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Unitarietà della ‘ndrangheta: le analisi dei pm antimafia De Bernardo e Musarò e le lancette (mafiose) del tempo

Chi segue quel che scrivo da anni sa che il dibattito sull’unitarietà della ‘ndrangheta mi appassiona poco. Non vuol dire che non segua e non apprezzi l’analisi degli studiosi e della magistratura (il dibattito, nato con l’”orizzontalità” e proseguito con la “verticalità” è datato nel tempo). Vuol dire un’altra cosa: che l’argomento non mi fa tremare i polsi.

Questa riflessione mi torna in mente nei giorni in cui leggo (e rileggo) la minuziosa, corposa, puntuale, precisa e importante ricostruzione di 2.097 pagine che i pm della Dda di Reggio Calabria Antonio De Bernardo e Gianni Musarò hanno depositato pochi giorni fa in memoria nel processo d’appello Crimine.

Quello che la pubblica accusa tenta di fare con il processo (già per buona parte accreditato in primo grado) è:

1) dimostrare che la ‘ndrangheta é un’organizzazione complessa, ma unitaria, divisa in tre mandamenti e con articolazioni anche in regioni diverse dalla Calabria e addirittura fuori dal territorio nazionale;

2) dimostrare che la ‘ndrangheta é un'organizzazione dotata di un organo di vertice denominato Provincia, a cui fanno capo tutti le locali di 'ndrangheta del mondo.

Una ricostruzione professionale, quella della Procura di Reggio, che offre mille spunti di interesse e nei confronti della quale nutro un profondo rispetto. Impossibile analizzarli tutti, gli spunti, ma da oggi, insieme a voi, ne analizzerò diversi. Senza alcuna pretesa di esporre verità ma con la volontà (questo sì) di contribuire con le mie riflessioni a quel comune senso di critica e di discussione che deve entrare nel circuito dell’informazione giudiziaria e che altro non è che un ingranaggio nella catena della democrazia.

Soprattutto le mie analisi saranno tese a svelenire quel clima di dannoso contrasto ideologico che in questi 4 anni si è alimentato di discorsi e pensieri forse sfuggiti di mano o di senno.

Parto proprio dalle riflessioni sull’unitarietà della ‘ndrangheta che, ripeto, non mi appassionano anche perché già negli anni Novanta si ricostruì in un’aula di Tribunale (senza riuscire a dimostrarlo) il processo piramidale e verticistico delle cosche ma da allora la lotta alla ndrangheta (e, meno, a Cosa nostra) non è stata persa per questo motivo ma semplicemente perché la ‘ndrangheta (così come Cosa nostra), proprio in quegli anni è diventata non uno Stato parallelo ma uno Stato nello Stato corrotto (così come Cosa nostra). Che piaccia o meno, quando lo Stato deve combattere un nemico esterno (vedi gli anni di piombo) vi riesce; quando il nemico ce l’ha in casa e lo accoglie sempre meglio al proprio interno (vedi l’escalation dei sistemi criminali nutriti da politici corrotti e Stato deviato) che esso sia disposto a testuggine o a zoccolo di gnu, non vi riesce.

Anche dimostrando finalmente in un’aula di Tribunale (fino a eventuale passaggio in giudicato in Cassazione) che la ‘ndrangheta è unitaria, verticistica e non so cos altro, a nulla servirà se la Giustizia non minerà la base e le radici (o se preferite, la cupola e la testa) di un sistema criminale che – per Cosa nostra come per la ‘ndrangheta – è molto ma molto più evoluto di quanto lo Stato oggi riesca a dimostrare.

LE RAGIONI DELLA DDA

Perché la Dda di Reggio Calabria consideri la ricostruzione verticistica un elemento vitale per la lotta alla criminalità organizzata lo si legge da pagina 90, quando i due pm scrivono testualmente: «…l’esatta ricostruzione della struttura dell’organizzazione e delle norme che ne regolano gli assetti costituisce l’imprescindibile presupposto per un’azione di contrasto più efficace da parte delle Istituzioni.

E' perfino superfluo sottolineare che l’esatta ricostruzione della struttura dell'organizzazione consente di fare un passo avanti forse decisivo nella lotta alla criminalità organizzata.

Ed é innegabile che il passaggio in giudicato di una sentenza che dovesse affermare l'unitarietà della 'ndrangheta sarebbe un colpo durissimo per l'organizzazione e, in futuro, un'arma formidabile nella lotta contro la stessa.

Il salto di qualità nell’azione di contrasto é stato l’inesorabile effetto della esatta ricostruzione del fenomeno: è perfino banale osservare che per combattere in modo efficace un’organizzazione forte, complessa e radicata sul territorio è innanzitutto necessario conoscerne bene la struttura e le norme che ne regolano i rapporti al suo interno».

Un’affermazione che non fa una grinza ma che – a mio sommesso avviso – non tiene conto di un’altra verità banale: l’orologio processuale/giudiziario non è mai in sincronia con la verità storica delle mafie. Le lancette della Giustizia sono sempre drammaticamente indietro rispetto all’evoluzione delle strutture (rectius: dei sistemi) criminali. E non ne faccio un discorso di Reggio, Milano, Roma, Caserta, Palermo o Bari. E’ così ovunque per ritardi cronici sui quali si potrebbe scrivere un libro.

Ergo: la ricostruzione che si fa della gerarchia criminale (vuoi essa di rudimentale assemblaggio, federativa o verticistica) di Cosa nostra o della ‘ndrangheta, a mio sommesso avviso avviene sempre in ritardo rispetto alle evoluzioni che le stesse compiono.

In altre parole le capacità camaleontiche di adattamento ed evoluzione dei sistemi criminali sono enormemente più veloci della capacità dello Stato di intercettare i cambiamenti di quegli stili criminali.

In altre parole ancora – se più piace ai dotti e ai somari – le analisi processuali/giudiziarie in Italia sono quasi sempre retrodatate e fotografano una realtà superata da altre istantanee.

Anche per questo il dibattito sull’unitarietà della ‘ndrangheta – pur riconoscendo e apprezzando la radiografia effettuata dalla Procura di Reggio Calabria e da quella di Milano con l’operazione Crimine/Infinito – non mi appassiona più di tanto e questo senza scomodare pezzi da novanta della lotta al crimine calabrese – come Roberto Pennisi, sostituto procuratore nazionale antimafia – che ha sempre espresso la sua contrarietà all’idea di una ‘ndrangheta unitaria. Non tra quattro amici al bar ma, nel 2012, in un consesso ritenuto altissimo quale la Commissione parlamentare antimafia (si legga https://robertogalullo.blog.ilsole24ore.com/2012/06/il-pm-della-dna-roberto-pennisi-in-commissione-antimafia-fa-a-pezzi-la-teoria-della-ndrangheta-unitaria-nel-nord.html e ancora https://robertogalullo.blog.ilsole24ore.com/2012/06/il-pm-della-dna-roberto-pennisi-il-futuro-della-delocalizzazione-ndranghetista-da-cremona-a-venezia.html). Ognuno – come si vede – la pensa come vuole non certo sulla base di fantasie proprie ma di valutazioni dettate da decenni di vita spesa nel com
battere il crimine in Calabria e non solo.

L’importante è che ciascuno rispetti il pensiero del prossimo e che tutti si navighi, ciascuno con il proprio contributo, verso la stessa direzione: svelare il volto raffinato e vieppiù devastante dei sistemi criminali.

Per questo la straordinaria ricostruzione depositata con questo volume a opera della Dda di Reggio Calabria è utile.

Come ho sempre sostenuto – per indole di cittadino e umile studioso dei processi sociali criminali – preferirei però che la Giustizia (pm e giudici e ripeto che non è questione di Reggio, Napoli, Foggia o Caltanissetta) compissero ogni sforzo utile per riallineare la verità processuale/giudiziaria a quella storica. In Italia il disallineamento tra le due verità è un lusso che non possiamo più permetterci. La velocità con la quale i sistemi criminali cangiano pelle è superiore a quella dello Stato nel seguirli e se è vero che è impossibile affrontare il futuro senza conoscere il passato (come questa ricostruzione millimetrica dei due pm De Bernardo e Musarò testimonia) è anche vero – sempre a mio umile avviso – che l’unica dimensione spazio/temporale alla quale la Giustizia deve guardare è il presente per fermarne il futuro. Vale a dire: cosa è oggi il fenomeno mafioso? Quel che va capito e affrontato – con gli strumenti repressivi ma ancor più con quelli preventivi – è il presente. Perché è nel presente – oggi – che i sistemi criminali stanno programmando di mangiare, ora dopo ora, parti sani del futuro dell’economia e della società italiana (e non solo).

E’ un caso che proprio quelle indagini che esattamente 23 anni fa guardavano alla (allora) contemporaneità dell’evoluzione mafiosa (e parlo dell’indagine Sistemi criminali della Dda di Palermo) siano abortite non perché mancassero gli elementi per investigare ma perché mancò (quanto involontariamente?) lo sforzo corale dello Stato (Procure comprese, anche quella di Reggio Calabria) per dare la caccia a quel camaleonte mafioso che si era inaspettatamente trovato il fiato della Giustizia sul collo?

Ed è un caso che oggi che sul fronte palermitano, nisseno, catanese e reggino, chiunque provi a riaprire la scatola dei giochi tra Stato e mafie – con la quale si sollazzavano 20, 30, 40, 50 anni fa e con la quale continueranno a sollazzarsi anche domani (se non verranno fermati), i pezzi deviati dello Stato, delle professioni e delle mafie (in altre parole i “sistemi criminali”) – metta a rischio la propria vita nell’indifferenza degli italiani?

Ecco, anche per questo i discorsi sull’unitarietà della ‘ndrangheta non mi appassionano: che sia unita o meno, federata o meno, assemblata o meno (e come vedete scivolo indietro nel tempo da Crimine a Olimpia, Armonia a Montalto) quel che mi interessa sapere è come decretarne la morte domani.

CONTINUA LA RICOSTRUZIONE

I pm De Bernardo e Musarò scrivono ancora che Cosa Nostra ha cercato in tutti i modi prima di impedire proprio l’affermazione del principio dell’unitarietà (arrivando a gesti estremi, come l’omicidio di Antonino Scopelliti) e, dopo il passaggio in giudicato della sentenza, ha reagito in modo scomposto e feroce (con le stragi del 1992 e del 1993).

Non so se questo duplice passaggio, apprezzabile e verosimile, sia vero fino in fondo anche alla luce delle indagini ancora in corso proprio su quella stagione stragista in cui c’è chi cerca di portare una luce e una verità molto molto più complessa. E se sia una ricostruzione vera fino in fondo anche alla luce del ruolo, venendo al giudice Scopelliti, che proprio la ‘ndrangheta (a partire dalla cosca De Stefano) potrebbe aver avuto in quell’omicidio abilmente calcolato per sostituire definitivamente Cosa nostra nei salotti buoni della borghesia mafiosa: da Roma a Milano.

«Vi é oggi la possibilità di fare, nella lotta alla ‘ndrangheta, quel salto di qualità che in Sicilia e contro Cosa Nostra è stato fatto oltre vent’anni fa con il Maxi 1 – scrivono ancora i due pm nella memoria – .

Finora la ‘ndrangheta ha scientificamente ostacolato, per le ragioni sopra indicate, una ricostruzione della struttura dell’organizzazione aderente alla realtà.

Perché alla ‘ndrangheta fa comodo che si continui a parlare di una struttura “orizzontale”, divisa in tante piccole cosche ciascuna sganciata dall’altra, a base prevalentemente familiare e nella quale ciascuna è “padrona” di una piccola fetta di territorio; fa comodo che si continui a negare che tutte le cosche facciano parte di un’organizzazione unitaria, retta da un organo di vertice.

Fa comodo per diversi ordini di motivi:

a) perché una ricostruzione del fenomeno non corrispondente al dato reale indebolisce l’azione di contrasto da parte delle Istituzioni, azione di contrasto che tanto é più efficace quanto più si ha consapevolezza di chi si ha di fronte;

b) perché l’affermazione dell’esistenza di una struttura “orizzontale”, in cui le cosche sono indipendenti fra loro e possono, al più, “federarsi" per concludere determinati affari inevitabilmente “ridimensiona” la percezione della pericolosità e della forza dell’associazione».

COSA FA DAVVERO COMODO

Come vedete i pm scrivono testualmente di «una ricostruzione della struttura dell’organizzazione aderente alla realtà ». Non so – ripeto – se la ricostruzione sia perfettamente aderente alla realtà e, certamente sbagliando, non credo che la ndrangheta 2.0 si senta minacciata da chi vuole ridurne la portata da “unitarietà” ad “assemblaggio” o “federazione”.

La ndrangheta 2.0 si sente minacciata – a umile e umido avviso dello scriba che vi sottopone queste riflessioni – da chi vuole andare “oltre”. Oltre i riti i santini, oltre le formule e le alchimie, oltre i battesimi e le copiate, oltre le mangiate e i tatuaggi. Si sente minacciata da chi sa che Polsi (che rimane comunque Polsi), nel cuore della ‘ndrangheta 2.0 è stata affiancata (non ancora del tutto sostituita) dalle comode poltrone di una loggia deviata e coperta in cui la massoneria sporca (si veda quel che dice non uno qualunque ma tal Pantaleone Mancuso https://robertogalullo.blog.ilsole24ore.com/2013/03/sistema-criminale-in-calabria-6-zu-luni-mancuso-la-ndrangheta-fa-parte-della-massoneria-deviata-le-m.html o ancora quel che dice tal Antonino Belnome, pentito ritenuto attendibile dalle Dda di mezza Italia  https://robertogalullo.blog.ilsole24ore.com/2012/04/esclusivo-i-verbali-del-pentito-antonino-belnome2-dopo-la-ndrangheta-c%C3%A8-la-massoneria.html) si attovaglia con pezzi deviati dello Stato, prof
essionisti e cosche.

Ma questo De Bernardo e Musarò ben lo hanno capito proprio quando sono andati, nella loro memoria, a toccare questo nervo scoperto, il vero nervo scoperto con il capitolo dedicato a Giovanni Zumbo. E questo ampio capitolo dedicato al sistema “Zumbo” è stato per me un sollievo perché indica – a mio modesto, umile e umido avviso – la strada da battere per battere i sistemi criminali.

Ora però mi fermo anche se ancora tanto ci sarebbe da scrivere. Ci sarà il tempo di affrontare questo capitolo “zumbiano”, vitale nella lotta alla ‘ndrangheta 2.0, la prossima settimana. Domami, però, vi intratterrò ancora con il tema dell’unitarietà della ‘ndrangheta.

1 – to be continued

r.galullo@ilsole24ore.com

  • bartolo |

    Vede Galullo, nel sistema giudiziario italiano il pm è indipendente e risponde soltanto alle leggi dello Stato. Più semplicemente, l’Ordine giudiziario nel suo complesso è composto da magistrati inquirenti e magistrati giudicanti; entrambi, con pari dignità ed autorevolezza, si autogovernano attraverso il Consiglio Superiore della Magistratura, Organismo questo, composto per i due terzi dalle magistrature ordinarie (togati) e per un terzo da parlamentari con specifiche esperienze nel settore giuridico (laici).
    Quindi, quando parliamo di pubblici ministeri che conducono indagini delicate contro le mafie, parliamo di magistrati autonomi atti a preservare l’integrità legale delle istituzioni. Per cui, s’è vero com’è vero che le mafie sono parti integranti delle stesse, istituzioni (politiche: è impensabile, se non in rarissime eccezioni, la collusione di magistrati con le mafie), la magistratura non può assolutamente non tenerne conto. E lo dovrebbe fare evitando di trascurare il fatto che la Polizia Giudiziaria, per quanto per legge viene sottoposta al coordinamento dei pp.mm., dipende, invero, ed è amministrata dal potere esecutivo (politica).
    Cosa è avvenuto nell’ultimo ventennio? Secondo me, un rapporto incestuoso! Con buona pace della separazione dei poteri, una parte importante della magistratura ha inciuciato con la politica; e, in nome della lotta alla mafia, ha indotta quest’ultima al varo di una legislazione speciale che, s’è pur vero ha messo in ginocchio un esercito di rei, convinti di essere mafiosi, è anche vero che insieme a loro, ha massacrato altrettanti innocenti e lo stesso stato di diritto; garantendo invero, ai mafiosi che, come ben Lei dice, si evolvono, l’impunità.
    Saluti, bartolo iamonte.
    p.s.
    Il principale fattore che determina l’evoluzione delle mafie è l’impiego di tempo e risorse contro inermi cittadini che risulteranno innocenti. Quindi, meno stato di diritto = più mafie!

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