I clan dei Casalesi fanno affari da Panama alla Nigeria: parola della Procura antimafia di Venezia

Cari amici di blog da alcuni giorni sto trattando alcuni aspetti di straordinario interesse che si trovano nell’ordinanza del 15 aprile 2011 con la quale la Direzione distrettuale antimafia di Venezia e i Carabinieri di Vicenza e Padova, con la cosiddetta “Operazione Serpe”, hanno scoperchiato un verminaio (anzi: un “rettilario”) che coinvolge fino al collo il clan dei Casalesi nel Veneto.

Non solo nel Veneto ed è questo il dato – a modesto avviso di questo umile blog – più coinvolgente.

Nei post (rimando all’archivio) ho dato ampio spazio al coinvolgimento di questa associazione a delinquere legata ai Casalesi, in Sardegna e nelle province di Trento e Bolzano.

Oggi mi dedicherò alle proiezioni in Africa, Panama, Slovenia e Romania, di questa associazione che – i magistrati – ritengono appartenere o quantomeno essere strutturalmente collegata ai Casalesi (nel post del 27 aprile viene spiegato perché). La base è sempre il Veneto ma gli affari sono in giro per il mondo.

La tendenza all’espansione – si legge nell’ordinanza – emerge anche con riguardo gli aspetti economico-finanziari e societari del gruppo imprenditoriale costituito attraverso l’attività usuraria e che si connotano talvolta dalla proiezione verso Stati esteri ove sono attenuate o non vigono norme antiriciclaggio limitanti le transazioni in denaro e la loro tracciabilità-trasparenza. In tal senso sono stati registrati interessamenti verso la Slovenia, lo stato di Panama, la Nigeria”.

Per la precisione tutto ruota intorno alla società Aspide di Padova che dapprima nasce come agenzia di vigilanza e sicurezza e poi estende la sua ragione sociale al recupero crediti. Una società che cade nelle mani sbagliate, con personaggi che ruotano intorno al presunto capo Mario Crisci, nato a Napoli, residente a Ponte (Benevento) ma di fatto domiciliato, scrivono i pm, a Castel Volturno (Caserta), dove i Casalesi fanno il bello e il cattivo tempo.

Nella tarda mattinata del 17 novembre 2010 gli indagati trasferiscono la sede dagli uffici Aspide srl di via Lisbona 28/A in un capannone nelle vicinanze, sempre all’interno della zona industriale della città.

Il servizio di osservazione disposto dagli inquirenti permette di documentare le operazioni svolte e di riprendere l’abbandono nel cassonetto dei rifiuti di alcune pile di documenti, recuperati dalla polizia giudiziaria nel corso di un sopralluogo immediato.

E qui, scusate, apro una parentesi per complimentarmi con le Forze dell’Ordine. In un Paese come il nostro – che dimentica documenti dietro paratie dove sono stati sequestrati politici dai brigatisti, che fa sparire carte scomode e segrete, che fa a meno di cercare atti compromettenti e via di questo passo – anche la sola ordinaria e logica amministrazione è un fatto eclatante. Benvenga, dunque, rovistare nella monnezza se questo serve per far camminare le indagini e le inchieste.

La polizia giudiziaria, dunque, trova un foglio manoscritto inerente l’investimento “Gold Pakage” in Nigeria riferibile a tal “Johnny”.

Johnny è con verosimile certezza, secondo i magistrati, Johnny Giuriatti, nato a Padova, uno degli indagati.

Ora non siamo in grado di stabilire se “Gold Pakage” in realtà fosse “Gold Package”, vale a dire “Pacchetto d’oro”. Probabile che ci fosse un errore nella trascrizione o nell’appunto trovato.

Se così fosse appare curiosa una coincidenza. Leggo da www.allafrica.com che ad Abuja, capitale della Nigeria, il 27 febbraio 2011, il capo di una banca di microfinanziamenti, Johnson Okoruwe, è stato portato davanti all’Alta Corte con l’accusa di aver frodato i suoi clienti per circa 300 milioni di euro in un sistema progettato per generare enormi profitti.
Secondo il First information report (Fir) della Polizia, il dottor Okoruwe di Ugehlli, Stato del Delta, attraverso la società Gold Package Limited in combinazione con il Pacchetto oro Microfinanza Pay Bank Ltd, avrebbe ottenuto con l’inganno denaro da parte dei clienti in nome di presunti investimenti. I reati sarebbero stati commessi tra il 2008 e il 2010 con altri soggetti ancora in libertà.

IL RUOLO DI GIURATTI

E’ proprio Giuratti che intrattiene conversazioni che confermano, secondo la Procura, il suo pieno inserimento nel sodalizio associativo. Nell’ordinanza si legge che Antonio Parisi (altro indagato per l’associazione mafiosa) lo chiama per farsi dare il numero telefonico di tale “Mosca” di Panama. “La circostanza – si legge nell’ordinanza – dimostra come il sodalizio abbia relazioni economiche transfrontaliere con Stati ove non operano norme antiriciclaggio internazionali”.

Lo stesso Giuriatti si intrattiene telefonicamente con Antonio Parisi e Mario Crisci che non riescono a mettersi in contatto con Roberto Mosca (non indagato) di Panama e che vogliono che questo Mosca chiuda al più presto possibile un’operazione commissionatagli, tanto da minacciare di passare alle vie di fatto nei suoi confronti (“mi sa che sta esagerando.. nell’ ordine e' proprio il primo della lista, sto sistemando altre cose… quindi… parecchia gente a preso le botte in questi ultimi tempi, mo’ non voglio arrivare a litigare con Mosca”)

Il ruolo attivo del padovano Giuriatti (residente a Saccolongo) nell’associazione criminale per la Procura emerge anche da una conversazione intercettata il 5 novembre 2010 con tal Ivano Gottin (ormai spogliato delle sue aziende e ridotto a lavorare a stipendio fisso nelle imprese assorbite dal sodalizio) al quale offre di procurargli credito all’estero spiegandogli che un privato può aprire un conto corrente in Slovenia e che per ottenere finanziamenti è sufficiente stabilire la residenza in un albergo di quel Paese. Operazione di cui si occuperà Giuriatti, scrivono i pm, facendo pagare a Gottin (non indagato) 350 euro e spiegandogli anche che in Slovenia non ci sono norme antiriciclaggio a limitare l’entità delle transazioni in denaro.

Da un’altra intercettazione del debitore Guido Capozzo (non indagato) che parla con un altro debitore, emerge che Giuriatti ha venduto merce custodita in un capannone in Slovenia, di proprietà di un debitore, perché avanzava soldi da Crisci, il quale gli avrebbe riferito di tenersi così i soldi che avanzava dal gruppo.

Un classico – verrebbe da dire a questo punto – sono gli investimenti in Romania.

La Procura distrettuale antimafia di Venezia ha infatti documentato viaggi in questo Stato da parte di Antonio Parisi e Massimo Covino (indagato, napoletano ma residente a Lindlar, in Germania) per trasferivi denaro contante dovendosi per questo incontrare con un altro campano che vive in Romania. Nel corso di questa occasione è stato organizzato un controllo doganale e ai due sono stati trovati 18mila euro, provento di attività illecita.

Ma la Romania è un film già visto. Lì i Casalesi sono di casa da decenni. Volete mettere la Nigeria!

r.galullo@ilsole24ore.com

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