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Nelle finanziarie di San Marino guardaspalle lettoni e petrolieri libici (riconvertiti) vicini a Muammar Gheddafi

Domenica 14 settembre, sul Sole-24 Ore ho portato alla conoscenza dei lettori uno spaccato dell’inchiesta che sta scuotendo San Marino (si veda http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2014-09-14/soldi-mafia-cinese-girati-ndrine–150822.shtml?uuid=AB4fGftB). Su questo blog, ho dedicato al tema anche un altro post (si veda https://robertogalullo.blog.ilsole24ore.com/2014/09/12/san-marino-nomina-un-ambasciatore-a-mosca-senza-avere-unambasciata-un-altro-scopre-che-i-polacchi-amano-viaggiare/).

Secondo gli inquirenti sammarinesi, la società Fin.Project (società finanziaria in liquidazione coatta amministrativa), sul cui ruolo stanno indagando e che è ritenuta essere il “motore” finanziario ed economico di una presunta associazione a delinquere dedita al riciciclaggio, ricorreva spesso e volentieri a uomini di fiducia che operavano come clienti o procuratore di clienti.

Quanto finora è stato scoperto sul Titano appare come la punta dell’iceberg, visto che

per stessa ammissione degli inquirenti sammarinesi, alcuni tra gli indagati potevano garantire l’esecuzione concreta delle scelte strategiche della presunta associazione a delinquere, attraverso la partecipazione ai cda di banche, finanziarie e società immobiliari, «chiamati a dare copertura a programmi criminali che dovevano rimanere segreti». La settimana scorsa, tanto per fare un esempio, c’è stata perfino una perquisizione presso la Banca centrale di San Marino (Bcsm, equivalente alla Banca d’Italia), alla presenza del presidente Renato Clarizia (l’omologo di Ignazio Visco in Italia), con la magistratura alla ricerca di documentazioni su alcune operazioni sospette.

A pagina 17 dell’ordinanza emessa l’8 settembre, si legge di una guardia del corpo dei vertici della Fin.Project, un lettone (non indagato) che assunse la procura di una società off-shore di Hong Kong, una “scatola vuota”, sempre secondo l’accusa, acquistata e gestita dalla fiduciaria sammarinese per farvi transitare milioni procurati dalla mafia cinese.

Anche Mohamed Kankun, libico di Tripoli, oltre ad essere socio apparente di Fin.Project (con l’80% delle quote) era anche un cliente fittizio. Kankun (anch’esso non indagato) era, secondo le ricostruzioni e le dichiarazioni rese in interrogatorio da alcuni esponenti della finanziaria, un alto funzionario dell’apparato statale libico, vicino ad uno dei figlio di Muammar Gheddafi, guida della nazione per 42 anni fino all’uccisione a Sirte il 20 ottobre 2011.

Secondo quanto riportano gli inquirenti del Titano a pagina 16 dell’ordinanza e secondo anche quanto è possibile vedere ascoltare su alcuni video promossi sulla Rete, dal 2011 Kankun ha abbandonato l’attività di dirigente del settore petrolifero del suo Paese, per diventare attivista dei diritti umani.

Curiosa figura quella dell’uomo d’affari libico, al quale faceva capo contabilmente, secondo gli inquirenti, il mandato non a caso chiamato “mondo”, sul quale avvenivano movimenti per decine di milioni.

L’ammontare delle somme transitate sui rapporti di Kankun appare infatti incompatibile con la sua condotta. «Benché facoltoso – si legge nel provvedimento dei commissari della legge sammarinesi – ha richiesto i rimborsi delle spese di soggiorno, buoni benzina e piccoli ristori che mal si conciliano con le amplissime disponibilità di denaro movimentate a suo nome».

Il braccino “corto”, evidentemente, è uno stato d’animo ancor prima che una necessità economica.

r.galullo@ilsole24ore.com