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Esclusivo/1 Non solo navi dei veleni affondate: il pentito Fonti trattò con servizi segreti, mafia e ‘ndrangheta per salvare Aldo Moro

La sua parola contro il resto del mondo.

Prove: zero. Possibilità di contraddittorio: zero. Testimoni a favore: zero. Testimoni a sfavore: tutti quelli che volete, a partire dalla sua stessa vita, redenta, ancora una volta, solo sulla sua parola. Supposizioni: tante. Incroci di verità: molti.

Poco (e pochi) o nulla potranno aiutare Francesco Fonti, 61 anni da Bovalino (Reggio Calabria), uomo che ha speso una vita nella ‘ndrangheta di San Luca, la capitale della criminalità organizzata calabrese. La ‘ndrina era quella dei Romeo, che a un certo punto diventò (e vedremo come e perché) la mejo cosca der Colosseo.

FONTI, L’UOMO CHE AFFONDO’ 3 NAVI DEI VELENI

Fonti è l ‘uomo che ha guidato la Procura distrettuale antimafia di Reggio Calabria e la Direzione

nazionale antimafia verso il ritrovamento delle navi dei veleni che, lui stesso, ha affondato (si leggano i miei servizi da Cetraro sul Sole 24 Ore del 16, 17, 18 e 20 settembre)

Oggi Fonti – che ho sentito anche questa mattina di una domenica che invece di passare in riposo passò studiando carte e lavorando – si trova senza protezione ed è stato chiamato due giorni fa dalla Procura di Paola a raccontare ciò che sa. Fonti, però, ha ribattuto che senza un nuovo programma di protezione non si muoverà di un millimetro dal Comune in cui risiede e il cui nome, qualche testa calda, ha provveduto a far trapelare dalle colonne di un giornale (noto anche per altre vicende).

Fonti ha raccontato al Sole-24 Ore, esattamente a chi vi scrive in questo momento, e al bravissimo collega dell’Espresso Riccardo Bocca fin dal 2005, i retroscena di quegli affondamenti chiamando pesantemente in causa servizi segreti e molti politici.

Tutto scritto nero su bianco in un dossier che Fonti ha consegnato nel 2003 a Enzo Macrì, grande magistrato della Dna.

Chi vi scrive in questo momento, ha avuto la possibilità di essere tra le pochissime persone a leggere le bozze del libro che Fonti ha scritto sulla storia della sua vita. Attende solo un editore che abbia il coraggio di pubblicare le “sue” micidiali verità.

Come questa, sconvolgente, che vi sto per raccontare e che non ha testimoni a favore di Fonti. La sua parola e i suoi racconti, ripeto, contro il resto del mondo.

GOVERNO, PARLAMENTO, COPASIR E COMMISSIONE ANTIMAFIA BATTETE UN COLPO

Non sta a me, a voi né giudicare nè credergli appieno. A me e a voi sta solo il dovere di ascoltare, leggere e interrogarci su questa storia che, avendo come molti di voi, una certa pratica giornalistica con le peggiori schifezze di questo maledetto Paese, ritengo personalmente degna di essere approfondita dalle Autorità competenti. A partire dal Parlamento, dal Governo, dal Copasir (il Comitato parlamentare per la sicurezza) e dalla Commissione parlamentare antimafia. Questo è l’appello che umilmente lancio. E questa è la storia di Francesco Fonti che un giorno incontra sulla sua strada la vita di Aldo Moro. E poco dopo, come tutta Italia, incontrerà la sua morte.

FRANCESCO FONTI PROIETTATO NELL’AFFAIRE MORO

A pochi giorni di distanza dal 16 marzo 1978, giorno del sequestro dell’onorevole Moro, Fonti viene convocato dalla sua cosca, Romeo, a San Luca e gli viene detto di andare a Roma in quanto dalla Dc calabrese erano venute pressanti richieste alle cosche per attivarsi al fine della liberazione di Moro. Pressioni – ricorda Fonti – erano venute anche dalla segreteria nazionale e dal segretario Benigno Zaccagnini (morto a Ravenna il 5 novembre 1989).

Fonti andò a Roma e alloggiò all’hotel Palace di via Nazionale dove incontrò vari agenti dei servizi segreti tra i quali uno che avevo conosciuto in precedenza tramite Guido Giannettini con il nome di “Pino” (che entra anche negli affondamenti delle navi dei veleni). Incontrò un non meglio identificato “cinese” che risultava essere un uomo della banda della Magliana e diversi calabresi che abitavano a Roma.

L’INCONTRO CON ZACCAGNINI AL CAFE’ DE PARIS

Ma Fonti afferma soprattutto di aver incontrato il segretario Zaccagnini al “Café de Paris” di via Veneto che pochissime settimane fa, il 23 luglio 2009, è stato tra l’altro posto sotto sequestro perché riconducibile, secondo la Dia, la Gdf e la magistratura, alla cosca Alvaro di Sinipoli (Rc)

LE PAROLE DI ZACCAGNINI, SCHIFATO DELL’INCONTRO

Zaccagnini, che ufficialmente difese sempre la “linea della fermezza dello Stato”, nei ricordi di Fonti, era “schifato” da quell’incontro. Disse infatti Zaccagnini, secondo la ricostruzione di Fonti: “..E’ un brutto momento per la coscienza di tutto il mondo politico e non avrei mai potuto pensare che oggi potessi essere seduto davanti a lei in qualità di petulante, ma è così. Non sono mai sceso a compromessi, ma se sono venuto ad incontrarla significa che il sistema sta cambiando, faccia in modo che quella di oggi non sia stata una perdita di tempo, ma piuttosto una svolta decisiva, ci dia una mano e la Dc di cui mi faccio garante saprà sdebitarsi”.

Prima di andarsene, disse: “…non ci siamo mai incontrati se ci saranno notizie che vorrà darmi di persona lo dica all’agente Pino”.

LA RISPOSTA NELLE PAROLE DI FONTI

Fonti fu schietto e diretto, cercando però di strappare un contatto diretto con Moro: “ Dottore, ci siamo già attivati per reperire informazioni adatte e che possano servire a porre fine a questa brutta storia, sicuramente le nostre ricerche saranno fruttuose e Le saranno comunicate da me stesso”.

Fu l’unica volta, però, che i due si incontrarono, nonostante Moro dal carcere in cui era stato segregato si rivolse per lettera a Zaccagnini, implorandolo di salvarlo.

L’INCONTRO TRA FONTI E CAZORA

Fonti incontrò allora il deputato dc Benito Cazora, siciliano di nascita e romano di adozione, morto nel 1999.

Benito Cazora è stato sempre citato in relazione a due episodi: una segnalazione che ricevette con riferimento alla zona di via Gradoli indicata come "zona calda" nella quale concentrare le ricerche e la questione delle foto scattate dal meccanico Gerardo Nucci, che abitava in via Fani, subito dopo la fuga del commando, che avrebbero potuto immortalare persone riconducibili alla malavita calabrese (foto che, consegnate al magistrato Luciano Infelisi, non saranno mai più ritrovate).

Cazora fu intervistato nel giugno 1997 dalla Rivista “Area” alla quale confermò di essere stato a un passo dalla svolta e di aver informato più persone del covo in cui Moro era segregato. Già il 15 ottobre 1993, però, intervistato dal Tg2 Cazora ricordò i contatti con la malavita calabrese, la quale gli preannunciò anche il falso del ritrovamento presso il Lago della Duchessa. Molte altre volte Cazora approfondì la questione con i media. Invano.

GLI INCONTRI CON I SERVIZI SEGRETI

Fonti incontrò anche il criminale romano Domenico Balducci, pezzo da 90 della Banda della Magliana e Giuseppe Santovito, capo del Sismi dal 1978 al 1981, iscritto alla loggia P2, che aveva avuto un ruolo di primo piano nelle indagini sul sequestro Moro. Santovito è morto il 5 febbraio 1984. Balducci fu ucciso a Roma nel 1981.

Fonti incontrò anche Natale Rimi, boss palermitano di Coda Nostra (arrestato in Spagna il 19 febbraio 1992) e l’appuntato dei carabinieri Damiano Balestra, già addetto all’ambasciata Italiana di Beirut, il quale gli disse che il colonnello del Sismi Stefano Giovannone, sigla in codice G216, gli aveva raccomandato vivamente di salvare Moro a tutti i costi.

LA STORIA DI STEFANO GIOVANNONE

Il Colonnello Giovannone, iscritto ai Cavalieri di Malta, aveva ricoperto l’incarico di capocentro del Sismi a Beirut dal 1972 al 1981. Era conosciuto tra le barbe finte come “Stefano d’Arabia” o “Il Maestro”.

Aldo Moro, di cui Giovannone era un fedelissimo, in due lettere scritte durante la prigionia, aveva auspicato l’intervento del Colonnello Giovannone per risolvere la “delicata faccenda” del suo rapimento.

Nel 1985 il giudice istruttore veneziano Carlo Mastelloni fece arrestare Giovannone con l’accusa di aver favorito il traffico d’armi fra l’Olp e le Brigate rosse.
Giovannone morì poco dopo agli arresti domiciliari, come Santovito “di morte naturale”. L’inchiesta del giudice Mastelloni verrà fermata dal Governo che sulla vicenda porrà il segreto di Stato.

Nel 1995 si suicidò anche il colonnello del Sismi Mario Ferraro. Il suo codice era G219. Ferraro era stato subalterno di Giovannone, ed era stato in Somalia.

CAZORA ERA L’UNICO A VOLERE MORO LIBERO

Per Fonti l’unico che agiva veramente per la salvezza di Moro era il deputato Benito Cazora.

Il 10 aprile 1997 Cazora, a Perugia, dinanzi alla Corte di assise dove si svolgeva il processo a carico dei presunti autori dell’omicidio di Mino Pecorelli, l’ex parlamentare dc, riferendosi all’intervento della ’ndrangheta calabrese nelle ricerche della prigione brigatista dov’era rinchiuso Aldo Moro nella primavera del 1978, afferma: "…tramite l’interessamento del segretario di Aldo Moro, Sereno Freato, riuscimmo a far trasferire dal carcere dell’Asinara a quello di Rebibbia un parente di Rocco (scoprimmo che era una persona che faceva di cognome Varone ed era il fratello di Rocco)…. Mi portarono sulla Cassia, all’altezza dell’incrocio con via Gradoli, e mi dissero: ‘Questa è la zona calda’. Riportai l’informazione al questore di Roma, il quale però mi telefonò riferendomi di aver fatto controllare ‘porta a porta’ via Gradoli senza trovare traccia del covo delle Br".

Il fratello di Rocco Varone era Salvatore Varone che aveva incontrato più volte personaggi politici affermando che "…posso dare informazioni sul covo dove nascondono Aldo Moro perché i calabresi a Roma sono 400.000 e possono controllare il territorio".

IL LAVORO “SPORCO” DI FONTI A ROMA

Fonti racconta di aver soggiornato circa due settimane a Roma raccogliendo un’enorme quantità di informazioni, incontrando personalmente anche uno dei massimi esponenti di Cosa Nostra, Stefano Bontade, “il quale – scrive Fonti – non sembrava affatto un mafioso, bensì un rispettabile uomo d’affari. Solo gli occhi, chi aveva la sfrontataggine di fissarlo ed io l’ebbi, tradivano la sua crudeltà ed il suo essere il “Capo”. Con me fu molto gentile e disponibile anzi confidenziale, arrivando anche a criticare qualcuno dei “capi” della “ndrangheta, poi mi disse “ciccio queste parole le tieni per te, va bene?

Fonti rivide Bontade (morto a Palermo il 23 aprile 1981) in altre occasioni, anche a Milano. quando gli riferì che stava entrando in società nelle televisioni private.

IL RIENTRO A SAN LUCA, IL RAPPORTO ALLA COSCA E GLI SFORZI INUTILI PER SALVARE MORO

Fonti rientrò in Calabria e fece “rapporto” a San Luca. Successivamente seppe che il suo era stato un lavoro fruttuoso ma vano in quanto erano arrivate indicazioni precise da Roma di “farci i fatti nostri”.

L’INCONTRO IN CARCERE E LE PAROLE DI MORETTI

Fonti, nelle sue peripezie nelle carceri italiane, arriva a incontrare in carcere, durante un corso di computer, Mario Moretti, che era stato condannato per l’uccisione dell’onorevole Moro. Per sua stessa ammissione aveva ucciso lui l’uomo politico.

Notai subito – racconta Fonti – che Moretti aveva un trattamento speciale e che era libero nei movimenti, lui stesso mi disse che ogni mese riceveva un assegno dal Ministero e che gli era stata garantita a breve la semilibertà. Alla mia domanda del perché di questo trattamento: in fondo era stato condannato a parecchi ergastoli e tutti pensavamo che non avrebbe più visto la libertà. Lui rispose sornione “se non mi fanno uscire svelo tutti gli altarini, conviene a tutti i politici che io resti muto”.

Durante la detenzione Fonti non si fece mancare nulla, compresi gli affari. “Furono fatti tanti affari di smistamento di droga tra le diverse famiglie – scrive nel suo memoriale che attende ora di diventare un libro – si sono fatte delle alleanze con turchi e con qualche colombiano che abbiamo conosciuto nel carcere. Parlo di traffici per centinaia di chili che transitavano nel Milanese. Anche a Opera c’erano delle guardie che si lasciavano comprare e noi li usavamo come postini”.

Questo il racconto di un uomo – gravemente malato – che non ha nulla da guadagnare o da perdere. Un uomo solo e isolato, che magari una parte deviata dello Stato vedrebbe volentieri subito morto.

Non sarebbe il caso che qualcuno lo proteggesse subito, lo ascoltasse ufficialmente e cercasse – laddove possibile – i riscontri alla sua verità? Ma forse non interessa proprio a nessuno…

roberto.galullo@ilsole24ore.com

1. to be continued

  • claudia79 |

    E poi ci dicono che lo Stato siamo noi, che lo Stato è sempre presente…si, solo quando gli conviene che lo Stato è di tutti, ma devono farsi gli affaracci loro il popolo non rappresenta più lo Stato…ma che vadano al diavolo!

  • Bruno |

    Io mi chiedo solo due cose:
    1) perchè queste cose vengono raccontate ma sono continuamente ignorate dal governo e dalla legge?
    2) Riguardo Mario Moretti: se era così scomodo, perchè non l’hanno eliminato invece che passargli soldi e sconti sulla pena? E’ anche molto più facile farlo e assicura che taccia per sempre…

  • Giuseppe Piazzolla |

    Egregio dott. Galullo, mi ricordo che tempo fa in qualche ‘Abuso al giorno’ aveva trattato l’argomento dei maltrattamenti nelle cliniche in sud-Italia. Ho letto un post sul sito de l’Incarcerato [http://incarcerato.blogspot.com/2009/09/lomicidio-del-maestro-piu-alto-del.html%5D che riporta una notizia data solo da un giornalista di Liberazione, Daniele Naldone, e riguarda una morte sospetta in un centro di Trattamento Sanitario Obbligatorio. Mi piacerebbe sapere se, come penso, sia una notizia di rilievo (per non dire grave). C.s. Giuseppe Piazzolla.

  • Mariangela Maritato |

    Dott.Galullo,
    la stimo molto per il suo coraggio, per la sua onestà intellettuale, la sua passione. Leggo il suo blog e mi viene da rabbrividire ma per fortuna si va avanti

  • Mary |

    Il sequestro Moro
    Andreotti fu un teorico della “linea della fermezza” e rifiutò ufficialmente ogni trattativa con i terroristi. Secondo gli atti processuali, è stato assolto per “prescrizione” e per “assenza di prove”. Ma gli atti processuali la dicono lunga “sul perchè” sia stato assolto. Sull’omicidio Pecorelli gli atti processuali spiegano tutto. Sugli altri omicidi, c’è la cronaca terrificante ribattezzata “Gli anni di piombo”
    Dopo una prigionia di 55 giorni durante la quale venne sottoposto ad un processo politico e venne chiesto invano uno scambio di prigionieri con lo stato italiano, il cadavere di Aldo Moro fu ritrovato il 9 maggio nel cofano bagagli di una Renault 4 rossa a Roma, in via Caetani.
    La strada si trova emblematicamente a poca distanza da Piazza del Gesù (dov’era la sede nazionale della Democrazia Cristiana) e via delle Botteghe Oscure (dove era la sede nazionale del Partito Comunista Italiano). L’auto dov’era rannicchiato il corpo dello statista Moro era parcheggiata simbolicamente a metà strada tra la sede della Dc e della Pc.
    La Gladio
    Il 1 ottobre 1956 era stata costituita, nell’ambito dell’Ufficio “R” del SIFAR, una Sezione Addestramento, denominata S.A.D. (Studi Speciali e Addestramento del Personale). La S.A.D. ai cui responsabili verrà demandato il ruolo di Coordinatore Generale dell’Operazione “Gladio”, si articolava in quattro gruppi:
    Gruppo Supporto Generale;
    Gruppo Segreteria Permanente ed Attivazione delle Branche Operative;
    Gruppo Trasmissioni;
    Gruppo Supporto Aereo, Logistico ed Operativo.
    Alle dipendenze della S.A.D. venne posto il Centro Addestramento Guastatori (C.A.G.) e la Struttura Segreta N.A.T.O. Stay Behind “Gladio”, la quale era così strutturata:
    1 Nucleo Informativo
    1 Nucleo Propaganda
    1 Nucleo Evasione e Fuga
    2 Nuclei Guerriglia
    2 Nuclei Sabotaggio
    per un totale di 40 Nuclei. Inoltre, esistevano altre 5 Unità di Guerriglia di Pronto Impiego in regioni di particolare interesse. Esistevano, a partire dal 1963 fino al 1972, altresì, 139 Depositi “Nasco”. Gli Statunitensi dotarono la Struttura anche di un aereo Dakota C47, nome in codice “Argo-16”, fornito per le operazioni di trasporto.
    L’assoluzione definitiva di Giulio Andreotti
    Quando hanno assolto “il Divo” mi trovavo in redazione e dovevo riportare la notizia. Studiai tutti gli atti del processo. Scrissi tutto, della prescrizione e delle “assenze di prove” in merito all’omicidio Pecorelli. Scrissi tutto. A mezzanotte tornai a casa in motorino. Il giorno dopo, sul quotidiano, il mio articolo era cambiato, tagliato. Nessun riferimento agli atti processuali. Solo propaganda.

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