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Relazione Dna/2 La firma dello Stato: il cervello della ‘ndrangheta è a Reggio Calabria, le braccia ovunque

Anna Canepa, Francesco Curcio, Diana De Martino, Antonio Patrono, Roberto Pennisi, Leonida Primicerio, Elisabetta Pugliese, coordinati da Giusto Sciacchitano, sono i sostituti procuratori nazionali antimafia che hanno elaborato la parte relativa alla ‘ndrangheta nella relazione della Dna presentata due giorni fa a Roma dal capo della Procura Franco Roberti (che l’avrà firmata e controfirmata dopo le polemiche dello scorso anno per alcune “fuoriuscite” polemiche di due sostituti
procuratori contenute nella relazione, forse sfuggite all’attenzione preventiva e sapientemente colte dalla stampa) e dalla presidentessa della Commissione parlamentare antimafia Rosy Bindi.

Ieri, su questo umile e umido blog, avrete seguito la parte relativa alla mafia “borghese” di Reggio Calabria e all’unicum rappresentato dallo scioglimento del consiglio comunale della città sullo Stretto.

Oggi si entra ancora più nel vivo di una relazione che, palesemente, è il frutto di idee diverse sulla storicità e sui pregressi della ‘ndrangheta ma che, forse proprio per questo, quest’anno appare aprirsi a quelli che sono sviluppi impensabili fino a qualche anno fa, quando la ‘ndrangheta (così come la mafia siciliana) era ancora considerata solo santini e riti, violenza e sangue, cicoria e meloni. Sottolineo, perché per motivi a me ancora oggi ignoti più di un idolatrato/a operatore/trice della Giustizia oltre ai  cultori dello scodinzolamento mediatico si è divertito/a scientemente negli anni a ridicolizzare il mio voler guardare oltre le “mezze verità”, che ho il massimo disprezzo e il massimo disgusto, nonché un sommo godimento nel veder marcire in galera i vecchi patriarchi o “capo crimine” di Cosa nostra e della ‘ndrangheta, mangiatori di cicoria o venditori di ortofrutta che siano, conosciuti o sconosciuti che siano e spero ardentemente he anche l’ultimo “macellaio” dell’ignobile catena di violenza mafiosa venga arrestato e assicurato alla Giustizia.

Ebbene, nella relazione consegnata nelle mani del capo della Procura nazionale Franco Roberti, si legge che la “specializzazione” delle cosche dei diversi mandamenti in relazione a funzioni diverse, non implica affatto la dismissione, da parte delle stesse, delle altre normali attività svolte dalle associazioni di ‘ndrangheta: estorsioni, turbative d’asta, omicidi, traffico a medio livello dello stupefacente, controllo degli appalti; queste sono attività di tutte le cosche a prescindere dal fatto che siano “specializzate” in questa o quella.

Le cosche reggine tuttavia – così come risulta anche da indagini recenti quale quella sulla latitanza dell’imprenditore ed ex parlamentare di Forza Italia Amedeo Matacena – non si occupano del grande traffico di stupefacenti ma, come contraltare, sono assegnatarie di un compito ancora diverso e vitale per le cosche insediate negli altri due mandamenti.

Si tratta, ci spiega l’analisi della Dna, di un compito funzionale all’interesse di tutto l’organismo ‘ndranghetista: «quello di curare per conto e nell’interesse dell’intera organizzazione i rapporti con la politica e le Istituzioni, ad un livello più elevato».

Se, quindi, immaginiamo, scrive ancora la Dna da pagina 24,  la ‘ndrangheta come un «organismo interconnesso, unitario e vivo, quale il corpo umano, di cui il mandamento Ionico e quello Tirrenico sono cuore e membra, la testa non può che essere nel mandamento del Centro».

I primi in grado (mandamento Ionico e Tirrenico), rispettivamente, di custodire i rituali di Polsi, di essere centro pulsante del grande affare della cocaina, di gestire sia gangli vitali per l’organizzazione (fra cui essenziale, il Porto di Gioia Tauro) che fondamentali rapporti criminali con le altre mafie, a partire da Cosa Nostra siciliana; l’ultimo (cioè i mandamento del Centro), «che ha raggiunto uno stadio evolutivo più avanzato, in grado di mantenere le connessioni, ad un tempo più profonde ed elevate, con entità esterne e zona grigia, da cui dipendono le strategie di fondo dell’intero organismo». Insomma, un cervello a disposizione anche dell’ultima articolazione del corpo (non solo “calabrese”) e che tutto comanda.

Ad un occhio terzo quale rappresento apparirebbe conseguenziale che se la “capa”, vale a dire l’elemento diabolicamente pensante, strategicamente pensante per l’intero “organismo” (che chiamerei corpo ‘ndranghetista putrescente) è a Reggio Calabria, se cioè il cervello (fino a parola contraria ubicato nella scatola cranica) è a Reggio Calabria, beh vivaddio, il “capo dei capi” non può essere a Rosarno, Polsi o solo anche a Gizzeria o Copanello!

Ma per carità, mi rendo conto perfettamente di una cosa (sbollita la rabia degli anni passati nei quali mi incaponivo a non capire il ritardo di certe analisi): cioè che l’importante è segnare una strada dalla quale tornare indietro, spero, sia impossibile. Viva dunque l’unitarietà della ‘ndrangheta, purché si vada finalmente oltre come il procedimento Meta (quantomeno in abbreviato visto che ha passato anche il vaglio della Cassazione) ha già giuridicamente riconosciuto e come sembra che si avvii a riconoscere anche il procedimento Breakfast e i suoi vari filoni (sul processo Meta torneremo la prossima settimana).

Per evitare equivoci la Dna precisa che il «rapporto collusivo con la politica è caratteristica di tutta la ‘ndrangheta, o meglio, di tutta la criminalità mafiosa, che è tale proprio perché condiziona la politica». La Dna, proseguendo il ragionamento, ricorda, anzi, che in alcuni casi, dalle indagini svolte e dai procedimenti istruiti dalla Dda reggina è emersa assai spesso, ed in ogni mandamento, più che una collusione, una «immedesimazione fra cosca e amministrazione locale che rappresentavano un continuum indistinguibile».

Anche qui allora sorgerebbe una  riflessione conseguenziale a quella sopra esposta: ma se la collusione con la politica è caratteristica genetica delle mafie (come insegnano già dal 1876 i viaggi in Sicilia di Sidney Sonnino e di Leopoldo Franchetti) perché per un tempo interminabile è passato (e in molte procure ancora scorre) prima di riconoscere che mafia e corruzione (politica) sono i due volti di una stessa medaglia, vale a dire quella dei sistemi criminali evoluti (e sempre in evoluzione)?

E se proprio volessimo spingerci oltre (ma negli anni passati più di un acuto osservatore, per il mio fallace giudizio, lo ha già fatto), dovremmo cominciare a ragionare sul fatto che la testa, più che essere esposta come un trofeo in quel di Reggio Calabria, forse si muove da anni lungo il binario Reggio Calabria-Roma-Milano e su per li rami di questa bella Italia. Un cervello “mobile” proprio perché oltre al cervelletto (la parte del sistema nervoso centrale coinvolta nell’apprendimento e nel controllo motorio, nel linguaggio, nell’attenzione e di alcuni sensazioni emotive come paura e piacere) ha anche un terminale del sistema nervoso centrale estremamente intelligente, alimentato com è dal sangue che viene iniettato dalle ramificazioni deviate dello Stato e della massoneria e dai professionisti al soldo.

Per quel che riguarda l’umile e umido analista che scrive, queste riflessioni della Dna sono comunque più che apprezzate: sono lette e controfirmate. E non da oggi.

A domani.

2- to be continued (per la precedente puntata si legga https://robertogalullo.blog.ilsole24ore.com/2015/02/25/relazione-dna1-la-ndrangheta-borghese-di-reggio-il-comune-un-unicum-come-nemmeno-la-palermo-ruggente-di-cosa-nostra/)

  • Giambattista Di Martino |

    Mi scuso se mi intrometto in questa Suo umile blog di discussione. Nel leggere la Sua analisi, non poteva non colpirmi un passaggio in cui viene affermato: “…la Dna precisa che il «rapporto collusivo con la politica è caratteristica di tutta la ‘ndrangheta, o meglio, di tutta la criminalità mafiosa, che è tale proprio perché condiziona la politica».”
    Orbene, a questo punto vorrei derimere un dubbio e capire se questa “affermazione-segnalazione-denuncia” della P.N.A. (non so come definirla visto che proviene, appunto, da un Organo che ha per legge perlomeno l’obbligo di esercitare o far esercitare l’azione penale), si riferisca anche ai giorni nostri, oppure prospetta un dato riferibile ad un periodo non recente che riguarda il passato? Perché laddove sia riferita all’attuale momento, allora chiedo dimessamente: ma… ad esclusione della compagine politica calabrese, recentemente eletta? (per essere più precisi: Oliverio, Falcomatà e company, loro esclusi??)
    Permettetemi un’ultima domanda, avete per caso notizie sui provvedimenti, prese di posizioni, proposte di vero cambiamento che tentano di far vibrare l’aria e trasmettere emozioni, hanno adottato i componenti della Commissione Parlamentare Antimafia (CIOÈ LO STATO!!), appena hanno finito di leggere il documento della P.N.A.?
    Un antico proverbio calabrese recita: “passata la festa gabbato lu Santu”; fra qualche giorno questa affermazione rimarrà aria fritta, perché in Calabria i gattopardiani pseudo-‘ndranghetisti, si sono già messi all’opera.

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