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Dimenticare Palermo/ Le madri “bottane” e le medaglie della legalità rifiutate dalle famiglie dello Zen

Chi ha seguito nei giorni scorsi il Sole-24 Ore sa che sono stato a Palermo ospite dell’Associazione nazionale magistrati (Anm) che ha organizzato una giornata in memoria della strage di Capaci avvenuta 18 anni fa.

Chi ha letto il giornale avrà seguito anche i miei reportage sulla scuola Giovanni Falcone nel quartiere Zen. Nell’ultimo servizio, uscito ieri, domenica 23 maggio, ho raccontato molto ma non tutto di quella scuola.

Ho raccontato di un preside eccezionale, Domenico Di Fatta, che ce la mette tutta per arginare la cultura mafiosa in una scuola e in quartiere continuamente devastati e vandalizzati.

Ho raccontato molto ma altre cose le racconto oggi a voi, amati lettori del mio umile blog.


LA CULTURA TALEBANA DELLO ZEN E LA SCALTREZZA DI BRANCACCIO

Vedete, se vi racconto dello Zen è perché nonostante gli indubbi successi repressivi, nonostante il cuore delle associazioni, nonostante l’enorme strada compiuta da Confindustria che al suo vertice ha uno straordinario presidente come Ivan Lo Bello, nonostante la bravura dei magistrati, nonostante gli sforzi della Chiesa e a dispetto della nullità della politica, mai come questa volta sono tornato da questa splendida città con il magone e una brutta sensazione: che si stia clamorosamente arretrando nella lotta alla cultura mafiosa e allo strapotere economico e sociale di Cosa Nostra.

E’ come se si fosse arrivati al punto di svolta e se la Politica (non la politica disgustosa a livello locale e nazionale ma quella, se esiste, con la P maiuscola) non imprimerà una svolta, il rischio è che Palermo non svolti. E se non lo fa Palermo, figuriamoci il resto della Sicilia, a partire da Catania, Trapani e Agrigento, le cui province sono letteralmente “divorate” dalle cosche. E se la Sicilia torna indietro, l’intero Paese ne soffrirà proprio nel momento in cui la criminalità organizzata arraffa pezzi sani della società e dell’economia a partire dal Nord.

Lo Zen, nato da una contorta visione architettonica che voleva diffondere l’espansione al nord della città e ha invece creato dei ghetti mafiosi, culla la manovalanza da quattro soldi di Cosa Nostra. Ospita gli spacciatori, protegge qualche latitante, gestisce il traffico delle merci contraffatte, sfrutta e bastona i neri, ospita riunioni di capobastone, fornisce ragazzini a vagonate per le spedizioni, le punizioni, i ricatti, le ambasciate e a volte anche per gli omicidi, che si pagano quattro soldi. E’ il polmone dei quaquaraqua, è l’altro volto della mafia, quella borghese e dei colletti bianchi.

E’ il quartiere spregiudicato di Palermo, quello a pochi passi dal mafioso quartiere Brancaccio. La differenza è che a Brancaccio i capimafia insegnano ai propri figli il rispetto (di facciata e formale) nei confronti della scuola. Niente rogne, silenzio! Il silenzio che la mafia dei manager vuole su atti e fatti di mafia, la stessa strategia che i politici vogliono quando hanno in mente di porre il bavaglio alla libertà di stampa e alle inchieste della magistratura.

Lo Zen rispecchia invece la volontà animalesca di Cosa Nostra, la voglia di distruggere le Istituzioni, lo Stato e ogni cosa che lo rappresenti: a partire dalla scuola perché, come ben sapeva Gesualdo Bufalino, la mafia si sconfiggerà con un esercito di insegnanti.

Lo Zen rappresenta insomma il futuro militare di Cosa Nostra, quell’ignoranza gretta e devastante che copre le spalle e assicura ai mafiosi in giacca e cravatta la possibilità di entrare nelle professioni, di fare i magistrati, di fare gli avvocati, di entrare nella politica, di svettare in Parlamento, di frequentare logge deviate, di fare le leggi e di distruggere la legalità e la legge di Dio e degli uomini.

Ebbene la cultura dello Zen – anno domini 2010 – è la (non) cultura dell’estremismo malato dell’Islam (parlo dei talebani pronti a uccidersi e a uccidere per la loro delirante visione della religione e del mondo).

Lo Zen esprime la cultura che di seguito leggerete con i due episodi che mi ha raccontato il preside Di Fatta, che meriterebbe di essere portato agli onori della cronaca ogni giorno per quel che fa e per il coraggio che mette. Paura? Forse sì, non gliel’ho chiesto. Non ho avuto il tempo. Ma sono sicuro che mi avrebbe sorriso.

LE MADRI BOTTANE, ANZI PULLE

Ho scoperto che in dialetto palermitano puttana si dice “pulla”. Non mi chiedete perché ma questo pezzo di cultura popolare l’ho scoperto proprio allo Zen.

Nella scuola Giovanni Falcone i ragazzi si legnano ogni giorno. La violenza è il loro pane quotidiano. Cosa volete che sia per loro una sana scazzottata, mi dice Di Fatta. Sono abituati in tenera età alle cose peggiori e per loro guardare un film pornografico con i genitori è la norma. I servizi sociali qui hanno paura, così come hanno timore gli amministratori e spesso – duole dirlo – anche le Forze dell’Ordine. Negheranno, grideranno alla lesa maestà ma, credetemi, è così. La polizia municipale? Non sanno neppure cosa sia: qui smontano macchine in 5 minuti davanti a tutti. Tutti chi? A parte i delinquenti, non c’è nessuno e se entri (come ho fatto io tenendo di nascosto una macchina fotografica con cui ho fatto foto che sono state inserite ieri nella galleria che il rinnovato sito del Sole-24 Ore ha dedicato alla memoria dei morti a Capaci) c’è un “motore” (cioè un motorino) che ti segue, ti ferma e ti accompagna (nel migliore dei casi) fuori dalla Zen. Questo è successo a chi vi scrive. E bene mi è andata.

Le bottane, le pulle vi chiederete voi, cosa c’entrano? C’azzeccano, c’azzeccano, direbbe l’impomatato Tonino Di Pietro.

Alcuni giorni fa due ragazzi, le cui madri sono amiche per la pelle, si sono legnati di santa ragione, senza che nessuno osasse intervenire. Quando le mamme (i padri non si vedono mai, spesso perché entrano e escono dalla galera, comunque perché non è cosa da uomini andare a scuola per parlare con i professori) hanno saputo che a ciascun figlio era stato riferito da alcuni compagni di scuola che l’uno spifferava in giro che la madre dell’altro era una puttana, una pulla. E giù botte per far capire chi fosse più uomo. Quando le madri hanno appreso la storia dalla viva voce dei figli si sono sentite risollevate, hanno abbracciato i propri figli dicendo loro: bravi. Insomma: l’onore era salvo. E il preside basito.

LE MEDAGLIE DELLA LEGALITA’

Seconda scena. Scuola Giovanni Falcone, anno domini 2010. Palermo (non Italia ma Iraq ai tempi degli Ayatollah). Il preside Di Fatta e il pm antimafia Vittorio Teresi, tra i più esposti sul fronte della lotta a Cosa Nostra, alcuni mesi fa hanno organizzato un processo simulato nell’aula bunker di Palermo (quella del maxiprocesso per intenderci). Lo hanno fatto dopo l’ultimo raid che si è portato via con il fuoco aule e palestre. Chi faceva l’incendiario, chi il pm, chi il giudice, chi l’avvocato della difesa, chi il membro della Corte. Ebbene alla fine dell’anno scolastico ai 20 ragazzi è stata consegnata la medaglia della legalità dopo quel processo simulato. In 17 – obtorto collo – l’hanno accettata. I padri di tre ragazzi (per questo affronto sì che ci volevano i masculi e non le femmine) le hanno riportate a scuola minacciando il preside più o meno così: “non vi permettete più di farci uno sgarro del genere”.

Voglio lasciarvi con una speranza: l’anno prima su 20 ragazzi premiati dopo un'altra rappresentazione di legalità, tutte e 20 le famiglie avevano riportato indietro le medaglie. L’anno scorso solo 3.

Aveva proprio ragione Bufalino: la mafia si sconfigge con gli insegnanti. Per questo le menti bacate di Cosa Nostra hanno paura della Scuola Giovanni Falcone. E per lo stesso motivo le menti “raffinatissime” della politica hanno paura della scuola intitolata al giudice e sua moglie e del preside Di Fatta.

Anno domini 2010, Palermo, Iraq talebana, dove lo Stato italiano ha mandato come ambasciatore un preside e non ha neppure il coraggio di aprire la caserma dei Carabinieri, pronta e continuamente saccheggiata. Amen

r.galullo@ilsole24ore.com

P.S. E’ in edicola (solo in edicola) il mio libro “ECONOMIA CRIMINALE- Storie di capitali sporchi e società inquinate”. Il costo è di 12,90 euro. So che molti lo hanno cercato in molte città i cui edicolanti ne sono privi. Ho segnalato all’Editore le disfunzioni e spero che mentre io scrivo voi possiate serenamente trovarlo in edicola. Se non è in quella sotto casa, abbiate pazienza e cercatelo in quella…più vicina. Grazie e scusate.

  • Giovanna |

    Carissimo, grazie per il messaggio senza quello a Vibo non mi avrebbero mai dato il libro! Ebbene le cose sono andate così: dopo una lunga giornata di corri e fuggi, mi fermo dinanzi alla prima edicola che incontro- non è dove mi rifornisco di solito, non conosco il tizio e lui forse non conosce me-; chiedo il sole24ore e mi consegna il giornale; chiedo:” ma scusi non è uscito anche un libro di Galullo?” “No” risponde il tizio. “Ma forse è uscito ieri?” incalzo io. “No, non so di che libro sta parlando ” risponde l’edicolante. Mi sento un pò stralunata e immediatamente penso di aver letto male il messaggio e quindi prendo il telefonino per meglio controllare. Il tizio mi guarda strano ed io comincio a mangiarmi la foglia! “Allora, ecco, carissima…ecc,ecc,” leggo il messaggio ad alta voce colorandolo con un pò di fantasia femminile. Il tizio si volta ,allunga una mano e prende un libro, me lo porge e mi chiede “Controlli se è questo” . Io rispondo “Ma certo è questo! allora c’era?” “Si” risponde quello ” li avevamo finiti e li abbiamo richiesti” “Ahhh!”esclamo io, ringrazio e torno a casa!
    Grazie Roberto.

  • Eleonora |

    Hai dato voce al nostro disagio quotidiano. Grazie!!!!! Eleonora

  • susi |

    Ho appena visto il video girato all’interno della scuola, veramente allucinante. Tutta la mia solidarietà al preside ed agli insegnanti, che corrono gli stessi rischi dei militari in zona di guerra. Grazie a lei, caro Galullo, che non si ferma davanti a niente e continua a fare nomi e cognomi.
    Susi – Livorno

  • adriana |

    E poi c’è qualcuno… in alto… molto in alto che pensa che far conoscere queste realtà significhi gettare fango sull’immagine della nostra terra. Io sono palermitana e quello che riesco a vedere in quello che ho appena letto è l’eroismo di coloro che credono nel cambiamento, nell’impegno e nel sacrificio di se stessi per una giusta causa!
    Orgogliosa di essere siciliana grazie a loro!!!

  • elvio |

    Secondo B. chi parla della Mafia fa male al Paese.
    Ringrazio Garullo per la sua testimonianza, tanto commovente quanto devastante, che ci racconta come davvero la Cultura, la Scuola sono alla base della civilità.
    Chissà se il governo e la classe politica lo capiscono

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