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Massopolindrangheta a caccia grossa di Pierpaolo Bruni: vita dura per un pm che deve morire (non solo professionalmente)

Che ve ne siate accorti o meno in Calabria è partita da alcuni giorni una nuova puntata dello sport preferito dalla disgustosa (in massima parte) politica locale e dall’altrettanto raccapricciante coacervo di poteri forti – massoneria deviata in testa – che lì (e non solo) detta legge.

Lo sport preferito in Calabria è la caccia grossa e subdola al magistrato.

La caccia grossa – a pallettoni verbali, colpi di bazooka burocratici e missili giornalistici – deve però avere determinati requisiti, altrimenti il magistrato non viene “braccato”, “inseguito” e “cacciato” (c’è anche la variante impazzita che tanto piace alle cosche: “ucciso”). Anzi, il magistrato in quel caso, diventa uno di loro: di quel miscuglio vomitevole che governa questa regione benedetta da Dio e maledetta dalla politica.

E la ’ndrangheta direte voi? C’è, c’è, state tranquilli. La regia della caccia grossa è sempre nelle logge coperte dove la ‘ndrangheta dal colletto bianco sposa la politica dal conto in nero e la massoneria dal grembiulino sporco. Ricordatelo: sempre. E’ la massopolindrangheta bellezza!

Il magistrato da braccare e cacciare subdolamente deve dunque essere: bravo, cocciuto, preparato, motivato, indipendente, colto e riservato. In altre parole non deve guardare in faccia a nessuno e amministrare la giustizia nel solo nome del popolo italiano.

Ma in Calabria questo non è possibile. Senza richiamare nomi che hanno segnato la mia vita anche professionale – Cordova, De Magistris e Spadaro, a esempio – vengo ai giorni nostri e faccio un nome: Pierpaolo Bruni.

 

PIERPAOLO BRUNI: CHE E’ COSTUI?

 

Alla massa degli italiani, incartapecoriti dalle banalità mediatica di massa e rimbambiti dalle tv di Stato e no, questo nome dirà poco o niente. Forza anche della stampa, ormai incapace di dare notizie che non siano basate su solidi culi, tette e corna.

Bene. Pierpaolo Bruni è un giovane magistrato che in Calabria sta conducendo (o ha condotto) inchieste vitali per sconfiggere il cancro che attanaglia la Calabria: la massopolindrangheta. Passatemi il neologismo: è appunto la ‘ndrangheta sposata alla politica mafiosa. Officiante: un grembiulino di qualche loggia illegale.

La faccio breve: Bruni ha condotto, tra le altre, le inchieste – sfociate in processi – “Scacco matto”, “Eracles”e “Perseus” in cui il tanfo irrespirabile della massopolindrangheta era stato mitigato dalle ventate di legalità che partivano (anche) dalle sue attività. Del tanfo politico di quelle inchieste si è ad esempio occupato con straordinario accanimento che pochi giornalisti in Calabria possiedono, Monteleone (www.antoninomonteleone.it).

Il giornalismo dell’ammasso cerebrale si è invece appassionato al dibattito sulla proroga dell’applicazione o meno del pm Bruni alla Dda (Direzione distrettuale antimafia) di Catanzaro. La sua mancata applicazione porterebbe, di fatto, all’eutanasia di processi fondamentali per la storia socio-economica della martoriata regione.

Nel momento in cui scrivo la situazione è la seguente: proroga concessa ma “limitatamente a sostenere l'accusa in un procedimento con rito abbreviato nei confronti di 93 persone accusate, a vario titolo, di fare parte o di essere legate a cosche della 'ndrangheta del crotonese”. Questo, almeno, è ciò che recita l’Ansa dell’8 maggio.

 

COLPI DI SCENA ANNUNCIATI ATTRAVERSO L’AGENZIA ANSA

 

Ma lo stesso giorno la stessa agenzia fulmina tutti con il seguente lancio:

“Il procuratore di Crotone, Raffaele Mazzotta, ha fatto una relazione per segnalare la vicenda dell'applicazione, prima negata e poi concessa solo parzialmente, del suo sostituto Pierpaolo Bruni alla Dda di Catanzaro. In particolare Mazzotta fa riferimento ad un ''fatto nuovo'' intervenuto il 5 maggio scorso, che lo ha ''costretto a revocare il precedente parere favorevole'' che era stato rigettato dal procuratore generale di Catanzaro facente funzioni Dolcino Favi. Quali siano i destinatari della segnalazione, Mazzotta non lo ha voluto dire per ''riservatezza istituzionale'' ma non e' da escludere che la segnalazione sia stata inviata al Csm od al Ministero della Giustizia. Mazzotta, il 27 aprile scorso, aveva espresso parere favorevole all'applicazione
di Bruni sia ai riti abbreviati, sia a tutte le inchieste gia' avviate dal pm ''per non disperdere le grandi conoscenze di Bruni ed il know how e le conoscenze del collega che sono ottime. Viceversa – ha aggiunto – avevo espresso parere contrario a applicazioni diverse da quelle in atto perche' la situazione dell'ufficio di Crotone e' quella che e'''. Nonostante il parere favorevole di Mazzotta, Favi, il 29 aprile, aveva rigettato l'applicazione. ''Il 5 maggio – ha sostenuto Mazzotta – si e' verificato un fatto nuovo per il quale sono stato costretto a revocare il mio precedente parere favorevole''. Il procuratore non ha specificato quale sia stato il fatto nuovo, definendolo ''un fatto rilevante'', ma in ambienti giudiziari si ipotizza che possa essere successo qualcosa tra la Procura generale e quella di Crotone. (ANSA). SGH

DIETRO I COLPI DI SCENA LE GRANDI MANOVRE

DELLA MASSOPOLINDRANGHETA

 

Al momento in cui scrivo solo Nostro Signore Gesù Cristo ne sa di più e siamo tutti in attesa di conoscere quali siano questi “fatti rilevanti”. Ma – in attesa di essere illuminati non dall’Altissimo ma dall’Ansa i cui giornalisti delle redazioni locali calabresi tante volte ricorrono nelle parole, nei giudizi e nei commenti resi da Luigi De Magistris ai suoi colleghi di Salerno (per i cultori della materia consiglio di leggere i faldoni della Procura di Salerno pubblicati su www.carlovulpio.it) – molto più spregiudicatamente racconto quello che la stampa nazionale e locale non ha avuto neppure minimamente il coraggio di raccontare. Attratti più dalla mancata proroga e dalla revoca della scorta a questo magistrato, seriamente minacciato di morte delle ‘ndrine. Che Dio lo conservi a lungo in vita.

 

DE MAGISTRIS, FAVI, BRUNI E L’INCHIESTA WHY NOT

 

Pochi sanno che quando a De Magistris furono avocate le inchieste Poseidone e Why Not, a raccogliere il testimone di Why Not  – controvoglia per i mille carichi di lavoro – fu proprio Pierpaolo Bruni.

Così come non tutti – forse – ricordano che ad avocare a De Magistris le inchieste Poseidone e Why Not fu proprio quel Dolcino Favi, che ora ricompare come il pg facente funzioni alla Procura generale di Catanzaro che ha in prima battuta negato la proroga dell’applicazione di Bruni presso la Dda. Quando si dicono le coincidenze!

Ben presto Bruni – che nonostante le perplessità si è gettato anima e cuore sull’inchiesta – si accorse (la metafora, per carità, è mia) che sarebbe stato più facile correre la Parigi-Roubaix con le ruote sgonfie o a attraversare il deserto con un cammello ubriaco (i cammelli sono golosi di birra, lo sapevate?), che entusiasmare i colleghi di lavoro sull’opportunità di portare avanti l’inchiesta del turpe De Magistris.

Ecco ciò che pubblica il settimanale Panorama (noto covo di comunisti) il 17 luglio 2008: “In una lettera del 10 giugno si legge: «Il gruppo di lavoro esiste solo formalmente poiché soltanto lo scrivente, pressoché in esclusiva negli ultimi mesi, ha posto in essere attività investigative e di impulso alle indagini»: parola di Bruni.

E parlando con il collega Massari, ecco cosa dichiara lo stesso Bruni il 6 dicembre 2008 alla Stampa: “Parlando di Why Not, Bruni dichiara: «Mi fu sottratto il filone d’indagine “Tesi – Fincalabra” sul quale stavo lavorando da tempo. Nel corso delle riunioni, avvenute tra i colleghi, ho avuto contrasti con il collega De Lorenzo, che adduceva ragioni di carattere tecnico-giuridico per fondare argomentazioni che avrebbero poi portato a stralci e archiviazioni. (…)».

Chiedono i pm di Salerno: «Ha mai formalizzato le rimostranze?».

Bruni risponde: «Il 6 giugno 2008 ho formalmente scritto a procuratore Generale (Enzo lannelli, ndr) …».

Insomma: c’è traccia, nelle carte di Why Not, delle obiezioni di Bruni. Che dichiara d’aver perso un mese per la perquisizione al presidente della Regione Calabria Agazio Loiero: «Con i colleghi Garbati e De Lorenzo, l’oggetto della discussione era tanto il decreto, quanto i soggetti da perquisire, e in particolare (…) Loiero. Intercorse circa un mese e non tutto il materiale ricercato è stato rinvenuto

 

CORVI E VELENI SU WHY NOT

 

Bene. Mentre noi italiani eravamo travolti e stravolti come degli adolescenti in calore alle fantasmagoriche avventure di “Silvio, Veronica e Noemi” accadeva che la Procura generale di Catanzaro firmava e inviava al giudice per l’udienza preliminare (Gup) la richiesta di rinvio a giudizio per 98 persone delle 106 che nei mesi scorsi avevano ricevuto l’avviso di conclusione indagini dell’inchiesta Why Not. Per altre 7 è stato deciso lo stralcio con l’invio degli atti alla Procura di Milano. Per due esponenti dei servizi segreti (ma guarda tu che caso!) è stata invece disposta l’archiviazione.

Apriti cielo. La politica e la classe dirigente della Calabria coinvolta, tuona contro la lesa maestà. Ma come: tolto dagli zebedei De Magistris c’è ancora qualcuno che osa sfidarci? Poffarbacco: esiste una magistratura indipendente! Maledetto Bruni che ha ritessuto la tela di De Magistris! E maledetti tutte voi, toghe rosse e toghe rotte!

Loiero Agazio, il Governatore indagato che vive nello spazio (politico, ovvio), come ci informa Giuseppe Mercurio sulla Gazzetta del Sud del 3 maggio 2009 a pagina 35 è il primo a tuonare contro la fretta dei magistrati: Fretta? Oh yes: in fin dei conti sono solo 2 anni che la magistratura sta indagando! Ma diamogli almeno altri 25 anni di tempo a ‘sti magistrati per studiare le carte, perdinci e anche perbacco!

Sabatino Savaglio, essere sconosciuto a tutti ma non in Calabria dove il potere della Compagnia delle Opere (di cui l’inquieto e plurindagato Antonio Saladino è stato il prode condottiero per anni) è forte quanto quello della massoneria, si becca addirittura un titolo a 9 colonne (che di solito si dovrebbe riservare solo alla morte dei Papi o dei Capi di Stato) sulla Gazzetta del Sud lo stesso giorno e nella stessa pagina: “Sono indagato perché amico di Saladino”. Cucciolone! Ci fosse ancora l’inserto satirico dell’Unità, Cuore, finirebbe nella mitica rubrica “E chi se ne frega”e invece il suo chilometrico comunicato stampa scritto in una lingua che ricorda vagamente l’italiano finisce dritto dritto sull’amorevole giornale. L’uomo ombra e penombra di Saladino – principale indagato dell’inchiesta – si indigna come una murena in salamoia e con lui, ad esempio, anche tal Giovanni Lacaria.

Forte delle lamentele di cotanti personaggi, la stampa del posto si scatena e quella nazionale tace scribacchiando e vergando solo qualche patetico colonnino.

Un giornale locale – non voglio nemmeno nominarlo – ad opera di una penna che non oso neppure pronunciare ma di cui c’ampia letteratura tra le carte della Procura di Salerno, parla, tra le altre cause, di “vomitevoli e folle raccolta di esposti anonimi che anche il più vecchio e avvezzo cronista abbia mai potuto vedere” alla base dell’inchiesta Why Not.

Italiani, sveglia! Da tempo vò scrivendo che l’inchiesta Why Not è morta e sepolta ma dopo questo scriteriato colpo di dignità della magistratura calabrese che ha chiesto il rinvio a giudizio di 98 persone, tutti i fratelli d’Italia si debbono stringere a coorte e debbono esser pronti alla morte (altrui)! L’inchiesta, cribbio, non può andare avanti! Maledetto sia De Magistris, Bruni e compagnia indipendente!

 

L’OPERAZIONE PUMA, VRENNA E ANGELA NAPOLI

 

Ma c’è un ultimo e non irrilevante motivo per cui il magistrato Pierpaolo Bruni deve essere messo al bando dalla massopolindrangheta tutta, composta di personaggi insospettabili: il processo Puma condotto – ma guarda tu – proprio da lui medesimo.

Ebbene in questo processo – che vedrà svolgere presto la sua fase d’appello – tra gli altri è coinvolto anche un tal Raffaele Vrenna, imprenditore del settore rifiuti, per lungo tempo a capo di Confindustria Crotone . In primo grado, nel giugno 2008, Vrenna fu condannato a 4 anni di reclusione per uno spassoso reato: concorso esterno in associazione mafiosa. Il pm Bruni ne aveva chiesti 10. Condannati, con Vrenna, ex assessori regionali e provinciali e sindaci di centro-destra e centro-sinistra (badate bene: mai come in Calabria la differenza è virtuale).

Ebbene, accade ora che una rompiballe come l’onorevole del Pdl Angela Napoli, della Commissione parlamentare antimafia, si accorge di una stranezza che perdura: è vero che Vrenna ha affidato la gestione di parte dei suoi beni a un blind trust governato dall’ex capo della Procura di Crotone Franco Tricoli (!!!!!), ma è anche vero che da
agosto 2008 a oggi nulla è cambiato per il resto. Vale a dire: la moglie di Vrenna, Patrizia Comito, non solo avrebbe creato una società priva del certificato antimafia (così scrive Napoli nell’interrogazione a risposta scritta presentata al ministro della Giustizia Angelino Alfano il 23 aprile, dopo quella già presentata senza successo il 29 settembre 2008) ma continuerebbe a ricoprire importanti incarichi presso la Procura della Repubblica di Crotone, dove per lungo tempo è stata segretaria proprio di Tricoli, ora a capo di parte dell’impero Vrenna! Che splendido triangolo!

Detto che queste cose possono succedere solo in Calabria, Angela Napoli – ai microfoni della mia trasmissione su Radio24Un abuso al giorno” che andrà in onda domani, martedì 12 maggio alle 6.45 e in replica alle 20.45 – parlerà di vero e proprio scandalo. “La signora Comito in Vrenna – dirà Napoli – lavora in quella Procura, fianco a fianco con il procuratore capo, al quale Bruni, che sul marito ha indagato e sta indagando, riferisce in vista dell’appello e riferisce per tutte le altre delicate inchieste antimafia che sta conducendo nel crotonese. E’ inconcepibile ma tutti tacciono! Ho chiesto l’allontanamento di Comito, vediamo cosa dirà il ministro”

Glielo anticipo io, Napoli: nulla. Zero carbonella, come zero ha detto prima e come zero sta dicendo, a esempio, il ministro celodurista e sassofonista Roberto Maroni sullo scioglimento per mafia del Comune laziale di Fondi (Latina).

La signora Comito in Vrenna, contattata dalla redazione di Radio24 per una replica, si limiterà a dire che non intende parlare con la stampa e che ha già avviato le contromosse dovute. Quali? Ah saperlo!

Ora, cari lettori, avete capito perché la storia di Bruni non ha solo a che fare con la proroga del suo incarico presso la Dda di Catanzaro. Bruni – minacciato di morte un giorno sì e l’altro pure dalle cosche crotonesi – non deve andare avanti. Costi quel che costi.

E noi siamo qui – per quel che serve – a combattere a fianco di Bruni contro la massopolindrangheta calabrese. Lontani da una loggia segreta e senza grembiulini. Non abbiamo nulla con cui sporcarci, noi.

roberto.galullo@ilsole24ore.com

  • Gerardo spira. |

    Lo Stato non fa lo Stato perché è pieno di traditori. Il giornalismo di frontiera non basta senon si rafforza il controllo sui servizi. Presenza senza volto di servizi in mano al popolo.

  • galullo |

    Cari Cesare, Stefano, Massimo, Federico, David e gli altri amici tutti che sono intervenuti su questo post, vorrei dare la seguente risposta ad alcune vostre sollecitazioni.
    Mi spiace ma non si tratta di recedere dalla decisione di non comparire in tv.
    Io ho fatto da tempo le mie scelte di impegno professionale (e vi assicuro, anche umano, visto che non mi mancano e non sono mancati gravi e reiterati problemi personali) che escludono la tv. Non perché io abbia qualcosa contro questo mezzo. Al contrario: come ebbi modo di rispondere a un lettore pisano che saluto e che offriva la sua casa a Roberto Saviano, avrei ben chiara in mente l’idea di una trasmissione televisiva sulla legalità e sulla criminalità.
    Ma la comparsata in tv – presso grandi professionisti come Iacona che seguo da sempre o Gabbanelli, o presso altre estemporanee puntate che saltuariamente si occupano di mafie – non può interessarmi.
    Vedete, per come la vedo io l’antimafia è piena di parolai e persone che sembrano e invece non sono. L’antimafia che concepisco io sono invece i fatti (che fanno in pochi nella mia categoria e che magari se la suonano e se la cantano tra di loro, vedi Marsala, così come nelle altre professioni e nella società civile).
    Le mie forze, le mie capacità e le mie incapacità si dividono già tra l’impegno sulla carta stampata (come molti di voi sanno sono un inviato del Sole), Radio24 (dove conduco ogni giorno dal lunedì al venerdì “Un abuso al giorno” alle 6.45 e in replica alle 20.45) e il blog (che, per come lo concepisco, è un impegno serissimo e di grandissimo sforzo).
    Di più non posso (al momento e nel rispetto dei miei familiari che vorrebbero che mollassi tutto per ragioni che sono di facile intuizione). Per questo non sono d’accordo con chi sostiene che il blog è uno strumento limitato. Da solo lo è, ma con la carta stampata, la Radio (a proposito, da martedì prossimo, 19 maggio, seguite se potete le puntate che dedicherò all’anniversario della strage di Capaci) e il circuito di legalità che contraddistingue tutti noi, tutti voi, è molto. Moltissimo.
    In attesa, magari, di una trasmissione tv tutta sulla legalità. Un bel sogno, quello sì, mentre le apparizioni non danno alcun valore aggiunto.
    Un caro saluto
    Roberto Galullo

  • bartolo |

    Caro Cesare,
    il dottore Galullo è un giornalista d’inchiesta, il suo dovere di informare lo sta facendo ed in maniera che, gli fa Onore! A noi, “cittadini” spogliati di tutto, la Riscossa!
    Io dalla prigione politica continuerò a scrivere contro i porci al potere.
    bartolo iamonte

  • stefano rossi |

    Siamo un paese massone. Il nostro è un inno massonico (Fratelli d’Italia…)
    La nostra bandiera ha i colori dei Rosacroce.
    La Massoneria ha creato questo paese ed è lei che tutt’ora che lo controlla.
    Solo che noi, non iniziati, non lo vediamo.

  • cesare golfari |

    dott. Galullo è inutile che le faccia i miei complimenti per aver riacceso i riflettori sull’inchiesta “why not” che sembrava finita nel nulla e invece, anche se spogliata di tutto e resa inoffensiva, arriverà ad una conclusione processuale. A dimostrazione che non erano stupidaggini le inchieste di de Magistris.
    Volevo chiederLe invece di ripensare il suo diniego alla partecipazione (anche ventura) a trasmissioni tipo quella di Iacona, o simili. Per un semplice motivo. Il suo blog per quanto formidabile è conosciuto solo da noi, piccolo gruppo di iniziati alla conoscenza di queste schifezze di dominio pubblico: ce le cantiamo e ce le suoniamo da soli. Il che non è inutile, però sarebbe più fastidioso per i poteri forti che attanagliano il paese, se uscissimo dalla “dimesione setta” e passassimo anche attraverso la televisione (non è la lebbra, è uno strumento di comunicazione) alla comunicazione di massa di questo malaffare, ignorato dalla stragrande maggioranza degli italiani.
    Ci faccia un pensiero dott. Galullo, magari si tappi il naso, rifletta sul numero di italiani che potrebbero aprire gli occhi ed interessarsi a queste vicende, dopo aver sentito un suo intervento.
    Cesare Golfari

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