerciale, la Silvia Srl, al sol fine di accollarsi senza pagare, i costi del personale e i vari debiti erariali. In tale ottica la Silvia srl si è fatta carico anche di dipendenti che di fatto lavoravano presso il Caffè Venezia srl, alleggerendo quest'ultima di ulteriori costi. Tutti gli incassi della Silvia Srl venivano girati, all'inizio in denaro contante, poi tramite assegni circolari, tutti al Caffè Venezia srl. Contabilmente, tali operazioni venivano giustificate tramite l'emissione di fatture aventi per oggetto la fornitura di cornetti, vino e prodotti di pasticceria, quasi tutte senza alcuna giustificazione reale. Infatti non esisteva la documentazione di supporto delle stesse. In sintesi, l'importo determinato dall'emissione della fattura derivava non dalla reale fornitura dei prodotti ma dal pareggio contabile. […] La regia di tutto era Pasquale Granatiero il quale entrava la mattina in ufficio e impartiva disposizioni su cosa fare. Inoltre la gestione di tutte le società faceva capo esclusivamente a lui, indipendentemente da chi ricopriva le cariche formali all'interno di ogni compagine societaria. Ho avuto l'impressione che a Pasquale Granatiero non interessasse minimamente la gestione economica di ogni attività commerciale nel senso che lui creava costi, aumentava debiti finanziari e spostava la liquidità tra una società e un'altra in modo irrazionale».

ALLA PROVA DEL RIESAME

Come scrive la collega Alessandra Lotti su www.primadanoi.it scatterà quanto prima la richiesta di dissequestro delle attività commerciali e ad annunciarlo è il difensore della famiglia Granatiero, Giuseppe Cantagallo. «Sui legami con la famiglia Romito – ha dichiarato – i miei assistiti sono esterrefatti. L’unico legame tra i Granatiero e i Romito è legato al fatto che entrambi risiedevano anni fa a Manfredonia. I miei clienti sono andati via da quel posto proprio per evitare contatti con questa gente».

L’avvocato punta anche sul fatto che la Procura aveva chiesto gli arresti domiciliari per due dei Granatiero poi rigettati dal gip Di Fine. «Questo fatto – ha sottolineato il legale – ci conforta».  Il gip evidenzia l’effettivo inserimento nella malavita pugliese dei Romito dai quali è derivata «in via diretta o indiretta la formazione (attuale o passata) dei capitali utilizzate dai Granatiero nelle attività economiche insediatesi nel pescaresi. Da qui la procura giustifica il processo di recycling e la finalità di introduzione dei proventi di origine criminale nel circuito dell'economia legale».

Il rapporto tra le famiglie Granatiero e Romito – ricostruisce Il Centro di Pescara- venne già esaminato dal Tribunale di Foggia nel 2003. Il giudice ritenne che non c’erano provati collegamenti economici tra i due gruppi. Nel 2002 i Granatiero avevano ceduto le quote della società Frullati di Frutta alla moglie di Mario Luciano Romito. Nel novembre dello stesso anno cedettero le quote di un’altra società, Centralbar, al figlio di Michele Antonio Romito, fratello di Franco.

r.galullo@ilsole24ore.com

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