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Premio Confindustria Sicilia: dialoghi inediti tra Mimì La Cavera, Andrea Camilleri e i loro sogni infranti

E’ il 7 febbraio 2008. La scena si svolge sulla terrazza – che domina una parte meravigliosa della mia Roma – dell’hotel Bernini.

All’incontro partecipano Domenico (detto Mimì) La Cavera, Antonello Montante, Andrea Camilleri, Enzo Bianco, Ivan Lo Bello e la giornalista Mariana Bartoccelli di Altamira (giornalista e scrittrice siciliana di impegno civile e politico, pregio e talento, morta l’8 aprile 2013). Nel 2006 Bartoccelli scrisse il libro “Nuvola Rossa – I paradossi che si rincorrono e la maledizione siciliana raccontati da Mimì La Cavera primo presidente di Sicindustria”.

Era la prima volta – incredibile ma vero – che due mostri sacri siciliani come La Cavera e Camilleri si incontravano.

La Cavera aveva 92 anni. Camilleri 82, 10 di meno che, a quell’età, contano eccome. Il primo è minuto, affilato, dai modi riservati e garbati. L’altro è alto, corpulento, dai toni diretti, elegante in gessato doppio petto, con cravatta e pochette. La Cavera si offre all’abbraccio del nuovo amico. «Sei bellissimo» dice Camilleri, curvandosi un po’ per abbracciarlo. La Cavera, anche lui in giacca e cravatta, poggia una mano sul braccio di Camilleri ed esclama: «Sei fantastico».

Le presentazioni sono fatte e le foto ritraggono La Cavera sotto il braccio di un sorridente Camilleri. Il dialogo prosegue.

La Cavera: «Questi ragazzi vanno aiutati».

Camilleri: «Sono eccezionali»

La Cavera: «Stanno facendo una grande battaglia di innovazione».

Camilleri: «Ma pure la politica deve fare uno sforzo».

La Cavera: «Certo, lo vedremo presto alla Regione se la politica viole stare al passo con questa rivoluzione siciliana».

Camilleri: «Vedrai Mimì. Sono sicuro che è la grande occasione per la Sicilia».

La Cavera: «Lo sai Camillè, questi ragazzi stanno portando avanti i miei sogni».

Camilleri, alla fine di una serata in cui i convenuti parleranno di politica, cultura e molti episodi di vita personale, disse rivolto a Montante: «Sto bene e sono contento che ho conosciuto Mimì».

Montante: «Emozionante l’incontro?».

Camilleri: «Non ci eravamo mai incontrati prima».

E’ La Cavera a concludere: «Io ti ringrazio per quello che hai fatto tu per la Sicilia, che ci hai fatto conoscere…».

L’ANNO PRIMA, IN UN ALTRO ALBERGO

Sabato 1° dicembre 2007,  pochi mesi prima di quell’incontro, all’Albergo delle Povere di Corso Calatafimi a Palermo, il Riformista, quotidiano allora diretto dall’ex editorialista del Corriere della Sera Paolo Franchi, presentò il primo numero del nuovo inserto “L’Isola che c’è”. «Un modo per raccontare la rivoluzione copernicana della Sicilia»: questa era la frase di Andrea Camilleri impressa nel biglietto d’invito. «Un modo per fare conoscere e capire la vera isola al resto d’Italia», replicava sullo stesso biglietto Emanuele Macaluso, deus ex machina dell’inserto e del quotidiano “Il Riformista”.

L’isola, la Sicilia che si voleva far conoscere era quella che fa della legalità e della lotta a Cosa nostra e ai sistemi criminali una ragione di vita.

Non è un caso che nel numero zero l’inserto esordì con un titolo a sette colonne: “Gli industriali investono contro la mafia” – Il sommario recitava: “Paradossi. Per fare impresa non si può sottostare né a pizzo né a burocrazia mafiose perché significa essere costretti all’immobilismo. Ivan Lo Bello racconta il cammino fatto insieme con Antonello Montante, Marco Venturi, Andrea Vecchio, sotto gli occhi di Luca Montezemolo”. L’occhiello diceva: “Il fatto. Quarantenni confindustriali attaccano il racket e la burocrazia”.

Nell’articolo si dava spazio a Mimì La Cavera, guida spirituale per una generazione di quarantenni che voleva affrontare il sistema mafioso del Sud e dell’Italia intera, La Cavera dichiarava: «Questa potrebbe essere l’ultima occasione per la nostra terra di liberarsi da un verme che succhia il sangue e linfa vitale. Sciascia lo diceva sempre: il problema della mafia è soprattutto che non diventa mai borghesia produttiva. Un paradosso certo, ma che spiega perché malgrado i tanti miliardi investiti dallo Stato e dall’Europa in Sicilia lo sviluppo è ancora lontano e rischiamo di essere zavorra. Mentre invece…».

DOMANI IL PREMIO LA CAVERA

Questi spaccati – inediti – racconto per due ordini di motivi.

Il primo mi offre lo spunto: domani a Palermo, nel corso della cerimonia alle 10 presso il Grand Hotel Piazza Borsa, una giuria composta da rappresentanti del mondo accademico, economico e dell’informazione, assegnerà  il “Premio Mimì La Cavera” promosso da Confindustria Sicilia. Per la prima edizione sono state individuate tre categorie: “competitività”, “marchio storico” e “start up”. Nato a Palermo nel 1916, Domenico La Cavera, si è laureato in ingegneria civile e nell’immediato dopoguerra ha creato a Palermo la società Air (Architetti e ingegneri riuniti), successivamente ha creato lo stabilimento di filatura, il Cotonificio siciliano, che dava lavoro a 420 persone. La Cavera dapprima è dirigente di Confindustria Palermo, poi (nel 1949) fonda la Confindustria regionale che lui stesso battezza Sicindustria. Per anni è stato animatore della Svimez. Si è battuto per valorizzare l’impresa siciliana e per creare strumenti di sostegno allo sviluppo locale. Fu lui a portare la Fiat in Sicilia, a Termini Imerese.

Figlio di agricoltori, ingegnere e poi imprenditore, La Cavera nel 1957 si guadagna un articolo del Times dal titolo “Success in Sicily”. In quell’articolo si legge: «La Sicilia, a lungo trascurata, ha improvvisamente cominciato a muoversi molto più velocemente dell’Italia e di ogni altra parte d’Europa».

Sposa i progetti di Enrico Mattei da cui «mi distaccai – ha raccontato – quando capii che il suo unico obiettivo era riproporre i monopoli in Sicilia». Un imprenditore al quale piaceva raccontare se stesso e la sua vita, che poi ha coinciso a lungo con la vita politica e sociale di Palermo e della Sicilia tutta.

I TORTI E LE RAGIONI

Il secondo motivo per cui racconto a voi – amati lettori di questo umido e umile blog – questi spaccati di vita siciliana, è molto più profondo e si basa su semplicissime riflessioni. Ve le elenco con rassegnazione.

Camilleri e La Cavera hanno visto – purtroppo – i loro sogni infranti.

Quell’auspicio sussurrato da La Cavera nel 2007 a Palermo («Questa potrebbe essere l’ultima occasione per la nostra terra di liberarsi da un verme che succhia il sangue e linfa vitale») e quella certezza forzatamente espressa nel 2008 da Camilleri sul tetto di una terrazza romana («Vedrai Mimì. Sono sicuro che è la grande occasione per la Sicilia») sono naufragate sotto i colpi di una politica politicante che ha distrutto una delle aree più orgogliose e acculturate del pianeta. Otto anni dopo quelle frasi, la politica politicante siciliana continua a restare inerme di fronte allo strapotere della mafia e dei sistemi criminali occulti e a fare scempio di quel che resta di una terra meravigliosa, baciata da Dio e maledetta dagli uomini.

Allo stesso modo la parte peggiore della peggiore Sicilia ha ucciso le speranze che La CaveraQuesti ragazzi vanno aiutati») e CamilleriSono eccezionali»), vale a dire due guide morali dell’imprenditoria, della scena sociale e della cultura siciliana, riponevano nel nuovo corso confindustriale portato avanti principalmente da due dei compagni di “terrazza” romana di La Cavera e Camilleri: Lo Bello e Montante.

«La Sicilia non ha bisogno di miracoli. Tutto ciò che serve è la volontà e il lavoro, l’intelligenza e l’iniziativa» diceva La Cavera – morto a Palermo il 22 febbraio 2011 –  ed aveva ragione.

Nemmeno lui, però, aveva fatto i conti fino in fondo con un sistema criminale che ti uccide pur lasciandoti in vita – magari al riparo di una loggia massonica occulta dove la cabina di regia è libera di manovrare a fianco di professionisti al soldo, politici corrotti, servitori dello Stato infedeli, imprenditori spesso al riparo della mano pubblica e informazione venduta – e che inquina l’Italia intera.

La speranza è che i vincitori del premio La Cavera sappiano raccogliere il testimone della legalità e del riscatto sociale e passarlo ad altre centinaia, migliaia di imprenditori della Sicilia e del Sud e sappiano riaccendere il fuoco dei diritti e dei doveri, senza i quali non c’è vita degna di essere vissuta.

La mia speranza è che lo facciano in culo alle mafie di ogni colore e latitudine, montagne di merda che detengono una quota parte delle azioni di un sistema criminale il cui pacchetto di maggioranza è in mano a politici allevati a santini e vangelo, servitori dello Stato lerci, professionisti sporchi, imprenditori parassiti della società e media senza scrupoli.

r.galullo@ilsole24ore.com

  • Roberto Galullo |

    Cosa significhi bisognerebbe chiederlo a chi era assente ma qualche idea ce l’ho. Solo che è ancora troppo presto per esprimerle. Verrà il tempo.

  • maria |

    L’assenza a questa manifestazione, di prefetti, magistrati, e chiunque, almeno sulla carta, possa definirsi l’unico vero rappresentante della legalità, significa qualcosa?
    non mi è sembrato di vedere nessuno di loro, a parte qualche politico….
    È o non è un chiaro messaggio?
    E Crocetta come mai era assente?
    Di queste occasioni non se ne perde una, e stavolta non c’era?
    E manda la Lo Bello?
    Della serie…”. partecipo, ma non ci sono”
    Sarebbe nel suo stile, così un giorno nessuno potrà dirgli, ma come tu?

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