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Alessia Candito minacciata dalle cosche reggine di Archi e isolata in Calabria, come accade solo ai veri giornalisti

Alessia Candito è una giovane e brava giornalista calabrese. In Calabria, che sia giovane è un’aggravante (chissà per quanto tempo scriverà!) e – purtroppo – che sia brava è una pecca devastante per i sogni della misera cupola criminale che regna impunita a Reggio sotto la regia occulta e nera “della” e “nella” cosca De Stefano-Tegano-Libri.

Già, perché essere bravi giornalisti in Calabria vuol dire – per la onnipotente classe dirigente politico/massonico deviata/mafiosa e per la assente società (in)civile – essere appecoronati 24 ore al giorno per 365 giorni all’anno (anche uno in più negli anni bisestili) ai voleri/poteri di chi (s)governa quella terra, maledetta dagli stessi uomini che la abitano.

Il giornalista – nell’idea della cosiddetta classe dirigente calabrese di qualunque spregevole colore, disgustoso sapore e olezzoso odore – non è un cane da guardia ma un cane da riporto.

«Fuffi eccoti l’osso-velina e fai in modo che venga pubblicata». Sono pochi, pochissimi, quelli che mandano affanculo i potenti marci in Calabria e le loro veline. Quei pochi si chiamano cani da guardia (cioè giornalisti), gli altri si chiamano cani da riporto che rispondono così: «Arff arff bau bau urc urc». Traduco: «Si padrone ubbidisco ma non mi togliere l’osso-velina quotidiano, tengo i cuccioli da sfamare».

Ogni mattina che il buon Dio manda in terra in terra calabra, ci sono mille padroni che inzeppano o provano a inzeppare i media di notizie sul proprio splendore politico, imprenditoriale, associativo, culturale, financo finanziario. E ci sono centinaia di cani da riporto. Insomma: a leggere i media (salvo eccezioni) la Calabria è l’epicentro del Bengodi e se tu – giornalista del cazzo – vedi malgoverno, corruzione, desolazione, fatiscenza, disperazione, malapolitica impunita, imprenditoria predatoria, ambiente devastato, massoneria deviata onnipotente, professionisti collusi e ‘ndrangheta furibonda non è colpa nostra. Noi ci vediamo benissimo, sei tu – giornalista del cazzo – che sei un cieco (e bieco) cialtrone.

Alessia Candito è una giornalista. Giovane (scriverà per ancora molto tempo) e brava (diventerà bravissima). Per questo sta sulle palle alla presunta classe dirigente calabrese (in particolare a quella reggina) e per questo sta sulle palle alle cosche di Archi che – in quelle latitudini e longitudini – non sono abituate ai vaffanculo ma alla coda della politica dietro la porta, agli abbracci “fraterni”, agli incassi da estorsioni e pizzo, al riciclaggio, al dominio, al controllo del territorio, alle gesta impunite.

E proprio le gesta impunite dei giovani rampolli delle cosche di Archi (epicentro dell’epicentro del Bengodi reggino, quindi la quintessenza dell’orgasmo sociale ed economico di una città sventrata nell’anima) lei continua imperterrita a denunciare, così come continua imperterrita a denunciare (tra i pochissimi a farlo in Calabria) quel vomitevole groviglio di onnipotenza mafiosa che ingloba massoneria deviata, servitori infedeli dello Stato, professionisti al soldo, cani da riporto, imprenditori che hanno tradito la propria missione e politica allevata a santini e “vangelo”.

Per questi motivi oggi ha una tutela (lei e la sua famiglia).

Conosco bene Alessia e so che lei – quanto me – soffre ogni giorno, vivendo la sua missione giornalistica come una prima e non come una seconda pelle, nel leggere le trame oscure dei poteri marci che risuonano nei latrati dei cani da riporto che li vomitano su alcuni media.

Conosco bene Alessia e so che lei – quanto me – soffre ogni giorno, vivendo la sua missione giornalistica come una prima e non come una seconda pelle, nel vedere che la solidarietà (tranne pochissime e a tutti note eccezioni) è di mera e assoluta facciata.

Conosco bene Alessia e so che lei – quanto me – soffre ogni giorno, vivendo la sua missione giornalistica come una prima e non come una seconda pelle, nel vedere che Reggio, la sua Reggio e la Calabria, la sua Calabria, è ormai un territorio morto. Senza speranza, senza futuro.

Conosco bene Alessia e so che lei – quanto me – soffre ogni giorno, vivendo la sua missione giornalistica come una prima e non come una seconda pelle, nel vedere che l’unico futuro di Reggio e della Calabria è scolpito da quella cupola mafiosa di cui le putrescenti cosche di Archi, i loro mammasantissima e i loro miseri eredi sono l’anima nera (in tutti i sensi) ma non – attenzione – quella occulta. Proprio per questo, perché quelle cosche di quaquaraqua sono palesi e visibili nelle loro sopraffazioni quotidiane, la disperazione di Alessia e di quanti hanno a cuore (come lei, come me) le sorti della Calabria (e non solo, essendo ormai l’Italia “archizzata”) è che la città, la regione, si volta dall’altra parte.

Buona agonia, allora, se è questo che volete, cari reggini e cari calabresi. Alessia continuerà a raccontarla e io e pochi altri cialtroni, con lei, nella speranza della resurrezione di una città, di una regione e del popolo  che non vuole girarsi dall’altra parte.

r.galullo@ilsole24ore.com

  • bartolo |

    Caro Galullo,
    Ieri ho partecipato ad un convegno avente per tema il giornalismo d’inchiesta: unico ospite un giornalista di nera e giudiziaria nonché scrittore e consulente della Commissione bicamerale antimafia. Ebbene, questi, un professionista che seguo assiduamente ed altrettanto stimo, come mi succede identicamente con Lei, Galullo, si è esibito spaziando anche e soprattutto sulla ndrangheta (organizzazione criminale a suo dire molto più pericolosa rispetto alle consorelle camorra e mafia perché in essa non attecchisce il pentimento); e quindi, sulla sua peculiare capacità di essere invasiva in ogni dunque ed in ogni dove aggredendo e corrodendo non più la Calabria, oramai squagliata, bensì l’Italia intera e oltre le Alpi e i mari che la circondano per i suoi ¾ di confini… Conclude con pessimismo denunciando (tra le altre cose) la mancanza di figure intellettuali capaci di trasmettere con la loro autorevolezza all’intera società civile la consapevolezza che il pericolo di detta rete criminale se non conosciuta e fermata possa, appunto, propagarsi.
    Non ho nulla da obbiettare a questa analisi, certamente condivisa anche da Lei. Però ogni cosa deve avere il suo nome: non si può affermare che le mafie tradizionali si siano evolute in “nuovi sistemi criminali” per poi sostenere la repressione giudiziaria indiscriminata contro i nostalgici delle vecchie tradizioni mafiose.
    Pensandoci mi viene in mente il comportamento della pecora e quello del lupo.
    la pecora, insieme all’asino tra gli animali più umili del creato, davanti al lupo si pone in maniera rigida con la testa alzata mentre con una delle due zampe anteriori batte sul terreno con atteggiamento di sfida. Il lupo, anche se sazio, al cospetto di quell’innocuo atteggiamento gli si avvicina azzannandola e uccidendola con estrema facilità. Per il predatore l’azione di scannamento rappresenta un rito giocoliero che se non disturbato può portare alla disintegrazione dell’intero gregge. Ora, il fatto che gli ndranghetisti rispetto ai mafiosi e ai camorristi non si pentono non è che può essere utilizzato come elemento discriminante per l’annientamento fisico dell’affiliato. Infatti, il comportamento delle pecore (ndranghetiste) di non pentirsi al cospetto del lupo (stato) certamente porterà ad uno stillicidio infinito di pecore, ma non certo all’attenuazione dei nuovi sistemi criminali; che, magari, nelle proprie file arruolano sempre più pecore, costringendo così il lupo a continuare a giocare, scannando, mentre loro delinquono indisturbati.
    Saluti,
    bartolo

  • bartolo |

    gli ultimi episodi di cronaca, incluso il furto di una salma dall’obitorio dell’ospedale “riuniti”, a rilevanza nazionale perché riconducibili alla famigerata ndrangheta, hanno avuto esito negativo. perpetrati, invero, da personaggi non proprio sani di mente. quella più clamorosa (intimidazione per mezzo di rudimentali bombe al procuratore generale) è stata talmente “deludente” la risoluzione, rispetto alle aspettative, che la vittima rifiuta di crederci.
    fossi al posto della giornalista, alla quale esprimo la mia solidarietà, mi unirei al grido di dolore dei lavoratori della psichiatria e dei familiari degli ammalati di mente, affinché, finalmente, l’ASP 5, dopo 25 anni di emergenza, a seguito della chiusura del manicomio “vergogna”, porti a termine la riorganizzazione di questo settore.
    per quanto riguarda la ndrangheta, qualora questo stato avesse voluto annientarla sarebbe bastato: prima, non cacciare de Magistris, poi, non trasferire pignatone.

  • Cosma Capobianco |

    c’è una vergogna ancora più grande,nazionale : è che di queste e altre storie simili non si parli nei tiggì, dove imperano scoop sulla neve a gennaio e sul caldo in luglio…

    Cosma Capobianco

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