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Rischio Isis nelle carceri/ Per la Direzione antimafia vanno aperte le celle a rieducatori di fede musulmana

Nella relazione 2015 della Dnaa (Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo) presentata la scorsa settimana dal capo della Procura Franco Roberti, ci sono molti capitoli dedicati al terrorismo e al radicalismo di fede islamica.

Uno di questi tratta della necessità di un adeguato monitoraggio della numerosa popolazione carceraria di fede islamica, per individuare possibili forme di proselitismo volte a realizzare forme di radicalizzazione religiosa. Il rischio, infatti, è che si formino cellule terroriste e sebbene i soggetti detenuti per reati collegati al terrorismo internazionale sono ristretti nelle sezioni di alta sicurezza, la maggioranza dei detenuti, ristretti per reati comuni, per la Dnaa sono esposti al rischio di possibili attività di proselitismo.

Ed ecco allora, argomenta la Direzione antimafia e antiterrorismo, «bisogna attenuare il bisogno di appartenenza ad un gruppo dei detenuti comuni di fede islamica» che, se abbandonati a se stessi, vivono la detenzione come un fallimento rispetto alle loro aspettative nel momento in cui sono giunti in Italia e possono pertanto essere attratti da un gruppo terroristico che li faccia sentire più importanti.

Per evitare il rischio del “radicalismo” nelle carceri, possibile fonte di formazione di cellule terroristiche, la Dnaa dice una cosa scontata (investire innanzitutto nella formazione interculturale del personale di polizia penitenziaria) e una che, invece, si sta diffondendo rapidamente: l’apertura delle carceri a rieducatori di fede musulmana, adeguatamente preparati e moderati. «Non c’è dubbio – si legge a pagina 444 della relazione – che il principale strumento di prevenzione da attuare sia quello di consentire ai detenuti di fede islamica di vivere la propria religiosità in condizioni di dignità».

Da questo punto di vista va dunque ricordato che gli Imam sono già stati autorizzati a entrare in otto carceri italiane: Torino, due a Milano, Brescia, Verona, Modena, Cremona e Firenze. Lo si deve al protocollo di intesa stipulato il 5 novembre 2015 tra Santi Consolo, capo del Dap (Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria) e Izzedin Elzir, presidente dell’Ucoii (l’Unione delle comunità islamiche in Italia) per favorire l’accesso di mediatori culturali e di ministri di culto in via sperimentale per sei mesi. Il Protocollo intende promuovere azioni mirate all’integrazione culturale avvalendosi dei mediatori indicati dall’Ucoii, anche attraverso la stipula di convenzioni con Università ed enti che cureranno la formazione dei volontari cui è data la possibilità di accedere con continuità negli istituti penitenziari (rimando al link a fondo pagina). La Dnaa, per ritornare alla relazione appena presentata, suggerisce un’altra cosa logica: il costante monitoraggio dei detenuti che appaiono essere fortemente radicalizzati anche al termine della detenzione, attraverso specifiche attività di prevenzione da parte delle forze di polizia, fino ad arrivare al provvedimento di espulsione ove necessario.

r.galullo@ilsole24ore.com

(si legga anche http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2015-11-20/gli-imam-entrano-otto-carceri-italiane-100519.shtml?uuid=AC1f51dB)

  • lino |

    Si può affermare senza ombra di dubbio che l’italia è un paese di merda

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