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19 luglio 1992/ L’intervento commemorativo del pg Roberto Scarpinato: le stragi italiane e la privazione della verità

Ieri, tranquilla domenica di luglio, stavo riordinando e leggendo alcuni appunti sulla presenza della ‘ndrangheta nelle Marche, di cui vi parlerò nel servizio che pubblicherò a partire da domani mattina.

Mentre questo facevo, ho ricevuto una mail del Procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato. «Caro dottore – mi ha scritto – sperando di farLe cosa gradita Le invio il testo dell’intervento commemorativo che ho svolto al palazzo di Giustizia quest’anno in occasione dell’anniversario della  strage di Via D’ Amelio. Cordiali saluti – Roberto Scarpinato».

Ho atteso ore prima di rispondere alla sua mail. Non sapevo cosa rispondere e il motivo è semplice. Al netto della rigidissima educazione avuta dalla mia famiglia (in cui la parola legalità era ed è in cima ai valori), le stragi di Capaci e via D’Amelio sono stati alcuni degli eventi traumatici che hanno forgiato la mia coscienza alla ricerca della verità dietro l’apparenza. Grazie a mio padre, vecchio generale dell’Esercito, che a 14 anni mi dava in pasto i libri di Michele Pantaleone su mafia e politica e alle sue spiegazioni, sono stato messo sui binari del “dubbio”, che mi accompagnerà poi nel Giornalismo. Il Giornalismo, a differenza del giornalismo, si nutre continuamente del dubbio, l’unica  molla in grado di far scattare la ricerca delle verità-

Ebbene, stanco come sono di verità negate o mezze verità giudiziarie spacciate come il tutto mentre invece ne sono solo al massimo una parte, quest’anno avevo deciso di provare (solo provare) a chiudermi in un silenzio intimo per ricordare, come faccio tutti gli anni, anche quella strage del 19 luglio 1992. In mente avevo il viaggio fatto con mia figlia Greta (che quest’anno si è diplomata presentando una tesina sulla presenza delle mafie al nord) a Palermo sotto la casa del magistrato, dove ci eravamo raccolti nella preghiera. Quella mail di Roberto Scarpinato, il giorno dopo la commemorazione, mi ha turbato, svegliandomi da quel silenzio intimo. Un silenzio interrotto dalla lettura della sua splendida commemorazione, che potrete leggere sotto.

Solo qualche ora dopo gli ho risposto. Così: «Il Suo intervento è una lettura gradita e dolorosissima, che riapre ferite che domani condividerò con i lettori del blog – Cordiali saluti e a presto – Roberto».

Leggere o ascoltare quanto scrive Roberto Scarpinato e condividerlo, per me, è sempre stata una sola cosa. Ciascuno dei due, seguendo la propria missione (Giornalismo e Magistratura quando sposano etica, moralità e incorruttibilità non sono mestieri ma missioni) sa che il dubbio muove la ricerca della verità. Ciascuno dei due sa che la verità anche sulla strage di via d’Amelio non è stata raggiunta. Forse appena sfiorata.

Scarpinato spera che lo sia, sgranando con amore  gli occhi di fronte ad alcune luci che si vedono in fondo a un tunnel avvelenato dai fumi dei depistaggi di Stato.

Io non ci credo. Non ci credo più anche se spero di sbagliarmi e gridarlo al mondo. Non credo più che la Giustizia possa fare il suo corso perché negli anni (e sempre più) quello “stato” mafioso che prima correva parallelo allo Stato di diritto oggi scorre e corre dentro, non più accanto.  L’evoluzione criminale, quella dei sistemi criminali, che Scarpinato aveva prodigiosamente (ma inutilmente sotto il profilo giudiziario) disegnato venti anni fa, ha ormai raggiunto un punto di non ritorno.

Quella domanda che Scarpinato pone nel suo intervento  «Quali interessi superiori rispetto a quelli di Cosa Nostra imposero l’anticipazione autolesionistica della strage? »non avrà, credo, mai risposta perché la capacità camaleontica dei sistemi criminali, quella miscela esplosiva fatta di mafie, Stato deviato, frange estremiste, servitori infedeli dello Stato, massoneria deviata, uomini di Chiesa conniventi,  professionisti al soldo e politici allevati, è forte, ormai troppo più forte perfino della speranza. E Dio solo sa quanto spero di sbagliarmi. Per la strage di via D’Amelio come per quella di Capaci e tutte le altre che lo stesso Scarpinato enumera e che hanno rappresentato la plastica rappresentazione dell’orrore spavaldo dei sistemi criminali.

La privazione della verità, scrive Scarpinato nel suo intervento, è una ferita per la Giustizia e non consente di elaborare il lutto. Condivisibile, drammaticamente condivisibile. Ma c’è di più.

La privazione della verità non consente una compiuta democrazia. Anzi: la nega. Ma v’è di più.

La privazione della verità mangia il futuro. Quello dei nostri figli, condannati a vivere con le mezze bugie.

r.galullo@ilsole24ore.com

Intervento del Procuratore Generale di Palermo Roberto Scarpinato del 18 luglio 2014, in occasione della commemorazione delle vittime della strage di via D’ Amelio del 19 luglio 1992.

E’ trascorso quasi un quarto secolo dalla strage di via D’Amelio ed ogni anno a causa dell’inesorabile fluire del tempo, si assottiglia per ragioni anagrafiche e sopravvenuti pensionamenti, il numero di coloro che all’interno del palazzo di giustizia di Palermo furono testimoni di quel tempo. Di coloro che ebbero modo di conoscere personalmente Paolo Borsellino, di condividere con lui i patemi dei suoi ultimi mesi di vita, di attraversare quella tragica stagione di sangue quando tutto sembrava perduto, come ebbe a dire Antonino Caponnetto in un momento di sconforto e di verità, ed un intero popolo che si sentiva improvvisamente  orfano, si riversava nelle piazze gridando il proprio sdegno nei confronti  degli esponenti di una classe politica che appariva imbelle e di uno stato che si era rivelato incapace di proteggere da una morte annunciata i suoi  figli migliori. Ho ancora negli occhi l’immagine di un Presidente della Repubblica che venuto a Palermo dopo la strage di via D Amelio, rimase  prigioniero nella morsa di una folla immane; una folla che travolse nel suo incontenibile impeto i cordoni  di protezione della polizia e dalle cui fila si alzava veemente il grido “assassini” rivolto all’indirizzo dei massimi esponenti delle istituzioni.            

Ogni anno che trascorre mi chiedo quanto di questo vissuto sia rimasto e resterà nella memoria collettiva dei nuovi abitanti di questo palazzo, delle giovani generazioni di magistrati, di avvocati, di funzionari destinati a sostituirci.

Mi chiedo quale verità storica, prima ancora che verità processuale, noi lasciamo loro in eredità; quali chiavi di lettura del passato consegniamo loro perché  nella staffetta delle generazioni, essi sappiano leggere nel presente i segni del passato e le possibili premonizioni del futuro.

Nel pormi questa domanda a proposito della strage di via D Amelio, a volte resto perplesso, perché tanti, troppi aspetti di quella strage restano a tutt’oggi avvolti in un mistero impermeabile alle indagini; lo stesso mistero che avvolge, non a caso, quasi tutte le stragi che hanno insanguinato la storia del nostro paese.

A questo proposito consentitemi, rivolgendomi soprattutto ai più giovani, di tracciare un telegrafico sommario di alcuni aspetti che sembrano accomunare lo stragismo degli anni 1992-1993 a quello dei decenni precedenti, lasciando intravedere una inquietante linea di continuità storica.

Più volte mi è accaduto di ripetere che non vi è alcun paese europeo la cui storia nazionale sia stata  contrassegnata da una sequenza così lunga e quasi ininterrotta di stragi come quella che ha caratterizzato la storia italiana del secondo dopoguerra.

L’atto di nascita della Repubblica italiana è tenuto a battesimo da una strage: la strage di Portella delle Ginestre del 1 maggio 1947, che vede interagire alta mafia e settori deviati delle istituzioni segnando l’inizio della strategia della tensione.

Una strategia che da allora scandirà tutta la successiva storia repubblicana interferendo pesantemente sulla dialettica politica, sugli equilibri di potere nazionale, e che si snoderà, oltre che in progetti di colpi di stato, nella sequenza delle stragi di Piazza Fontana a Milano del 12 dicembre 1969, di Peteano del 31 maggio 1972, dell’Italicus del 4 agosto 1974, di piazza della Loggia a Brescia del 28 maggio 1974, di Bologna del 2 agosto 1980, del rapido 904 del 23 ottobre 1984 e di molte altre ancora che tralascio per ragioni di sintesi.

Una strategia della tensione che, come hanno dimostrato vari processi e condanne definitive ha coinvolto in varie occasioni i vertici della mafia, così’ come era già avvenuto in occasione della strage di Portella delle Ginestre.

Si pensi, solo per citare alcuni esempi, al coinvolgimento nel progetto di golpe Borghese del 1970, al coinvolgimento nelle preparazione di attentati dinamitardi nel 1974, alla preparazione del progetto di colpo di stato nel 1979, alla strage del rapido 904 per la quale è stato condannato all’ergastolo Giuseppe Calò, testa di ponte a Roma della mafia per i rapporti con la massoneria deviata e la destra eversiva.

Alla luce di questa telegrafica retrospettiva storica, non è dunque forse un caso che lo stragismo così come aveva segnato l’incipit della prima repubblica tentando di interferire sul processo politico poco prima delle elezioni politiche nazionali del 1948, il cui esito appariva imprevedibile dopo la lunga parentesi del ventennio fascista, ne contrassegni negli anni 1992-1993  anche l’agonia finale in una fase storica nella quale il disfacimento del vecchio quadro politico apriva una stagione di transizione verso nuovi equilibri di potere, il cui futuro assetto appariva allora di incerto esito e che, a secondo dei suoi sviluppi nell’una o nell’altra direzione, rischiava di pregiudicare, se non direzionato con atti di forza,  rilevantissimi interessi e garanzie di impunità che si erano fondati sugli equilibri di potere della prima repubblica.

La vera storia dello stragismo italiano è rimasta in larga misura nell’ombra a causa dell’impotenza della giurisdizione a fare luce sulle occulte causali politiche delle stragi, sui mandanti eccellenti, e, talora, persino sugli esecutori materiali.

Sono a tutt’oggi senza colpevoli, ad esempio, la strage di Piazza Fontana, la strage dei Brescia, la strage dell’Italicus.

Sappiamo anche quale sia stata una delle cause  di questa singolare debacle della giurisdizione nell’ accertamento della verità.

Come è stato accertato in tanti dei processi concernenti le stragi, le indagini della magistratura sono state quasi sistematicamente depistate, così come era già accaduto per la strage di Portella delle Ginestre, da esponenti di settori deviati delle istituzioni.

L’elenco dei casi accertati è troppo noto e lungo per farne menzione. Vorrei solo ricordare che sono stati condannati con sentenza definitiva per depistaggio delle indagini sulla strage di Bologna, tre vertici del Sismi e Licio Gelli,  capo della loggia massonica P2.

Si tratta di una realtà storica talmente evidente che in questi giorni la Commissione Giustizia della Camera dei Deputati, dalla quale sono stato ascoltato il 25 giugno u.s., sta esaminando una proposta di legge (proposta C. 559 Bolognesi) che prevede l’introduzione nel nostro codice penale dell’art. 372 bis concernente il reato di depistaggio.

Ho voluto anteporre questa telegrafica premessa storica, perché la strage di via D’Amelio rischia di entrare nel triste novero delle stragi in buona misura avvolte dal mistero per motivi che, per certi versi, richiamano alla mente gli stessi  motivi che hanno determinano l’impotenza della giurisdizione ad accertare la verità nelle altre  stragi italiane che ho prima menzionato.

La strage del 19 luglio 1992 è infatti a tutt’oggi, nonostante la celebrazione di ben quattro processi ed indagini durate quasi un quarto di secolo, un mosaico nel quale mancano ancora troppe tessere determinanti perché sia possibile ricostruire una immagine finale nitida ed univocamente leggibile.

A tutt’oggi non sappiamo quale fu il motivo che determinò l’improvvisa brusca accelerazione dell’esecuzione della strage che colse di sorpresa persino molti capi di cosa nostra tenuti all’oscuro.

Una accelerazione autolesionistica per gli interessi di Cosa Nostra, perché l’esecuzione pochi giorni prima della scadenza del termine dell’ 8 agosto 1992 entro cui doveva essere convertito in legge il decreto legge Falcone dell’ 8 giugno 1992 che aveva introdotto il regime detentivo speciale del 41 bis ed altre  incisive norme  antimafia, determinò – come era chiaramente prevedibile – il subitaneo sblocco ed il superamento  di tutte le resistenze dell’ampio e trasversale fronte parlamentare garantista  sino ad allora contrario alla conversione in legge di norme ritenute lesive di diritti fondamentali.

Quali interessi superiori rispetto a quelli di Cosa Nostra imposero l’anticipazione autolesionistica della strage?    

Quale era l’urgenza suprema non rinviabile per cui non si poteva attendere per l’esecuzione della strage neppure il decorso di quei 20 giorni che mancavano alla fatidica data dell’ 8 agosto, giorno di scadenza della conversione del decreto legge?

Cosa si temeva che Paolo potesse fare di tanto grave, di tanto irreparabile, in quei 20 giorni?

Forse mettere finalmente a verbale dinanzi alla Procura di Caltanissetta, dove da mesi insisteva per essere sentito, o formalizzare in interrogatori della Procura di Palermo, quel che aveva appreso sul “gioco grande” sotteso alla strage di Capaci e a quelle in fieri, all’interno di un complesso progetto politico stragista che – così come era avvenuto in passato per altre stragi – vedeva ancora una volta interagire la mafia con altre entità esterne?

Brandelli di verità che aveva appreso in quegli ultimi mesi della sua vita, spesi nella frenetica ricerca di chiavi di lettura per comprendere quanto era accaduto e quanto si preparava ad accadere, anche grazie alle rivelazioni di varie fonti tra le quali anche taluni collaboratori di giustizia. Fonti quali, ad esempio, il collaboratore di giustizia Leonardo Messina, il quale sentito nel processo per la strage di via D’Amelio ha ammesso di avere anticipato a Paolo Borsellino – ma  solo riservatamente, per timore della propria vita – quanto egli sapeva sul progetto macro politico stragista elaborato da intelligenze esterne e discusso dai massimi vertici regionali di Cosa Nostra riuniti in conclave segreto  nella provincia di Enna, progetto rimasto poi celato alla manovalanza mafiosa e persino a molti vertici della Commissione provinciale di Palermo.

Quali che fossero le notizie apprese, doveva comunque trattarsi di rivelazioni che lo avevano lasciato sgomento, quasi avesse assunto consapevolezza di doversi misurare con un potere così grande da travalicare quello mafioso e dinanzi al quale non aveva difese.

Tanto sgomento da indurlo a confidare alla moglie che sarebbe stata la mafia ad ucciderlo ma solo quando altri lo avrebbero voluto.

Chi erano questi altri? Forse le tracce per individuarli erano annotate in quella agenda rossa dalla quale Paolo mai si separava e  che custodiva gelosamente.  

Ma questo è solo uno dei tanti tasselli mancanti del mosaico.

A tutt’oggi  non sappiamo chi fu l’artificiere della strage, il soggetto cioè dotato delle sofisticate competenze tecniche necessarie per mettere a punto il congegno esplosivo e garantire la riuscita dell’operazione.

Ed ancora non sappiamo chi era il soggetto esterno a Cosa Nostra che, come ha dichiarato il collaboratore Gaspare Spatuzza, sovraintendeva alle operazioni di caricamento dell’esplosivo nell’ autovettura poi collocata in via D’Amelio.

Ed ancora non sappiamo a chi si riferisse Francesca Castellese, moglie del collaboratore di giustizia Mario Santo Di Matteo, quando disperata per il rapimento del loro figlio Giuseppe avvenuto il 23 novembre 1993, scongiurò il marito di non parlare ai magistrati degli infiltrati della Polizia implicati nella strage di via D’ Amelio, come risulta da una intercettazione ambientale del colloquio tra i due coniugi del 14 dicembre 1993 agli atti del processo per la strage di via D’Amelio.

Potrei continuare con un lungo elenco di altre tessere ancora mancanti.

Sono dunque tanti i fatti rilevanti che non conosciamo e che sembrano chiamare  in causa livelli di coinvolgimento nella esecuzione della strage che travalicano quello mafioso.

Livelli superiori che vengono evocati anche da altri fatti che invece conosciamo, pure ancora avvolti nell’ombra, e che dimostrano come le indagini sulla strage abbiano  subito gravi interferenze esterne volte ad impedire  il pieno accertamento della verità, replicando così quanto era già avvenuto in passato in quasi tutte le indagini relative alle stragi italiane,  come ho prima ho ricordato. 

Mi riferisco alla sottrazione dell’agenda rossa di Paolo e all’ introduzione nel processo per la strage di via D’Amelio di falsi collaboratori di giustizia (Vincenzo Scarantino ed altri), che tutto ignoravano della strage, e che furono indottrinati per dire il falso ingannando i magistrati.

Se le considerazioni sin qui svolte hanno almeno in parte un fondamento,  possiamo dunque  concludere che a distanza di 22 anni dalla strage di via D’ Amelio, non sappiamo ancora che storia raccontare a noi stessi e ai nostri figli. Siamo privi della verità o di parti essenziali di essa. La privazione della verità non è solo un vulnus alla giustizia, perché non consente di accertare le responsabilità penali ed irrogare le giuste pene. Vi è un danno ancora più grande, se possibile. La privazione della verità non consente di elaborare il lutto per la perdita subita, non consente di acquietarsi consegnando questa ed altre vicende ad un passato tragico ma ormai concluso. La privazione della verità non consente alle ferite di chiudersi. La strage di via D’ Amelio resta ancora una ferita aperta per l’intera nazione e rischia di divenire l’ennesima sconfitta di un paese che dinanzi all‘ininterrotto  stragismo che ha insanguinato la sua storia, si è sino ad oggi rivelato incapace di fare i conti con i lati oscuri del proprio passato.

Un passato che, quindi, sembra destinato ad essere rimosso nell’oblio, oppure ad essere coperto sotto il sudario di una retorica commemorativa secondo cui gli unici responsabili del male di mafia sono sempre e solo stati i macellai di Cosa Nostra.

A differenza di tante altre lapidi commemorative delle vittime delle mafia che recano frasi celebrative, la lapide posta in via D’Amelio reca solo i nomi di battesimo di Paolo, Agostino, Claudio, Emanuela, Vincenzo, Walter. Null’altro. Come se quella lapide ricordasse a tutti noi che ancora attendiamo di sapere quali siano le  parole giuste da scrivere e quale fu la storia che quel terribile 19 luglio 1992 trascinò nel suo gorgo malefico le loro vite.    

  • Roberto Galullo |

    Bartolo non discuto del suo stato di vigilanza che però mi sembra eccezione in tutti i sensi. Si metta il cuore in pace: i calabresi dormono, colpevolmente, sonni profondissimi. Quanto ai cittadini meridionali massacrati in nome delle mafie credo che a chiedere scusa dovrebbero essere i cittadini meridionali stessi. In questo contesto è ovvio, perfino banale, che anche la magistratura e il giornalismo (tanto per restare a due professioni a lei care) abbiano commesso enormi errori. saluti Roberto

  • Bartolo |

    per quanto mi riguarda, sono stato sempre sveglio. anche quando alle sette di mattina in aereo ho raggiunto roma, dove, nella sede del CSM, si processavano un procuratore capo e i suoi sostituti per aver osato inquisire quella parte di calabria che non è inquisibile. certamente andrò a comprarmi un cappello qualora scarpinato ammette che migliaia di cittadini meridionali inermi sono stati massacrati in nome della lotta alle mafie, che, invero, ha abbattuto soltanto lo stato di diritto.
    Saluti, bartolo.

  • Roberto Galullo |

    Bartolo, come sa non censuro e ognuno è libero di esprimere le proprie opinioni ma, mi creda, io potrò anche farle rabbia (sono solo un giornalista) ma di fronte a un uomo come Scarpinato io mi scappello. Dovrebbero farlo tutti, credo. Questa volta, a mio avviso Bartolo, l’ha fatto fuori del vaso anche nel paragone tra Palermo e Oppido. Palermo ha vissuto almeno la stagione del lenzuoli bianchi e tutta la Sicilia vive con una dignità civica che non riscontro (ma mi sbaglierò) nella sua regione. Oppido ma la Calabria tutta, che stagione hanno vissuto? Mi pare che non si sia mai svegliata da un torpore che vive molto di omertà e di senso di appartenenza che tutto confonde. saluti Roberto

  • Bartolo |

    Caro Galullo,
    le cose scritte da Scarpinato mi fanno rabbia alla stregua di quelle che
    scrive Lei. Ecco, l’Alto magistrato rievoca il funerale di Borsellino e il
    sollevamento del popolo palermitano, che aveva rotto il cordone di protezione
    della polizia, contro il presidente della Repubblica e i vertici dello Stato,
    gridando al loro indirizzo: ASSASSINI!!!
    Provo rabbia perché ancora oggi il presidente della Repubblica ha esternato a
    favore di un leader politico che a seguito di quella strage e grazie ad essa ha
    governato il paese per un ventennio. I giornali nazionali megafoni del sistema
    strillano contro il popolo oppidese: non s’è indignato per l’inchino fatto
    dalla madonna di fronte all’abitazione di un boss. Dimentichi, però, che il
    popolo palermitano insorto contro le collusioni istituzionali con la mafia, a
    distanza di 22 anni non conosce ancora la verità su quella feroce strage. E
    allora, considerato che le leggi emergenziali che hanno devastato lo stato di
    diritto sono state varate prima dai governi Andreotti-Craxi (il ministro
    Martelli ha istituito per primo la tortura del 41 bis) e poi da quelli
    Berlusconiani col sostegno della sinistra, perché sia Lei sia Scarpinato vi
    ostinate alla non denuncia degli effetti devastanti contro il popolo
    meridionale derivati dalla sospensione delle garanzie giurisdizionali contro
    inermi cittadini incapaci sia economicamente sia culturalmente alla difesa da
    accuse tanto strampalate, quanto elevate dal terrore mediatico-mafioso, ad
    accuse di terrorismo?
    Scarpinato oltre ad essere un Alto Magistrato è anche intellettuale e
    scrittore, trovi il coraggio di ammettere che mentre la mafia di stato dx-sx
    governava il paese, migliaia d’innocenti venivano, dopo Tortora, rastrellati
    sommariamente anche per un semplice sospetto di collusione con le mafie. Sono
    uno di questi, e, non parlo del mio caso; bensì, di quelli che ho conosciuti
    durante la mia detenzione di carcere in carcere, ad espiazione di una pena per
    un reato che mai avrei potuto commettere. Cari Galullo e Scarpinato, ho la
    certezza matematica che circa il 90% dei detenuti per mafia sono come quei
    portatori di vara che hanno inclinato la madonna al cospetto di un moribondo:
    colpevoli (a ragione) di non credere nelle istituzioni giudiziarie del loro
    paese.
    Saluti,
    bartolo

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