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ESCLUSIVO/9 Dietro l’attentato a Di Landro l’ombra dei servizi segreti deviati che a Reggio sono di casa

Scrivo oggi sul Sole-24 Ore nelle mie corrispondenze dopo l’attentato sotto casa del procuratore generale Salvatore Di Landro, che era dai tempi degli attentati a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino che un magistrato “blindato” non subiva un attentato sotto casa.

A differenza degli attentati dell’Addaura e via D’Amelio l’attentato non doveva uccidere ma intimidire un’intera città e la magistratura, a partire dai vertici.

Riporto su questo blog – anche per le migliaia di lettori che non sono ahimè contemporaneamente anche lettori del Sole-24 Ore – l’articolo principale che ho scritto oggi sul giornale ma approfondendolo di un aspetto che fa tremare parte della magistratura calabrese (quella sana) e lascia alla finestra invece la parte corrotta delle Istituzioni nazionali e locali: il ruolo dei servizi segreti deviati.

 

PROCURE IN ANSIA

 

Una procura, anzi due, sono scosse da continui scontri tra i magistrati, divisi tra chi vuole seguire un nuovo corso che non guardi in faccia a nessuno e chi invece è ancora attento a misurare ogni respiro. Oltre che nella procura generale, dalla quale ultimamente due sostituti hanno fatto le valigie, anche nella procura antimafia la tensione è forte dopo che le inchieste “Meta” e “Il Crimine” hanno colpito duramente le cosche ma hanno finora evitato il livello politico. Una procura antimafia dove la tensione è ancora più alta dopo le voci che danno per imminente la partenza del Procuratore Giuseppe Pignatone, con destinazione ministero della Giustizia a Roma: affari generali o amministrazione penitenziaria le sponde probabili.

La città è intanto lacerata da guerre per bande nel Comune dopo l’uscita di scena dell’ex sindaco Giuseppe Scopelliti diventato Governatore e non più in grado di garantire un equilibrio granitico.

La bomba è opera delle cosche ma nessuna di loro sarebbe così suicida da piazzarla autonomamente dopo che l’attentato del 3 gennaio 2010 alla Procura e la manomissione della macchina di Di Landro hanno raggiunto il solo scopo di blindare le certezze del capo della Procura generale: far viaggiare celermente i 45 processi in appello che da settembre, a partire dalla cosca Libri, vedranno sfilare i maggiori boss ai quali nessuno garantirà clemenza e benevolenza.Il solo ufficio gip del tribunale di Reggio Calabria – dichiara il sostituto procuratore nazionale antimafia Alberto Cisterna – ha emesso al 31 luglio oltre 800 misure cautelari; la sezione misure di prevenzione è al secondo posto in Italia per numero di sequestri e confische antimafia, malgrado il solo tribunale abbia una scopertura di 16 giudici e la situazione dei collaboratori di cancelleria sia di oltre 80 unità inferiore alle stime di fabbisogno minimo elaborate dal ministero della Giustizia nel 2001.

 

IL VERTICE IN CASA DI LANDRO

 

In piena notte, subito dopo l’attentato, a casa Di Landro si è riunito un vertice di magistrati e Forze dell’Ordine che ha ragionato su quale mano abbia stretto quella della ‘ndrangheta per complimentarsi dell’ennesimo avvertimento. Un vertice che ha affondato, non senza tensioni personali, l’analisi sulla presenza dei servizi segreti deviati nelle recenti storie reggine. Una mano che serve a sparigliare le carte e contribuire a quel clima di paura che a Reggio obbliga magistrati e inquirenti a guardarsi dal vicino di scrivania. Una mano vitale per chi in provincia vuole continuare a fare affari soprattutto ora che i soldi del decreto Reggio, quelli per Reggio città metropolitana e per il futuro Ponte sullo Stretto arriveranno a fiumi.

Questa bomba – è la ricostruzione intorno alla quale si è snodato il ragionamento – parte dalla microspia scoperta il 21 aprile 2007 nell’ufficio del procuratore aggiunto antimafia Nicola Gratteri, titolare di una delicatissima inchiesta che avrebbe chiamato in causa anche uomini delle Istituzioni. Ora si scopre che la microspia sarebbe stata registrata e data in dotazione alle Forze dell’Ordine nel 1991.

Non solo. In un pizzino Pasquale Condello, boss di ‘ndrangheta arrestato il 18 febbraio 2008, parla di una “toga sporca”. durante il vertice, la sorpresa comunicata tra colleghi: la grafia del pizzino non appartiene né a Condello né ai familiari nè ai più stretti sodali. Chi lo ha scritto e chi lo ha fatto rinvenire allora è la domanda che oggi a Reggio Calabria molti si pongono?

Infine l’ultimo perno intorno al quale ha ruotato il vertice in casa Di Landro: per la prima volta in un’inchiesta, “Il Crimine”, un arrestato, Giovanni Zumbo, commercialista di Reggio e proprietario con il padre di un negozio di ferramenta, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, ex segretario particolare di Alberto Sarra, attuale sottosegretario della Regione e uomo di fiducia di
Giuseppe Scopelliti
, viene intercettato mentre con i suoi interlocutori, secondo i magistrati, fa chiaramente riferimento ai servizi segreti. E intorno a quest’uomo si concentrerà la magistratura, che ha appurato che Zumbo conosceva per filo e per segno le mosse e le inchieste della Procura antimafia ed era in grado di comunicarle in tempo quasi reale ai clan Pelle, Ficara e Oppedisano. Del resto lo stesso procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, ieri ha detto chiaro e tondo che “altre identità si sentono minacciate dalle indagine reggine”.

 

UNA STORIA CHE PARTE DA LONTANO

 

 

Da decenni a Reggio Calabria chi conta e chi sa racconta di un intervento continuo, incessante dei servizi segreti deviati e dei pezzi deviati dello Stato nelle trame più oscure della regione.

In questo quadro si colloca anche l’ascesa negli anni anni ’70, all’interno della ‘ndrangheta, della famiglia dei De Stefano, che strinse un patto con l’eversione di destra, ambienti dei servizi segreti, la massoneria deviata e i grandi trafficanti internazionali di armi e droga. Questa alleanza consentì alla famiglia De Stefano di vincere la prima guerra di mafia, di liberarsi di alcuni vecchi boss e assumere ilo comando a Reggio Calabria. “Giorgio De Stefano – testimoniò l’ex santista e poi collaboratore di giustizia Giacomo Laurodiceva che era ora che si cambiassero le istituzioni e che bisognava aiutare la destra eversiva in quanto i comunisti ed i socialisti erano contro la ’ndrangheta”. E, guarda caso, a 40 anni di distanza, è ancora la cosca De Stefano a dettare legge a Reggio e provincia.

In un summit in Aspromonte, nel 1969, venne anche sottoscritta un’alleanza tra diverse cosche che permise la discesa in Calabria di Junio Valerio Borghese, Stefano Delle Chiaie e Pierluigi Concutelli, ma soprattutto la messa a disposizione di centinaia di uomini armati per la notte dell’Immacolata, l’8 dicembre 1970, quando in diverse parti d’Italia scattò il piano golpista di Borghese, poi passato alla storia come la notte di “Tora-Tora”, dal nome in codice dato all’operazione. Il contrordine, giunse all’improvviso, a colpo di Stato iniziato e mai si seppe perché venne dato.

 

LA BOMBA AL COMUNE DI REGGIO CALABRIA NEL 2004

 

 

Mentre tornano le intimidazioni al sindaco facente funzioni di Reggio Calabria, Peppe Raffa, va ricordato che il 7 ottobre 2004 altra, diversa e misteriosa intimidazione fu perpetrata ai danni dell’allora sindaco Giuseppe Scopelliti, oggi gaudente Governatore della Regione. Quel giorno  gli uomini del Sismi segnalarono un progetto di attentato nei suoi confronti. L’ordigno fu trovato in un bagno del municipo in seguito alla segnalazione del Sismi.

Alcuni giorni prima i servizi segreti avevano segnalato che Scopelliti era nel mirino della criminalità e per questo gli fu anche assegnata la scorta. Il Sismi, nella sua segnalazione, specificava inoltre tempi e modalità dell'attentato: il tritolo era nascosto dietro il water del bagno dell'ufficio comunale. Secondo ambienti investigativi, l’esplosivo non era stato ancora innescato al momento del suo ritrovamento.

Su quell’episodio si intrecciarono poi misteri mai chiariti – guarda caso e ancora una volta – che portarono anche a ipotizzare manovre eversive e diversive di pezzi deviati dello Stato e non solo

 

 

LE MINACCE ALLA FAMIGLIA LAGANA’-FORTUGNO

 

Ugualmente misteriosi e ancora avvolti dall’ombra dei servizi segreti deviati e dello Stato deviati che in Calabria può attingere a piene mani in ogni ordine e grado delle Istituzioni, con l’eterna regia delle logge massoniche coperte, gli episodi che riguardarono i falliti attentati, il 14 dicembre 2006, agli ospedali di Siderno e Locri accompagnati a minacce contro i familiari di Francesco Fortugno, il vice-presidente del Consiglio regionale della Calabria assassinato nell' ottobre 2005) è accusato di aver agito «in concorso con soggetti allo stato non identificati».

In quegli oscuri episodi entrarono un ex poliziotto e si indagò persino su un Carabiniere in servizio a Roma con un passato nel Sisde. Immancabile il ruolo della ‘ndrangheta che avrebbe messo facilmente l’esplosivo a disposizione. Una mano (sporca) non lava l’altra (ancora più sporca).

 

E DULCIS IN FUNDO…AGOSTINO CORDOVA E DE MAGISTRIS

 

 

In questo quadro come non ricordare che a pagare uno scotto pesantissimo per le loro inchieste sulle connessioni mortali tra massoneria deviata, pezzi deviati dello Stato e ‘ndrangheta sono stati prima Agostino Cordova, ex procuratore capo della repubblica di Palmi e in tempi più recenti l’ex pm di Catanzaro Luigi De Magistris?

Ma a Locri furono minacciati anche l’allora procuratore capo Rocco Lombardo e i giudici Bruno Muscolo e Nicola Gratteri.

Lombardo, in particolare, stava cercando di capire se nel sequestro di Roberta Ghedini, avvenuto agli inizi degli anni Novanta, i servizi segreti avessero avuto un ruolo e chi avesse materialmente il riscatto per la liberazione della giovane bresciana.

Oggi è un altro giorno e a Reggio la Giustizia ricomincia a mettersi in moto ma a ricominciare a tessere le trame oscure saranno anche i soliti “ignoti”. Finchè mi sarà possibile continuerò a raccontarvi quel che un giornalista vede, sente e percepisce.

10  – TO BE CONTINUED (si vedano i precedenti 8 post in archivio)

r.galullo@ilsole24ore.com

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  • Edgardo Lamolinara |

    Ma cosa diavolo aspetta l’ “osannato” Ministro dell’Interno Maroni a firmare un decreto di commissariamento del Comune di Regio Calabria? Sarebbe sufficiente? Non penso, ma almeno sarebbe un inzio. Io rimango letteralmente basito da quel che leggo ogni volta su questo ormai amato blog, e leggendo anche i commenti degli altri lettori non riesco a non pensare di quanto “faccia schifo” la Calabria, non certo per colpa dei suoi abitanti, ma per colpa di uno schifoso intruglio di mafia, stato e servizi segreti deviati.
    Ogni giorno mi rendo conto sempre più che l’Italia che amo è teatro di avvenimenti che sono impensabili per un paese sviluppato e democratico. Non ci è bastata la storia di Cosa Nostra….trovo davvero molte similitudini con questo fenomeno chiamato ‘ndrangheta. E il mio interrogativo più grande è perchè si continua a voler tenere tutto insabbiato.
    La gente non sa.
    Grazie a lei egr. Dott. Galullo e grazie a tutti voi.
    Edgardo

  • galullo |

    Cari Molinaro, Pasquale ed Ernesto, a ciascuno una doverosa risposta.
    A Molinaro dico che se sapesse quante sono le falle di illegalità in Italia e se un giornalista cercasse di denunciarne una al giorno, probabilmente si rioccuperebbe di Lamezia tra 20 anni. So che è parecchio che non mi occupo di Lamezia e dintorni ma il unto è proprio questo: e’ impossibile stare appresso a tutte le schifezze di questo Paese.
    A Pasquale ho scritto nella mail privata che spero abbia modo di leggere.
    A Ernesto dico che quel che penso l’ho già scritto ma lo ripeto: le cosche possono assolutamente tutto. Finora non c’è stato niente e nessuno che sia riuscito a fermare il loro strapotere economico e politico. Ripeto quel che ho detto mille volte: a mio giudizio la Calabria è irrecuperabile. E’ un pozzo nero nel quale affoga la società e nel quale si abbeverano senza paura di contagio i poteri forti che, ripeto anche questo, vedono nelle logge massoniche deviate seduti pezzi dello Stato, cosche e professionisti.
    Dietro tutto questo sangue c’è la ‘ndrangheta reggina, lei mi chiede? La risposta è ovvio: sì. La ‘ndrangheta è Reggio Calabria e la sua provincia. Chiunque deve scendere a patti con le cosche reggine e della Piana.
    Saluti e spero non vi perderete il post che ho appena messo in linea
    roberto

  • Ernesto |

    collegandomi all’intervento del signor pasquale, giorni fa è stato commesso un altro omicidio legato alla così detta “faida dei boschi”. Si è saputo che i vertici dei Ros si stanno degnando di scendere fin qui giù per indagare su questa faida che da circa 2 anni sta mietendo numerose vittime. Questi omicidi sono dettati da una situazione di tensione per l’acquisizione del potere e degli inerenti affari nella zona a cavallo tra le 3 provincie: Catanzaro (zona jonica), Reggio calabria (zona jonica), Vibo Valentia (zona delle serre).Gli affari riguardano il traffico di cocaina (specialità dei reggini) e il traffico d’armi. Come al solito qui in Calabria si svolgono i più grossi traffici criminali d’Europa e nessuno osa intervenire con fermezza: governo o chi per lui. Altra cosa inquietante da rilevare in questa scia di omicidi è che gli ultimi due (quello di Soverato e quello di Palermiti) sono stati commessi entrambi davanti a centinaia di persone, proprio per palesare il fatto che “l’organizzazione” PUO’ TUTTO sul proprio territorio. I servizi segreti sono presenti e conoscono i fatti ma chissà per quale motivo, non intervengono. La gente ha paura, il futuro è sempre più nero ed inoltre si comincia a pensare che la Calabria faccia comodo a molti.
    Secondo lei dott. Galullo questa interpretazione può essere veritiera? Pensa che dietro tutto questo sangue sia riconoscibile la ‘ndrangheta reggina? E’ possibile che questa organizzazione sia “lasciata in pace” dai servizi? Aspetto con ansia una sua opinione sui fatti.
    grazie
    ernesto

  • pasquale |

    Qualche giorno fa in spiaggia a Soverato (cz) quatto colpi di pistola calibro 7.65 per eliminare un uomo di 40 anni.
    Una esecuzione in piena regola sotto lo sguardo atterrito della gente comune.
    La moglie con un cucciolo di uomo di otto mesi in braccio a pochi metri dalla testa crivellata dai colpi del marito.
    Sono stato il primo ad avvicinarmi allo sprovveduto nel tentativo di rianimarlo come il primo ad osservare gli occhi del bambino…
    Tutto inutile come tutto inutile e’ il tentativo di magistrati onesti a contrastare il fenomeno massonico-mafioso.
    Sono stati gia’ eliminati alla nuca da uno stato post-umano.
    La Calabria e’ la coscienza sporca dell’Italia.

  • Roberto Molinaro |

    Caro Roberto Galullo, ammiro ed approvo come sempre tutto quello che scrivi anche se mi rincresce il fatto che recentemente non stai piu’ parlando di quello che succede a Lamezia Terme. Ne avremmo veramente bisogno. Esprimo la mia piena solidarietà a tutti i magistrati reggini continuamente colpiti con intimidazioni vigliacche quanto meschine. Rabbrividisco, però, nel pensare che su ciò debba indagare la Procura della Repubblica di Catanzaro. Basta leggere solo alcuni atti dell’inchiesta Why Not di Luigi De Magistris per comprendere come sia impossibile che le indagini possano avere un corso regolare. Come possono indagare sui fatti di Reggio Calabria coloro che sono indagati proprio per non avere indagato su questioni riguardanti potenti lobby affaristiche-politiche-Ndranghetistiche a pochi chilometri di distanza? Come possono indagare nel permanere delle proprie funzioni dell’Avvocato Generale della Procura di Catanzaro Dolcino Favi? Come possono indagare in una Procura, come quella di Catanzaro, ove le fughe di notizie provengono dal suo interno, ed, ove superpremiati investigatori, ovviamente promossi ad incarico superiore, nel parlare al telefono con noti colletti bianchi della Ndrangheta Lametina rivelano segreti d’ufficio ed addirittura riferiscono che devono eliminare (“togliere di mezzo”) questo e quello (di certo non mafiosi ma imprenditori antimafia)? Come possono indagare in una Procura, come quella di Catanzaro, ove alla DDA di Catanzaro, sempre a causa di superpremiati investigatori, le indagini vengono aperte a carico di chi si oppone alla Ndrangheta semplicemente perchè ci si mette daccordo con i soliti colletti bianchi al fine di farsi inviare per posta denunce anonime con contenuto ovvio e pilotato quanto inverosimile. Come possono indagare in una Procura, come quella di Catanzaro, ove al piano di sotto, alla Corte di Appello di Catanzaro, in ufficio e posizione delicatissima, vi lavora la moglie di un noto estorsore ed usuraio della Ndrangheta Lametina, di recente arrestato, ed ora sotto processo dibattimentale per analoghi reati, anch’essa presunta rea di essere stata informata anzitempo di intercettazioni a carico del marito, ovviamente, da qualcuno del medesimo palazzo? Pensate possa esserci una via d’uscita?

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