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Stefania Gurnari mi scrive: 6 anni fa un colpo di pistola in bocca a mio figlio. Il suo dramma rivive con Cocò, bruciato (da morto) in Calabria

Cari lettori, come molti colleghi dei media calabresi, sabato 25 gennaio, alle 18.50 ho ricevuto una mail.

La mittente era Stefania Gurnari, madre di una creatura di 3 anni che nel 2008 a Melito Porto Salvo fu vittima inconsapevole e innocente della furia omicida di rivalità criminali alla resa dei conti che, casualmente, quel giorno erano sulla sua strada.

La sua storia la (ri)leggerete qui sotto, nella splendida e commovente lettera della mamma.

Debbo essere sincero. Da padre di due ragazzi ho dovuto fermarmi più e più volte nella lettura, ingoiare e respirare profondo. Ho pianto. Sono meno uomo se lo ammetto? Leggere e rileggere quella lettera è straziante perché il futuro del figlio di Stefania è ancora appeso al volere di Nostro Signore.

Leggere e rileggere questa lettera drammatica è un tormento necessario. Necessario perché nessuno, come una madre, può descrivere l’amore per un figlio e l’odio per il suo futuro spezzato.

Questa lettera fa bene e fa, allo stesso tempo, male al cuore.

Bene perché nessuno di noi è esente da responsabilità per quanto sta accadendo in Calabria e dunque questa lettera serve a svegliare le coscienze proprio nei giorni in cui anche Papa Francesco ha rammentato il sacrificio del piccolo Cocò, ricordato anche dalla signora Stefania Gurnari. Un’altra piccola creatura, questa volta uccisa (sembra) con un colpo di pistola, ancor prima di essere bruciata. Arso da morto.

Male perché quella lettera ci ricorda che tutte le vittime dell’odio mafioso e/o criminale sono sole. Sole come la signora Stefania e i suoi familiari (marito e figli) nonostante il calore di tanti. Il calore passa e spesso è fatuo. La solitudine resta. Così come rimane, purtroppo e Dio solo sa per quanto, una terra e una regione battute dalla ‘ndrangheta e da sistemi criminali che ne stanno spegnendo giorni dopo giorno la vita.

Chiedo a me e a tutti: ma perché questa cose accadono solo in Calabria? La risposta avrebbe bisogno di approfondimenti viscerali ma una cosa noto da cronista: l’omertà e la voglia di non vedere che esistono in Calabria non esistono in alcun’altra parte d’Italia in maniera così pervasiva e diffusa. Forse, per la cruenza che vivono, solo alcune parti della Campania (nelle province di Caserta e Napoli) possono essere paragonate alla Calabria tutta. La vostra regione, signora Gurnari, anche se non volete sentirvelo dire, deve fare quotidianamente i conti con una cultura mafiosa/omertosa (e non, come Lei scrive, sub mafiosa) che offusca e spegne la voglia di reagire e rinascere che vive in buona parte dei calabresi.

Per alcuni giorni non ho pubblicato la Sua lettera che, invece, ho visto essere stata pubblicata da tutti i media locali senza uno straccio di commento. E' un servizio questo? E' informazione questa?

Ho voluto, tormentandomi, interrogarmi, leggere e rileggerla. Della lettera ho condiviso e condivido tutto. O quasi.

Se la signora Stefania ha scritto anche a me, lo ha fatto, voglio credere, perché sa che non faccio sconti a nessuno. Neppure alla mia coscienza.

E allora a Stefania dico che il punto che non condivido della sua lettera è quello in cui Lei scrive, rivolgendosi ai politici attuali: «Vi prego ridate a questa terra dignità ed onorabilità. Da voi attendo fiduciosa una risposta».

No signora Stefania, mi spiace ma non ci siamo proprio. A ridare dignità e onorabilità alla Sua, alla Vostra terra, non potete che essere per primi voi, quei tanti cittadini onesti che Lei stessa, subito dopo, richiama giustamente nella Sua lettera. Non può essere la politica (sia chiaro: questa politica calabrese e nazionale, fatta di persone indegne di rappresentare la parte sana e onesta del vostro popolo) a dare a Lei e a tutti una risposta.

La risposta è dentro di noi, di voi, nell’atteggiamento quotidiano di ciascuno di voi, di noi, sulla strada battuta di valori e principi fissati dai padri fondatori della nostra Patria e della nostra Costituzione. Oltre che nella Fede.

Riprendendo il filo logico steso poco sopra, ricordo che troppi, nella Sua terra, percorsa dall’omertà (che è il disvalore primario sul quale si fondano le mafie, ‘ndrangheta in testa), si voltano dall’altra parte davanti alla criminalità, organizzata o meno che essa sia. Costoro sono colpevoli più di quegli ignobili criminali che hanno tolto il presente (e mi auguro non il futuro) a Suo figlio.

L’abbraccio e con Lei la Sua famiglia e prego per Suo figlio e per il futuro della Vostra terra. Sa che reputo la Calabria irrimediabilmente persa per sempre ma sa anche che ogni giorno spero di sbagliarmi in questo mio duro e drammatico giudizio. Neppure oggi ho cambiato idea. Spero che domani sia il giorno buono.

r.galullo@ilsole24ore.com

LA LETTERA DI STEFANIA GURNARI

 Egregio direttore,

mi presento sono Stefania Gurnari la mia famiglia è composta oltre a me da mio marito Carmelo Laganà e dai nostri tre meravigliosi figli, Francesco di 14 anni, Antonino di 9 e infine Benedetta di 7 anni.

La mia battaglia comincia il 6 giugno del 2008; quel giorno mio figlio Antonino di appena tre anni veniva colpito da un proiettile vagante in piena bocca. In quel momento passava di lì un pregiudicato tale Francesco Borrello che si stava recando verso la sua abitazione; che qualche anno prima aveva ucciso due ragazzi poco più ventenni.

Quel 6 giugno era stato deciso che quell’uomo doveva morire, che doveva pagare con la propria vita l’uccisione dei due ragazzi. Un altro tentativo di morte era fallito a gennaio dello stesso anno e un  altro nell’ottobre del 2012.

Tornando alla mia storia il killer che ancora oggi è sconosciuto, non si è curato del via vai di persone che quel giorno era venuta ad assistere alla recita dei propri bambini. Questa recita si svolgeva sul lungomare di Melito Porto Salvo ed era intitolata ”Il mondo delle favole” ma non fu così.

In scena andò “come si consuma una vendetta in terra di ndrangheta”.

Mi spiego meglio, è per dare un titolo degno di questa mentalità”occhio per occhio….dente per dente”.E chi se ne frega se quel giorno, un fine settimana di inizio estate, a chi passeggiava o a dei bambini che con una bella festa salutavano l’anno scolastico appena trascorso.

Il killer spara Borrello nelle gambe, per azzopparlo e dunque intimidirlo, per poi ucciderlo, ma un proiettile vagante finisce in bocca di Antonino. Nel frattempo il killer viene messo in fuga dal Borrello stesso, che lanciando la sua bicicletta gli fa cadere la pistola a terra, non potendola recuperare la lascia e scappa vi
a.

Tutto questo si svolge in brevissimo tempo e quando mi accorgo che non sono mortaretti ma colpi di pistola cercai di raccogliere i miei figli in un abbraccio protettivo ma la testa di Antonino era supina sul mio braccio, lo scuoto come per dire andiamo via, andiamo a casa.

Mi accorgo che la mia mano era sporca di sangue, lo tiro su e vi lascio immaginare il suo viso, i suoi occhi per non dire delle sue urla strazianti nel gridarmi solo per pochi minuti”mamma, mamma aiuto”. Poi solo un lamento che mi tormenta ancora giorno e notte. E che dire della disperazione di Francesco otto anni all’epoca dei fatti che urlando diceva “mamma ma Antonino muore, come facciamo se Antonino muore”.

Le sue piccole manine sorreggevano la testa di Antonino mentre a bordo di una macchina raggiungevamo il vicinissimo pronto soccorso. Il primo soccorso poi il trasferimento verso gli ospedali riuniti di Reggio Calabria dove viene sottoposto ad un intervento chirurgico d’urgenza per levargli i frammenti di proiettili conficcati nella bocca ma sopratutto per ricucirgli la lingua e la gola tagliati dalla furia violenta di questo proiettile. Condizioni gravissime dicevano.

La mattina dell’otto giugno le condizioni di Antonino peggiorano a causa di un’ischemia celebrale,da qui il trasferimento all’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma. Ore ed ore d’intervento ben riuscito ma condizioni gravissime e quindi prognosi riservata. Il risveglio dal coma farmacologico è avvenuto dopo qualche giorno non riusciva a parlare ma mi ha fatto capire che voleva che gli tenessi i piedini fra le mani come facevamo a casa e ancora i suoi occhi mi dicevano perche sono qui? Un lunghissimo ricovero fatto di tanti e tanti ostacoli, io dedicata completamente a lui notte e giorno senza lasciarlo mai . E mi domandavo ma tutto questo perche? Per chi?

Mio marito mi è stato sempre vicino nonostante dovesse accudire Benedetta all’epoca 18 mesi e Francesco che di quel giorno ricorda tutto. La nostra vita si svolgeva tra casa che ci è stata messa a disposizione dall’amministrazione Penitenziaria in quanto mio marito è un agente della Polizia penitenziaria e l’ospedale, la sala d’attesa era diventato il nostro salottino dove ci scambiavamo coccole, abbracci, carezze e ascoltavamo i primi discorsi di Benedetta che ci facevano ridere anche un pò.

Oggi la cure di Antonino continuano, vanno avanti nonostante siano trascorsi 5 anni da quel giorno, ancora  con frammenti di proiettili nell’arcata mandibolare ma sopratutto con un frammento di proiettile nella carotide con conseguente lesione e non oso domandare ai dottori  se questo frammento di proiettile si sposta o dovesse incominciare a dare fastidio? Antonino oggi frequenta la terza elementare a Melito Porto Salvo è seguito a scuola da un insegnante di sostegno bravissima che gli vuole un bene dell’anima, a causa dell’ischemia ha riportato danni neurologici (scarsa attenzione scarsa concentrazione) e un emiparesi sinistra più accentuata alla mano e per questo e seguito anche in centro di riabilitazione.

I mandanti materiali del tentato omicidio di Francesco Borrello e del ferimento di Antonino sono stati condannati in via definitiva a 18 anni di carcere il 18 aprile 2013 e nonostante la costituzione di parte civile da parte nostra non siamo stati risarciti da nessuno. Neppure dallo stato stesso non riconoscendo Antonino vittima.

Ma tutto questo per dire che oggi è un pugno allo stomaco ascoltare la storia del piccolo Cocò vittima innocente di una guerra senza se e senza ma si deve morire e basta. Figlio di un destino che non ha potuto scegliere, figlio di una cultura che non ha scelto ma subito, tre anni la stessa età di Antonino, piccolo Cocò ma a tenerti tra le braccia non c’era la tua mamma come con Antonino e chissà se i tuoi occhi perchè solo con quelli potevi implorarli di risparmiarti ad una vita già difficile da sè.

I rilievi scientifici ancora non hanno accertato se sono stati prima ammazzati e poi bruciati oppure arsi ancora semincoscenti. Dio mio ma come si può solo pensare di sparare ad un bimbo, non siete uomini altrimenti davanti all’innocenza di Cocò che  non aveva ne arte ne parte in questo contesto criminale di assoluta ignoranza e subcultura mafiosa lo avreste risparmiato preso e lasciato davanti ad una chiesa un ospedale un modo lo avreste trovato voi che non lasciate nulla al caso.

Guardo e riguardo quelle foto davanti all’albero di Natale con quegli occhi dolcissimi quel sorriso come per dire ma chi mi può fare del male a me!!!!!!! Oggi chi ha fatto tutto questo starà ascoltando telegiornali leggendo (me lo auguro) i quotidiani gli dico di pentirsi di quello che hanno fatto e come diceva Giovanni Paolo II “prima o poi verrà il giudizio di Dio” e a quello nessuno di noi potrà sfuggire.

Ma adesso io voglio rivolgere delle domande a chi di competenza: si poteva evitare tutto questo ? Se si come? Ma quale giudice ha mai potuto affidare un bambino ad un nonno già condannato per reati di droga, violenza sessuale e sequestro di persona .E adesso che ci è scappato pure il morto, tra l’altro un bambino, di chi è la responsabilità del nonno pregiudicato o del bambino che non poteva scegliere di meglio?

Ma ancora se questo Stato a cui io appartengo e che faccio ogni giorno sempre più fatica a comprendere come vuole combattere questa piaga in questo territorio già martoriato da inadempienze politiche gravissime? Propongo una riflessione a tutti e a chi di competenza che si cominci a pensare ad una legge con la quale si tutelino i minori perche i figli non possono pagare le scelte dei padri; io propongo che venga tolta la patria potestà a questi genitori che di certo non educheranno i propri figli al rispetto delle regole alla sacralità della vita, ma bensì li educheranno all’odio, alla vendetta e a macchiarsi di reati gravissimi per poter far parte anche i figli come i padri dell’onorata società.

Ci faccia riflettere a tutti quanti la scelta che qualche anno fa fece una donna di ‘ndrangheta Giuseppina Pesce, nelle motivazioni che l’hanno spinta a collaborare  con la giustizia. Disse: voglio dare un futuro diverso ai miei figli, diverso da quello che ho avuto io, loro dovranno avere la possibilità di scegliere. Rimanendo in quella famiglia non avrebbero potuto mai scegliere l’avrebbero fatta i padri per i figli e cosi via per generazioni. Il mio appello non può che essere rivolto al presidente del consiglio dei ministri on. Gianni Letta, al ministro dell’interno on. Angelino Alfano, al ministro della giustizia on. Annamaria Cancellieri e al presidente della Commissione antimafia on. Rosy Bindi vi prego ridate a questa terra dignità ed onorabilità. Da voi attendo fiduciosa una risposta.

Non dimenticate che le mafie nel corso degli anni hanno prodotto una lista lunghissima di vittime innocenti, a cui tanti famigliari ancora oggi attendono verità e giustizia.

In Calabria c’e tanta gente onesta e laboriosa che ogni giorno si spende affinchè questa terra non sia solo terra di ‘ndrangheta. A te piccolo grande Cocò oggi tutti quanti noi, chi più chi meno, ci sentiamo un pò responsabili della morte terribile, assurda, inaccettabile e ingiustificabile che qualche ignobile uomo d’onore ti ha fatto fare. Piccolo angelo riposa in pace.

Stefania Gurnari

Famigliare di vittima di ‘ndrangheta

  • bartolo |

    Caro Galullo,
    un uomo che piange è un uomo forte. Potente, se, poi, lo fa leggendo lettere come quella della Signora Stefania Gurnari.
    Commento spesso i suoi post e non potrei sottrarmi a questo che riguarda il paese e il contesto in cui vivo e lavoro, nel settore dei servi sociali e, specificatamente, nel campo della riabilitazione, rieducazione e risocializzazione di persone con disagio psichico ed assistenza domiciliare ad anziani ed integrata. Non conosco la Signora Stefania ma, come Lei, provo gli stessi sentimenti di vicinanza e rabbia, contro il degrado sociale e civico di questo comprensorio. E, mi ripeto, sono vicino con immensa solidarietà a questa famiglia fortemente provata dall’idiozia umana.
    Detto questo, Galullo, nessuna cosa al mondo potrà mai colmare il dolore perpetuo di questa mamma. Però, direbbe uno dei maggiori responsabili del disastro italiano, mi consentirà, di scrivere di quel tale “pregiudicato”, Francesco Borrello. Quest’uomo, che, invece, conosco, risulta essere un pregiudicato proprio a causa dell’episodio in cui due giovani ragazzi hanno perso la vita, dopo una rissa degenerata in sparatoria. Di quell’episodio, Borrello e famiglia, sono anch’essi vittime e non attori spregiudicati della decadenza civile e morale del luogo. Infatti, da allora, quest’uomo viene fatto segno a periodici attentati: si difende e denuncia; e con lui, i suoi cari. Cos’altro potrebbero mai fare? Non so se esiste la società civile a Melito Porto Salvo e dintorni, ma, mettiamo che esista davvero. Anche questa, cosa dovrebbe fare?
    Allora Galullo, se l’intento è quello di continuare a criminalizzare la Calabria intera, ora con lo scioglimento del più grande comune calabrese (circa 160.000 abitanti, su pochi paralitici-disadattati-cialtroni) per infiltrazioni mafiose, come quello di Reggio Calabria; ora con la nomina al parlamento italiano di vedove e attiviste antimafie, che, avrebbero scoperto la ndrangheta solo a seguito di segni indelebili dell’anima o come opportunità di successo; ora con la terribile e diabolica fine riservate ai cocò ed ai drammi come quello di Francesco; tutto fa brodo. Se, invero, si vuole affrontare seriamente il degrado calabrese, le maniche se le devono rimboccare forze dell’ordine e magistratura: perseguendo i reati e i delinquenti che li commettono, ed invero, lasciando in pace ignari ed innocui cittadini, che, per quanto retrogradi ed infarinati di ndrangheta, non farebbero mai del male, neppure ad una formica.
    Saluti. b.
    p.s.
    ovviamente, da garantisti, fa piacere che personaggi come Scajola vengono assolti perchè il reato di ricevere in regalo una casa di fronte al colosseo, a propria insaputa, non costituisce reato. Quello che mai nessuno potrà capire è come sia possibile che centinaia e centinaia di cittadini vengono condannati in assenza di aver mai commesso alcun reato.

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