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Lamezia: Mangiardi inchioda la cosca davanti al Prefetto. Reggio: De Masi davanti a Confindustria non inchioda i banchieri

Un’udienza sì e una no. Non si può voler tutto della vita, soprattutto in Calabria, dove la vita riserva al massimo la sopravvivenza. Torno a scrivere, come promesso, di due processi storici in questa terra.

E così oggi, 9 gennaio 2009, data che poteva essere iscritta nel calendario calabrese come il giorno della svolta per la società civile e delle imprese che si rivoltano contro la ‘ndrangheta e il costo del denaro troppo alto, possiamo ricordare una notizia processuale buona e una cattiva. Come nelle frasi fatte dei film.

La notizia buona è che a Lamezia Terme si è svolta l’udienza contro Pasquale Giampà, in compagnia di altri tre buontemponi accusati di estorsione dal piccolo imprenditore Rocco Mangiardi, che nella vita si guadagna da vivere con un negozio di autoricambi. Neppure lui doveva sfuggire alla legge del taglieggiamento. E infatti non sfuggiva. Solo che a un certo punto – Per calcolo? Per convinzione? Perché voleva guardarsi in faccia la mattina? Perché era meglio così? Secondo me non lo sapremo mai – le scatole hanno cominciato a girargli a vuoto come un’elica nella barca ancorata.

Ha preso il coraggio a 4 mani (due non bastano in Calabria) e ha denunciato alcuni uomini della cosca in disgrazia Giampà-Torcasio.

In aula – di fronte agli avvocati di ambo le parti, al giudice Pino Spadaro, al Pm Gerardo Dominijanni e a mezza Lamezia – ha puntato l’indice contro Giampà. Nessuna sceneggiata questa volta. Anche per il fatto che Spadaro, presidente della Sezione penale, da tempo nel mirino della ‘ndrangheta (come ho scritto sul Sole-24 Ore il 2 e 3 gennaio e come ho scritto a più riprese su questo blog), non ha consentito dilazioni e colpi a sorpresa. Dominijanni ha tenuto bordone a Spadaro con un interrogatorio serrato. Tutti soddisfatti, dunque, tranne la famiglia Giampà. E c’è da capirla. Per lei non tira una buona aria e sembra fatta apposta (nulla capita per caso in Calabria e dunque: è stato assolutamente fatto apposta) la retata di oggi contro la famiglia Torcasio, da tempo compagna di mirabolanti avventure dei Giampà (ormai avventure in caduta libera). “Quattro persone – ci avverte un’agenzia Apcom di poche ore fa – appartenenti alla cosca Torcasio di Lamezia Terme, sono state arrestate dalla polizia in esecuzione di altrettante ordinanze di custodia cautelare in carcere richieste dalla Dda di Catanzaro ed emesse dal Gip di Lamezia, Annamaria Ruberto”. L’Ansa aggiunge particolari. “Gli arrestati – si legge nel lancio che ho appena letto e che riporto fedelmente – sono i fratelli Pasquale e Domenico Torcasio, di 40 e 41 anni; un loro nipote, Vincenzo Torcasio, di 29, ed un loro cugino, Alessandro Torcasio (23). L’accusa che gli viene contestata e’ la tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso. Secondo quanto e’ emerso dalle indagini, Vincenzo e Pasquale Torcasio avrebbero ricevuto il mandato ad eseguire l’estorsione da Domenico ed Alessandro Torcasio. Ad insospettire gli investigatori e’ stato il fatto che alcuni presunti affiliati alla cosca Torcasio lavoravano nell’azienda di cui e’ titolare l’imprenditore vittima dell’estorsione. Il gip, Barbara Borelli, dopo avere emesso le quattro misure cautelari, ha trasmesso gli atti alla Dda di Catanzaro ravvisando la propria incompetenza funzionale”.

Ora, leggendo questa notizia qualche dubbio sulla giustizia a senso unico che in questo momento regna a Lamezia, resta. Scrivevo infatti in questo blog appena l’altro ieri, che la cosca Iannazzo, seppur colpita, resta al momento soltanto sfiorata dalle varie indagini. La speranza è che si menino fendenti a destra e manca come se piovesse e senza guardare in faccia a nessuno: la ‘ndrangheta infatti in questo momento a Lamezia non è forte. Nossignori: è fortissima, grazie soprattutto alla massoneria deviata e alle compiacenze dei politici ‘ndranghetisti che hanno capito che il vento (politico) è cambiato da tempo e grazie alla montagna di quattrini che da sempre quest’area (potenzialmente ricchissima) attira.

Me esultiamo, fratelli (nella legalità, che avete capito!, non di cappuccio e grembiulini sporchi). Esultiamo per l’udienza di oggi.

Ed esultiamo con le parole di Tano Grasso, ancora una volta riprese fedelmente dall’Ansa. ”La testimonianza di Rocco Mangiardi segna una forte rottura nella realta’ di Lamezia Terme e della Calabria – ha detto il presidente onorario della Fondazione antiracket italiana Grasso – e’ stata chiara, nitida ed ha individuato fatti e responsabilita’ precise. Quando si punta l’indice contro i propri estorsori, niente e’ piu’ come prima. Stamani, questo indice e’ stato alzato per individuare delle precise responsabilita’. Il mio auspicio, adesso, e’ che si inneschi un processo a catena. E cioe’ che, dopo la testimonianza di Mangiardi, altri imprenditori si espongano, cosi’ come avvenuto a Palermo un anno fa, quando dopo un processo come questo di Lamezia si sono registrate decine di testimonianze. ‘Quella di Lamezia Terme, a questo punto e’ una situazione sulla quale le istituzioni devono esercitare la massima attenzione. Un’attenzione che e’ dimostrata dalla presenza in Tribunale, in occasione della deposizione di Mangiardi, del Prefetto di Catanzaro”.

Mi permetto di segnalare che Grasso – che conosco da tempo – mi sembra un po’ troppo fiducioso ed ottimista: la Calabria non è la Sicilia e non lo sarà per generazioni. I cambiamenti, però, vanno apprezzati, così come è apprezzabile (anzi:vitale) la presenza della Prefettura in queste vicende. Più misurate le parole di Salvatore Cittadino, leader della Confcommercio lametina. “E’ andata bene – ha dichiarato nel corso di una chiacchierata che ho appena avuto con lui – visto che c’era la Chiesa e c’erano anche gli imprenditori”.

Già l’impresa. Se Confindustria si schiera, i passi avanti non mancheranno. In Sicilia lo ha fatto da tempo, a livello nazionale la presidentessa Emma Marcegaglia sta facendo il possibile, in Calabria qualcosa si sta facendo (non ancora molto e soprattutto con altalenante convinzione).

E veniamo dunque alla notizia cattiva. E lo dico subito. Cattiva solo perché purtroppo in Calabria un rinvio di un processo non è (quasi) mai una buona notizia.
Non ci credete cari e adorati amici di blog? Ricordate che pochi giorni fa avevo dato conto in questo blog del doppio appuntamento di oggi, 9 gennaio. Uno l’ho appena finito di descrivere ed è andato nel verso giusto (speriamo prosegua così). L’altro era con l’imprenditore di Rizziconi, Antonino De Masi che a Palmi, in primo grado, aveva avuto una ragione a metà: le banche gli avevano praticato tassi da usura ma nessuno era soggettivamente colpevole. Strana la giustizia in Italia, non vi pare. Io ambirei capirne di più, dopo una sentenza così ambigua. Ebbene il processo di appello a Reggio Calabria è stato rinviato al 4 febbraio, a causa di un difetto di notifica.

Nel processo sono imputati l’ex presidente di Capitalia, Cesare Geronzi, oggi presidente di Mediobanca; il presidente della Bnl, Luigi Abete; l’ex presidente di Banca Antonveneta, Dino Marchiorello, ed alcuni dirigenti e funzionari dei tre istituti di credito. In primo grado, nel processo conclusosi nel novembre del 2007, tutti gli imputati sono stati assolti dal Tribunale di Palmi per non avere commesso il fatto.

Il processo di secondo grado e’ scaturito dall’appello presentato dalla Procura generale di Reggio Calabria, secondo la quale ”l’usura bancaria e’ stata certificata e attestata dal Tribunale, ma non e’ accettabile che lo stesso giudice possa affermare che il reato non ha colpevoli”.

De Masi ha ricevuto numerose attestazioni di solidarieta’ tra cui quelle di Confindustria Calabria, di Italia dei valori e del consigliere regionale de La Destra Gabriele Limido (ci informa ancora l’Ansa) ma tutto questo non gli è servito a nulla – per il momento – in appello. Vediamo cosa accadrà il 4 febbraio, chiarendo che non c’è sete di giustizialismo o sete di persecuzione nei confronti dei singoli banchieri. Resta però la curiosità di capire perché in Italia non c’è quasi mai alcun responsabile che abbia un nome un cognome e una data di nascita registrata all’anagrafe cittadina. Non al Registro delle imprese.

roberto.galullo@ilsole24ore.com

p.s. Esultiamo anche con le parole della nota che mi ha appena spedito il sindaco di Lamezia, Gianni Speranza. “Ho assistito fino al termine alla testimonianza dell’imprenditore Mangiardi perché consideravo doveroso che mio tramite la comunità fosse presente ad un processo che  non è soltanto una drammatica vicenda per gli imprenditori vittime del racket ma una vicenda pubblica che riguarda tutti i cittadini. Come è giusto che avvenga e come sta avvenendo da quando sono sindaco, il Comune si è costituito parte civile. In questa aula oggi è avvenuto qualcosa di profondamente importante per il futuro della nostra comunità. Così come è di grande rilievo il successo dell’operazione di polizia odierna che ha portato a quattro arresti per estorsione in un’altra zona della città. Spero che la giornata di oggi sia significativa e positiva per la vita della città. Per questo bisogna ringraziare il signor Mangiardi, tutti gli imprenditori che hanno collaborato così come le forze dell’ordine e della magistratura, e il Prefetto che ha voluto essere presente”.

  • luca |

    volevo portare alla sua attenzione la situazione degli operai di ansaldo energia di genova che pur avendo lavorato pezzi contenente amianto si vedono privare del diritto alla agevolazioni pensionistiche mentre impiegati e tecnici di officina ne hanno beneficiato nn le sembra un ingiustizia?

  • galullo |

    Caro Giuseppe grazie
    ma non credo di fare nulla di speciale. Tengo solo la schiena dritta e racconto fatti che spesso trascendono in porcherie (che ho il dovere di denunciare). Non guardo in faccia a nessuno. Mi pagano per questo. E mi diverto pure. Il problema semmai è che pagano tutti i giornalisti per questi motivi. L’esito non mi sembra, però, sempre lo stesso…+
    saluti cordiali
    roberto

  • giuseppe |

    buonasera dott galullo.
    e con molto piacere,che leggo il suo blog sono un imprenditore, la leggo con molat attenziaone e stima vada avanti, con forza e vigore, spero di potrela incontrare un giorno per esprimere la mia stima.
    saluti

  • Giuseppe |

    La lettura del servizio pubblicato sul suo giornale il 6 novembre 2008, relativo alla raccolta e smaltimento dei rifiuti solidi urbani in Sicilia, mi ha fatto apprezzare il lavoro e l’impegno di un giornalista capace di cogliere la sostanza dei fatti e presentarla ai lettori con chiarezza e obiettività.
    Le sarei grato se potesse indicarmi ulteriori notizie relative alla opportunità di revocare le gare con cui le ditte Waste Italia e Gruppo Falk si erano aggiudicate la costruzione di quattro termovalorizzatori.
    Giuseppe Maritati – Palermo

  • Roberto Galullo |

    Carissimi Antonio e Ado,
    so perfettamente di contare su lettori attenti e amanti della legalità. Grazie dunque per le vostre bellissime riflessioni che si completano l’una con l’altra.
    Partiamo con la Sicilia. Negare i successi contro Cosa Nostra sarebbe come negare che Manuela Arcuri è una bellezza mozzafiato. Ma affermare che Cosa Nostra è stata sconfitta – rimanendo nel paradosso che spiega meglio di mille parole i concetti – sarebbe come affermare che la Arcuri è la donna più bella del mondo. Questione di gusti e di scelte di cui accontentarsi o godere.
    I politici che vogliono far credere che Cosa Nostra sia allo sbando affermano che la società civile in Sicilia sta trionfando. Non è così. La repressione ha annientato pezzi importanti di Cosa Nostra a partire da Palermo e parzialmente, molto parzialmente – Catania. Non a caso è nel capoluogo che la società civile sta alzando la testa grazie a molti movimenti, parte della Chiesa, Confindustria, sindacati e le altre associazioni datoriali. Lì bisogna insistere e insistere molto con la presenza asfissiante dello Stato. E con la prevenzione, che due nomi: famiglia e scuola.
    Altrove, invece, bisogna costruire quasi daccapo, proprio a partire da scuola e famiglia. Vede, la mafia non nasce a Palermo ma in periferia e nelle province periferiche – a partire dall’intoccabile Agrigento che ha dato i natali a molti esponenti politici che attualmente o nel recente passato hanno governato o mosso le leve del potere e di più non aggiungo – e lì è ancora forte, fortissima. Province come Caltanissetta, Trapani, Agrigento e paesi enormi come Gela sono alle prese ancora con Stidde e cosche asfissianti. Lì Cosa Nostra si nutre e comanda ancora. Molto, sempre di più. In province povere come Enna, per fare ancora un esempio, è spesso ancora uno stile di vita. La società civile, lo Stato alzano la testa ma è ancora dura e molto, moltissimo c’è da fare.
    Ha ragione lei quando dice che senza lavoro e occupazione sarà dura e infatti ho l’impressione che la Sicilia – con i suoi governi regionali e le sue politiche nazionali di cui mi fotto tre quarti se di destra o di sinistra – stiano continuando a negare sviluppo e occupazione e garantire prebende (vedi Comune di Palermo e Catania), clientele e elemosine.
    Ma veniamo ad allargare il discorso e dunque alla lettera su Lamezia. Sono d’accordo con il lettore, anzi le dirò di più: Cosa Nostra è stata combattuta (i capi storici ormai ferri vecchi, di quelli nuovi oltre quelli sbandierati da noi giornalisti, chi sa nulla?), la Camorra in parte (i Casalesi sono ancora fortissimi) ma la ‘ndrangheta?
    La ‘ndrangheta nossignori. Il suo nucleo familistico la rende quasi impenetrabile e dunque sempre più forte.
    E si cari lettori – e qui unisco i due ragionamenti di Antonio e Ado – perché sia in tempi di vacche grasse che di vacche magre (quali quelli che stiamo attraversando) le mafie diventano sempre più forti. Ergo: le mafie stanno mangiando parti intere del Paese, risalendo il Centro Nord più velocemente di una perturbazione atlantica.
    Andatevi a vedere sul Sole 24 Ore di qualche mese fa l’inchiesta che ho fatto sulla ‘ndrangheta dopo Duisburg o sui Casalesi dopo la mattanza a Castel Volturno: le cosche comprano aziende in Italia e all’estero, ricapitalizzano il capitale azionario, vanno in Borsa. Sapete cosa stima il pm Palermitano Scarpinato: che ¼ delle imprese italiane abbia soldi sporchi. Capite?
    Allora concludendo: viva Schifani! Mi sono spiegato?
    roberto.galullo@ilsole24ore.com

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