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ESCLUSIVO/3 La cattura di Pasquale Condello: a guidare Ros e Sismi è stato Luciano Lo Giudice?

Cari amici, da qualche ora sto raccontando la parte vera della luna nera che agita i sogni dei lupi mannari calabresi. Lupi che si sono gettati, bava alla bocca, sul cadavere della Giustizia per fare strame di ciò che resta in Calabria, Racconto delle tragedie di Nino Lo Giudice e di suo fratello Luciano. Fratelli di cosca ma senza territorio (o almeno non più), una cosa che non si è mai vista nella storia della mafia.

A questo punto vi svelo alcuni retroscena del pentimento di Nino Lo Giudice. Siamo tra il 2003 e il 2004. Un personaggio calabrese legatissimo ad ambienti malavitosi “aggancia” la Procura nazionale antimafia e dice: so come portarvi a Condello e ad altri superlatitanti (vi racconterò presto chi). Bene. L’allora superprocuratore antimafia Piero Luigi Vigna prende subito a cuore la questione e coglie al volo la disponibilità del Sismi di offrire supporto alla cattura di Condello e altri latitanti.

A prendere materialmente in mano la vicenda – molto ma molto complessa, più di quanto voi possiate anche lontanamente immaginare – sono nel tempo (inutile tediarvi con i dettagli) diversi magistrati. Il primo è Francesco Mollace, che sarà colui il quale seguirà passo dopo passo la cattura del Supremo, colui il quale gli darà una caccia spietata. Sulla scena entra anche un sostituto procuratore antimafia: Alberto Cisterna. Con entrambi anche l’esperto Vincenzo, detto Enzo, Macrì, sempre della Dna.

Sarà Cisterna a“imbastire” la trama che condurrà Ros e Sismi (che in quegli anni istituiscono il servizio “criminalità organizzata” al proprio interno) a Reggio Calabria dove li attende un altro gancio calabrese. Chi è? Secondo quanto risulta dai rapporti tra Dna e Sismi sarebbe (il condizionale è d'obbligo) Luciano Lo Giudice il quale è impaurito come un cervo braccato all’idea di ciò che lo attende(rebbe): contribuire alla cattura di Pasquale Condello, il superlatitante e membro “Supremo” del gotha della mafia reggina che tutto può. Le altre due cosche sono De Stefano e Libri.

Non dimentichiamo che nel 2000 fu sempre Mollace a convincere a collaborare Maurizio Lo Giudice, uno dei 16 o 17 fratelli della cosca senza territorio.

Nel memoriale consegnato alla Procura – perché lo fa dopo i 180 giorni classici di legge entro i quali deve collaborare? Perché lo fa senza contraddittorio e riscontro alcuno? Perché lo fa fuori verbale? Risposte non so darne – Nino Lo Giudice dice espressamente che “per l’arresto di Pasquale Condello è stato personalmente interpellato il dottor Cisterna per voler mio …”.

Scopriamo, dunque, che dietro gli spifferi del fratello Luciano potrebbe (e ripeto potrebbe) esserci Nino. Vero? Verosimile, per il semplice motivo che né Alberto Cisterna né nessun altro avrebbe dato credito a Nino Lo Giudice (già straconosciuto alle Forze dell’Ordine e alle patrie galere) ma a suo fratello Luciano, fino ad allora incensurato, sì. O comunque di più.

Fatto sta che i Lo Giudice cominciano (o continuano?) a collaborare, spiegano le abitudini di Condello. Ros e Sismi verificano tutto e quando – anni dopo – lo arresteranno, verificheranno che molto di quanto i Lo Giudice gli avevano raccontato, era vero. Persino le abitudini alimentari e una smodata passione per i pop corn che il “Supremo” avrebbe volentieri divorato anche a colazione.

I Lo Giudice avrebbero portato dunque in qualche modo (se la ricostruzione che mio è stata fatta da una gola profonda che partecipò a questa serie di operazioni è esatta) Ros e Sismi a far arrestare la prima, strettissima cerchia di fedelissimi di Condello. Sono loro che avrebbero fatto arrestare i fidati fiancheggiatori ed è li che comincia a morire, giorno dopo giorno, la latitanza di Pasquale Condello che nel frattempo ha ampliato i suoi affari in tutta Italia (nei prossimi mesi vi racconterò cose interessanti sull’Emilia-Romagna).

Sono (sarebbero) loro – Nino e Luciano Lo Giudice – che verosimilmente saranno ospitati alcuni mesi proprio da Pasquale Condello durante la sua latitanza, costretto si a spostarsi per non farsi beccare ma sempre e comunque nei paraggi di Reggio Calabria. E’ comunque lo stesso Nino Lo Giudice a dichiarare nell’interrogatorio del 28 ottobre 2010 al pm Giuseppe Lombardo, che ha ospitato per alcuni periodi Pasquale Condello a casa sua nel periodo della latitanza. Gli affari si devono curare stando sul posto ed è sul posto che si domina anche la politica reggina.

A questo punto la domanda ulteriore è: perché Nino Lo Giudice tira fuori Condello fuori interrogatorio? Apparentemente è un suicidio. Un suicidio e un rischio – probabilmente calcolato – di mandare tutto a puttane.

Se sono stati loro – Luciano Lo Giudice come braccio armato e Nino Lo Giudice come mente – perché hanno deciso di fottere Condello?

Perché questa cosca senza territorio aveva idee di grandezze? Impossibile. A Reggio contano ora quanto il due di briscole quando regna denari.

Condello stava rompendo troppo gli zebedei, stava diventando il padrone assoluto e puntava a monopolizzare i rapporti con la politica reggina. Questo non andava in particolare alla cosca Libri che puntava invece a una condivisione verticistica: non  solo il “Supremo” e i suoi feroci scagnozzi ma spazio e vita agli stessi Libri e agli onnipotenti De Stefano.

Sintesi: sono (sarebbero) i Lo Giudice che collaborano inizialmente alla cattura del Supremo ma quest’ultimo – e non ci mette tanto visto il livello di corruzione all’interno della Giustizia e le mille spie a sua disposizione – dopo il suo arresto lo scopre e li mette alle strette.

Qui potrebbe entrare in gioco la verità preconfezionata, confusa e “tragediata” in cambio del salvacondotto per la famiglia, che rischiava (e rischia) di diventare carne da macello. E di qui – è un ipotesi giornalistica, di verità in tasca non ne ho – la disperata chiamata in causa di coloro, magistrati e Forze dell’Ordine, i quali potevano e/o dovevano, nella mente dei Lo Giudice, garantire l’impunità in cambio della cattura del Supremo. Una “tragedia” in cui, scopriremo, si mischiano verità senza riscontri alcuni, riferimenti a lotte tra magistrati, nuovi boss di Reggio Calabria e via di questo passo.

Difficile districarsi in questa matassa ma per ora la mia sensazione è quella di sempre: la ripetitiva capacità della ‘ndrangheta borghese ch
e riesce così a cogliere più piccioni con una fava. Anzi: con un agnello sacrificale.

Primo: distoglie dalla matassa politico-massonico-mafiosa che governa gli affari delle province a cavallo delle sponde dello Stretto. Immagino in questo momento le risate dei Piromalli, degli Alvaro e via di questo passo all’idea che un ex fruttivendolo come Nino Lo Giudice riesca a imbastire tutto ‘sto casino e tenere in scacco un intero plotone di uomini dello Stato. Risate che – del resto – si erano fatti con un altro fruttivendolo: quel Mico Oppedisano spacciato per boss della ‘ndrangheta dall’alto della sua…apecar, con la quale vendeva arance nelle campagne rosarnesi!

Secondo: avalla la teoria dell’inaffidabilità dei pentiti, con episodi che si ripetono a strettissimo giro di posta: la pentita Pesce che prima racconta e poi ritratta e ora Nino Lo Giudice che viene fulminato sulla via di Catanzaro. Avete fatto caso che Nino Lo Giudice non si oppone agli atti delle Procura di Reggio ma a quelli di Catanzaro?

Terzo: riesce in un miracolo già visto. Mettere molti magistrati l’un contro l’altro anche grazie all’abilità di squallidi professionisti, finanche della carta stampata, che nei Palazzi della Giustizia di Reggio sguazzano e sono messi di proposito per confondere e mestare nel torbido.

Quarto: distruggere carriere e offuscare immagini e ruoli della magistratura. Non spetta ovviamente dire a me se il magistrato Cisterna o Mollace o Tizio o Caio è innocente, corrotto, corruttibile o mafioso (e neppure me ne frega nulla del loro destino visto che io non sono amico di nessuno), ma di certo anche tra 100 anni, qualora la verginità di Cisterna, Mollace e Neri fosse interamente dimostrata e ostensibile come la Sacra Sindone, ci sarà sempre qualcuno – distratto, diffidente, in buona o cattiva fede – che tra sé e sé penserà: “mah…mi sembra che questo qui abbia avuto qualche ombra nel suo passato…”. Mi spiace dire la cruda verità: non riusciranno mai a pulirsi dal fango gettato loro addosso, se quel fango si dimostrerà lanciato da una macchina armata alla bisogna. Una macchia – anche una, per loro invisibile – sarà sempre scorta da chi vorrà vederla. E usata contro di loro.

Quinto: i missili terra-aria di questa perversa strategia arrivano dritti dritti per il Procuratore capo della Direzione nazionale antimafia Pietro Grasso e del Capo della Procura generale di Catanzaro Salvatore Di Landro. Cisterna e Mollace sono i loro numeri due ed è come se un domani ciascuno di noi si svegliasse scoprendo di avere accanto una compagna o un compagno che con noi è Mister (o Miss) Hyde ma in realtà è doctor Jekyll. Ma se tutta questa storia dovesse finire in una serie incondizionata di calunnie senza riscontri, anche il capo della Procura di Reggio Calabria, Giuseppe Pignatone, che sul fronte della lotta all’ala militare della ‘ndrangheta ha saputo mettere a frutto il lavoro di anni, ne uscirebbe con colpi bassi immeritati.

Bene. Per ora mi fermo qui. Tra brevissimo tornerò. Vedrete che vi divertirete.

3 – to be continued (le precedenti puntate sono state pubblicata il 16 e 17 maggio)

r.galullo@ilsole24ore.com

p.s. Invito tutti ad ascoltare la mia trasmissione su Radio 24: “Sotto tiro – Storie di mafia e antimafia”. Ogni giorno dal lunedì al venerdì alle 6.45 circa e in replica alle 0.15 circa. Potete anche scaricare le puntate su www.radio24.it. Attendo anche segnalazioni e storie.

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  • Ettore Ferrero... |

    Caro Roberto Galullo,
    Spero vivamente,che a breve la cattura di uno dei più temuti superlatitanti di ‘ndrangheta inseriti nell’elenco dei 14 stilato dal Ministro dell’Interno,Condello Domenico,che presumo,ancora,Capo e “mente”della cosca omonima,ricercato dal 1993 con l’espiazione della pena all’ergastolo,venga catturato dalle Forze speciali – Ros dei carabinieri e Sezione catturandi della Ps -,perchè ritengo, che l’arresto porterebbe ad un’acquisizione di superiorità dello Stato nei confronti di questa organizzazione criminale.
    Oltretutto, ciò non basta.Di più.Sempre osservando la lista dei superlatitanti,cosa aspettano i vari Ministeri – Interno,Difesa,Giustizia – a far espatriare dalla Svizzera, il ‘ndranghetista Michele Varano Antonio,che se pur essendo stato arrestato nel 2009,lo Stato elvetico NON accetta la validità della sentenza di Cassazione, che esplicitamente ne richiede l’estradizione in Italia per essere giudicato di reati gravissimi.
    Un latitante,tal Varano,che non solo si fà beffa degli italiani onesti,ma che per paradosso continua ad essere oggetto di attività investigativa – l’ultima della GdiF. nel mese di Aprile c.a., che fa capo al Ministero delle Finanze – senza essere soggetto ad espatrio a livello internazionale,così come contempla la diramazione dall’11 Aprile 2000 del Ministero dell’Interno.
    Un superlatitante ricercato a livello internazionale,che si sà essere in Svizzera,nella quale è considerato, non un mafioso,ma un LIBERO cittadino, che,ovviamente,continua a perseverare nelle attività illegali.
    Mi dica Lei…

  • galullo |

    anonimo daniele (daniele chi?) la sua ignoranza o è cattiva fede o è frutto di una sua conoscenza (e dunque la sfido ad appalesarsi) o è cattiva informazione.
    Scelga lei.
    Confermo che Luciano Lo Giudice quando fu arrestato per usura risultava incensurato. Del resto, infatti, non gli fu riconosciuta l’aggravante mafiosa.
    Nella sua immensa ignoranza confonde il fatto che, minorenne, fu condannato se non ricordo male a 16 o 17 anni ma poi assolto in appello se non erro con formula piena. Ergo: incensurato come risulta da visura della banca dati delle Forze dell’Ordine.
    Studi, ripassi e poi riprovi a sfidarmi
    Bye bye anonimo

  • daniele |

    Prima di scrivere baggianate si informi meglio. Luciano Lo Giudice è stato condannato con una sentenza passata IN GIUDICATO, per associazione mafiosa. Aveva poco più di 18 anni. E anche la signora Legge lo sapeva…

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