Indica un intervallo di date:
  • Dal Al

I clan dei Casalesi arrivano anche in Trentino e “strozzano” gli imprenditori in difficoltà

Alcuni giorni fa sul Sole-24 Ore è uscita una mia inchiesta sul nord-est (la terza di una serie sulle mani delle mafie nell’economia criminale nel nord Italia.)

A una mia esplicita domanda al sostituto procuratore nazionale antimafia Roberto Pennisi, consigliere della Dna con delega per il nord-est, sulla presenza delle mafie nel Trentino e nell’Alto Adige, la sua risposta è stata: “Le cosche non saprebbero neppure parlare l’italiano, figuriamoci il tedesco. La loro presenza è sporadica sia nella Provincia di Trento che in quella di Bolzano”.

L’onesta intellettuale di Pennisi, però, gli fa anche dire che le inchieste della magistratura arrivano sempre dopo la manifestazione dei fenomeni. Il ruolo di prevenzione è infatti degli amministratori, della classe dirigente (in primis della famiglia e della scuola) e dell’intera collettività amministrata,.

Se si va a leggere la relazione sfornata solo a fine dicembre 2010 dalla Procura nazionale antimafia, questi concetti appaiono ribaditi e chiarissimi. “Il distretto di Trento è sempre caratterizzato dalla non rilevante presenza di manifestazioni di criminalità comune – si legge infatti nella stesura a opera dello stesso Pennisi per il distretto del nord-est –  che per di più si estrinseca di norma in forma non violenta, e dalla assenza di stabili organizzazioni del tipo di quelle di cui all’articolo 416 bis del codice penale insediate nel territorio.

Le indagini della Dda di Trento, pertanto, si indirizzano soprattutto nei confronti delle organizzazioni, che ormai si possono definire senz’altro transnazionali, che si occupano del traffico di stupefacenti e del contrabbando di tabacchi lavorati esteri e che diventano oggetto della attività di indagine di detta Procura non già perché esse siano radicate nel territorio (per la verità di esse non si conosce la ubicazione territoriale, comunque da individuarsi all’estero), ma proprio per il fatto che la posizione di frontiera dell’Ufficio lo mette in condizioni di occuparsi, per competenza territoriale, dei fatti che interessano, per la prima volta, il territorio nazionale proprio in quella zona.

In ordine alle indagini relative al contrabbando, va detto che senza sosta sono  le importazioni di tabacchi lavorati esteri provenienti dai Paesi dell’Est europeo (Polonia, Ucraina, Moldavia, Ungheria), nonostante i sequestri effettuati, dovute alla enormità dei quantitativi di tali merci esistente ed all’elevatissimo numero di soggetti che di tali illeciti traffici si occupano”.

Come nota correttamente Pennisi, le inchieste arrivano sempre dopo.

E infatti il 15 aprile 2011 la Direzione distrettuale antimafia di Venezia e i Carabinieri di Vicenza e Padova, con la cosiddetta “Operazione Serpe”, hanno scoperchiato un verminaio che coinvolge fino al collo il clan legati ai Casalesi nel Veneto. A partire dall’usura.

Solo qualche settimana prima era stata la Dia di Napoli, in collaborazione con quella di Padova, a far venire alla luce le coperture e i prestanome dei Casalesi proprio nella città del Santo, nel settore dei rifiuti.

Nell’ordinanza della Procura distrettuale non mancano, purtroppo, i riferimenti alle ramificazioni dell’associazione a delinquere di stampo mafioso anche in altre regioni. Tra queste anche la Provincia di Trento e quella di Bolzano dove sarebbero almeno quindici le società cadute nella rete degli uomini dei Casalesi a partire dall’autunno 2009. Nell’ordinanza si osserva che le posizioni usurarie accertate tra Veneto, Trentino, Emilia-Romagna e altre regioni sono circa 60, ma che «questo numero deve ritenersi certamente provvisorio dato che per molti altri rapporti di finanziamento non sono stati fin qui acquisiti elementi utili per calcolare il tasso di interesse praticato».

Numeri precisi, del resto, è impossibile definirne perché anche in questa occasione – come del resto hanno già provato decine di indagini in Lombardia e in tutto il centro-nord – sono pochissime le persone che hanno rotto il muro di omertà. In un solo caso è stata sporta denuncia ed è partita un’indagine presso la Procura di Rovereto. Per il resto emerge «la pressoché totale assenza di denunce o semplici segnalazioni da parte delle vittime» e «un’omertà diffusa tra le vittime», come si legge nell’ordinanza, firmata dal giudice per le indagini preliminari di Venezia Luca Marini, che il 15 aprile ha portato in carcere o ad altre misure cautelari 29 persone, accusate di usura, estorsione e altri reati connessi, nonché di associazione per delinquere di stampo mafioso, in questo caso camorrista.

ADDIO “ROMANTICA” USURA

L’usura – è bene chiarirlo – non è più un’attività compiuta da singoli soggetti in grado di prestare soldi “a strozzo”. Negli ultimi decenni questo fenomeno è diventato l’espressione di un’articolata e professionale ragnatela al centro della quale il ragno che tesse è quasi sempre un clan o una cosca mafiosa.

La stessa Confesercenti – che ogni anno dà alle stampe il Rapporto Sos impresa in collaborazione con Libera – stima che ormai un terzo del giro di affari usurario sia direttamente riconducibile alle mani delle mafie che possono, del resto, contare su capitali illimitati.

Dall’usura, sempre secondo la stima di Confesercenti, ogni anno le organizzazioni criminali movimentano tra i 15 e i 20 miliardi nei prestiti usurari, ricavandone una quantità pari tra interessi e capitali strappati ai circa 200mila commercianti colpiti in Italia. Se sa queste cifre si aggiungono anche le famiglie e le imprese, è facile immaginare che queste stime siano calcolate per difetto. E – ribadiamolo – si riferiscono solo a quel “terzo” che le organizzazioni mafiose gestiscono direttamente.

La richiesta di applicazione di misura cautelare in carcere firmata il 25 marzo 2011 dal pm Roberto Terzo e controfirmata dopo pochi giorni dal Gip Luca Marini, analizza, dunque, la presenza di un’associazione legata ai Casalesi presente anche in Trentino-Alto Adige.

Cinque persone, tutte arrestate il 15 aprile, si legge
nell’ordinanza, “agendo in concorso tra loro, avvalendosi delle condizioni previste dall’articolo 416 bis del codice penale e qualificandosi come appartenenti al cosiddetto clan dei Casalesi, con più azioni esecutive del medesimo disegno criminoso, in tempi diversi, approfittando dello stato di bisogno dell’imprenditore Walter…omissis….legato a situazioni di difficoltà economica ed a loro ben noto, quale corrispettivo di prestazioni di denaro effettuate nei confronti della predetta persona offesa, si facevano promettere dallo stesso interessi e vantaggi usurari”.

Questa supposta associazione mafiosa – radicata perfino in Sardegna –aveva prestato all’imprenditore Walter…omissis…di Rovereto, nel corso del 2010, 40mila euro in cambio di interessi mensili di 4mila euro. L’interesse applicato era del 120% su base annua ma, non fidandosi dell’imprenditore, i cinque si erano fatti consegnare dallo stesso, in garanzia, alcuni assegni per un importo equivalente al finanziamento comprensivo degli interessi. “Con l’aggravante – si legge nell’ordinanza – di avere commesso il fatto nell’esercizio di una attività professionale e di intermediazione finanziaria mobiliare e con l’ulteriore aggravante di avere commesso il fatto in danno di una persona che si trovava in stato di bisogno”. Per finire, “con l’aggravante di avere commesso il fatto in danno di un imprenditore”. Si badi bene: le attività delittuose si sono protratte fino a marzo di quest’anno.

LE INDAGINI

Il 10 dicembre 2010 la polizia giudiziaria acquisisce una serie di atti e documenti relativi, tra gli altri, proprio all’imprenditore di Rovereto, raccolti in una cartellina verde con l’intestazione …”omissis…Walter”, con una scheda dattiloscritta datata 18 novembre 2009 che riepilogava debiti, crediti esigibili verso terzi (195mila euro) e partecipazioni societarie di Walter, con la specificazione del valore degli immobili intestati (amministratore e socio al 34% di una società immobiliare, proprietario di quattro appartamenti a Folgaria del valore di oltre un milione; amministratore e socio al 50% di un’altra società immobiliare proprietaria di un appartamento in Val di Non del valore di 300mila euro; socio al 30% di una srl di Trambileno, sempre in provincia di Trento; socio al 50% di un’altra società a responsabilità limitata sul quale non appaiono ulteriori specifiche).

Non c’è che dire! Per chi avesse ancora l’idea di una mafia rurale con coppola e lupara, eccoli serviti con la radiografia di un’associazione criminale che cataloga le vittime con scrupolo e annotazioni utili. Senza contare le campagne pubblicitarie!  “Si tratta evidentemente di documenti che il sodalizio criminale ha utilizzato nel novembre 2009 – scrivono infatti i magistrati – per svolgere una meticolosa attività di accertamento istruttorio patrimoniale nei confronti dell’…omissis…preliminarmente alla concessione del prestito, successivamente erogato perché il debitore poteva offrire in garanzia quote societarie, immobili, cessione di crediti vantati verso terzi”. Questa sì che è mafia imprenditrice!

Tra i documenti di cui la polizia giudiziaria ha acquisito copia dall’archivio del sodalizio criminale spiccano quelli che documentano i movimenti di denaro fra i componenti del sodalizio e le società controllate. Tra questi documenti, anche un prospetto riassuntivo (catalogato dalla Procura come documento n. 6) delle operazioni di sconto degli assegni consegnati dai debitori vittime di usura dalle quali il sodalizio ha ricavato per il solo bimestre luglio-agosto 2010 ben 65.500 euro.

Un foglio dattiloscritto riepilogava in forma tabellare le operazioni di sconto assegni eseguite dal sodalizio presso una banca, con indicazione del “prezzo scontato” (al tasso di sconto del 20%) rispetto al “valore nominale di ciascun titolo”. Il tutto con riferimento ad effetti emessi nel bimestre luglio-agosto 2010 dai debitori, emersi, nella quasi totalità, come usurati dalle indagini. Tra questi anche l’imprenditore Walter di Rovereto.

Nel pomeriggio dell’11 novembre 2010 uno degli indagati, nato a Napoli ma residente a Castel Volturno (Caserta), dalla macchina nella quale si trova con quello che i magistrati individuano come il capo dell’associazione criminale, contatta l’imprenditore Walter di Rovereto per avvisarlo di esser quasi giunti a Trento e di volerlo incontrare. Walter…omissis… dichiara la sua impossibilità a incontrarli perché si è presentata la Guardia di Finanza per fargli domande e richiedergli documenti (“le matrici” o “foglietti” ossia gli assegni, annotano i magistrati). Il duo campano si allarma e invitano a negare qualsivoglia rapporto e l’imprenditore, ormai in totale balia e soggezione, li rassicura dicendo di aver già dichiarato che gli assegni li aveva tratti per proprie spese personali.

Il 14 gennaio 2011 il supposto capo dell’associazione mafiosa ordina al suo braccio destro di chiamare il debitore Walter e di esortarlo a mandare i soldi, "altrimenti domani verso l'assegno…cioè se non arrivano un po’ di soldi oggi sulla carta che lui c'ha verso l'assegno … capito?".

Dal tenore delle conversazioni e dalla lettura congiunta con le altre complessive fonti di prova a carico del sodalizio – scrivono i magistrati – appare dunque evidente lo stato di debitore di Walter…omissis…di natura usuraria. Risulta altresì logico considerare gli assegni da 4.000 euro come garanzia del rateo d’interesse mensile per tal cifra (restituiti ad ogni versamento ottemperato), mentre l’assegno da 20.000 costituisce parziale garanzia del debito complessivo in conto capitale stimabile in 40.000 euro”.

A presto con nuovi dettagli sulla penetrazione degli uomini dei Casalesi in Trentino.

r.galullo@ilsole24ore.com

p.s. Invito tutti ad ascoltare la mia trasmissione su Radio 24: “Sotto tiro – Storie di mafia e antimafia”. Ogni giorno dal lunedì al venerdì alle 6.45 circa e in replica alle 0.15 circa. Potete anche scaricare le puntate su www.radio24.it. Attendo anche segnalazioni e storie.

p.p.s. Il mio libro “Economia criminale – Storia di capitali sporchi e società inquinate

  • galullo |

    Caro Andrea,
    effettivamente vivo la mia professione come una clausura. La mia vita è dedicata a libri da scrivere e da leggere, al blog, alle mie inchieste sul Sole e alle mie trasmissioni radiofoniche. E’ questo il modo che conosco per essere e rimanere in contatto con i lettori e radioascoltatori. Raramente – nonostante gli inviti pressanti – vado in tv. Raramente accetto di intervenire a incontri pubblici. Mi sembrerebbe di essere una Madonna Pellegrina (detto ovviamente con rispetto per la Chiesa). Sbaglio? Non lo so ma non mi interessa. La nostra professione è fatta di giornalisti che non sanno ma appaiono, sparano cazzate e hanno seguito. Peggio per noi. Peggio per voi.
    La seconda domanda andrebbe rivolta all’imprenditore ma converrà che vendere beni può tappare falle non sanare situazioni e rappresentano comunque, al pari delle attività imprenditoriali, frutto de lavoro e dei sacrifici. Non solo. Molti beni erano già stati rosicchiati dall’associazione a delinquere, boccone dopo boccone.
    cari saluti
    roberto

  • lezzi andrea |

    Gentile dott. Galullo, seguo con grande attenzione il suo blog e voglio espremerLe tutta la mia stima per il presidio di legalità che lei svolge.
    Volevo poi chiederLe 2 cose:
    1) Le capiterà di essere a Lecce o provincia nei prossimi mesi per qualche pubblico dibattito? Non ho notizie di incontri con i lettori…..
    2) Al fine di meglio comprendere determinate logiche, Le chiedo una risposta riguardo a questo dubbio che mi è sorto. Ma, porca miseria, l’imprenditore di Rovereto in questione, anziché mettersi nelle mani di questi farabutti, non poteva ottenere i 40.000 € dalla vendita (dirò di più, magari anche la svendita!!!!!) di uno dei suoi appartamenti?
    Grazie per l’attenzione che mi vorrà dedicare. Buona giornata
    Andrea Lezzi

  Post Precedente
Post Successivo