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Commissione d’inchiesta sul caso Moro/2 Il boss Saverio Morabito vuotò il sacco con pm e giudici sul ruolo della ‘ndrangheta

Cari amici da ieri sto sottoponendo alla vostra pazienza alcune riflessioni sull’eventuale ruolo della ‘ndrangheta nel rapimento e nell’uccisione dell’onorevole Aldo Moro, il politico Dc trovato morto nel bagagliaio di una Renault 4 il 9 maggio 1978.

Riflessioni che scaturiscono dalla proposta di legge di istituzione di una commissione d’inchiesta parlamentare sull’affaire Moro, avanzata pochi giorni fa da quasi tutti i partiti politici (rimando al post di ieri in archivio).

Come abbiamo visto ieri non sarebbe una novità, visto che nel 1983 una analoga Commissione consegnò un relazione di migliaia di pagine e allegati che si fermò di fronte ad un mistero di Stato che tale (ancora) rimane.

Se una nuova commissione dovesse vedere la luce, potrebbe dunque prendere in considerazione anche le mosse (vere o presunte) delle cosche calabresi nell’affaire Moro. Ieri abbiamo visto il profilo dell’attività messa in campo dall’allora parlamentare della Dc Benito Cazora che, proprio con i calabresi, riuscì ad avere contatti che sembravano promettere bene ma comunque, anni dopo la morte dello statista leccese, la Commissione parlamentare non ritenne neppure di ascoltarlo.

LA COMMISSIONE PELLEGRINO.

Come abbiamo potuto già vedere ieri, comunque, il fantasma di Moro non ha mai smesso di aleggiare e, puntualmente, riappare. E con lui ricompaiono anche i fantasmi calabresi.

Come nel settembre 2000, allorchè fu acquisita agli atti della “Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi – Il terrorismo, le stragi e il contesto politico” una proposta di relazione, redatta dal Presidente, il senatore Giovanni Pellegrino, dal titolo "Ultimi sviluppi dell’inchiesta sul caso Moro", che consegue al documento interno ed interlocutorio depositato dallo stesso Presidente nel luglio 1999 e che, sulla base delle più recenti acquisizioni istruttorie, prospettava anche alcune ipotesi e considerazioni conclusive.

Nel x capitolo Pellegrino dice che «se può affermarsi, almeno in termini di elevatissima probabilità, che all'agguato parteciparono altri componenti del commando oltre a quelli sino ad ora accertati, le acquisizioni disponibili non consentono alla Commissione di affermare che in via Fani vi siano state "altre forze" che delle Br abbiano innalzato il grado di efficienza operativa. Certamente non mancano indizi in tal senso, ai quali in seguito si farà cenno; e tuttavia gli stessi non acquisiscono ancora quella consistenza atta a soddisfare la scelta di metodo che la Commissione ha operato: fondare le proprie valutazioni soltanto su elementi che appaiono certi o su ipotesi che abbiano carattere di elevatissima probabilità. Gli elementi di sospetto cui innanzi si accennava aprono tuttavia direzioni indagative che meritano di essere enunciate perché suscettibili in futuro di essere utilmente percorse».

E dalla pagina 299 a pagina 301 si leggono alcune pagine straordinariamente interessanti a proposito di una di queste piste da esplorare, che si basa sulla testimonianza di Saverio Morabito.

SAVERIO MORABITO

Vi ripropongo testualmente quanto si legge negli atti della Commissione.

«La testimonianza di Saverio Morabito sulla presenza in via Fani di un elemento di spicco della 'ndrangheta calabrese, Antonio Nirta. Verso la fine del 1992 Saverio Morabito, uomo di punta della 'ndrangheta, decideva di collaborare con la giustizia e veniva pertanto interrogato nel carcere di Bergamo, dal sostituto procuratore della repubblica di Milano Alberto Nobili.

Morabito (la cui attendibilità è supportata dall'avere egli consentito, con le sue dichiarazioni, il successo dell'operazione "Nord-Sud", che ha portato all'esecuzione di centoquaranta arresti) ha fornito un apporto collaborativo che riempie diverse centinaia di pagine, largamente incentrate su episodi di criminalità comune, ma che su un punto interessa le problematiche su cui la Commissione è impegnata. "Non è certo un caso – dichiara il Morabitoche taluni dei membri di maggior spicco della "ndrangheta" si dice siano inseriti nella massoneria ufficiale, come ad esempio la famiglia Nirta di San Luca, facente capo a Giuseppe e Francesco Nirta e che annovera Antonio Nirta, detto "due nasi" data la sua predilezione per la doppietta che, in Calabria, viene appunto denominata "due nasi". Di Antonio Nirta avrò modo di parlare così come del suo doppio ruolo, dato che ritengo sia persona che abbia ruotato in ambiti contrapposti e cioè che abbia avuto anche contatti con la Polizia o con i servizi segreti. Potrà sembrare non credibile ma appresi da Papalia Domenico e da Sergi Paolo, come dirò, che il Nirta Antonio fu uno degli esecutori materiali del sequestro dell'onorevole Aldo Moro".

E più avanti la circostanza veniva ribadita e Nirta "due nasi" veniva collocato dal Morabito tra "quelli che hanno operato materialmente in via Fani cioè non so se abbia preso parte al rapimento materiale o è stato uno di quelli che sparava; l'ho appreso nel 1988 o '87 da Paolo Sergi fratello di Sergi Francesco, perché ormai era divulgata la notizia che Antonio Nirta era un delatore un confidente dei Carabinieri e dei Servizi e via dicendo, ormai era così sputtanata la cosa che dire una cosa in più o dire un suo segreto ormai non era più un segreto". Non è agevole, allo stato delle conoscenze, giudicare del valore di questa testimonianza, che inserisce l'attività della malavita in un complesso ambito di complicità: "Secondo me – afferma sempre Morabito -, anche il Papalia Domenico o altri come lui qui vogliono far credere di essere dalla parte della malavita pura, ognuno all'insaputa dell'altro ha dei contatti con personaggi che gravitano nei servizi o nella Criminalpol, o nella Questura e nei Carabinieri, ognuno la fa all'insaputa dell'altro, naturalmente agli occhi dei gregari ognuno cerca di dare di sé una facciata pulita, parla male dell'altro, parla male di quell'altro, perciò per Papalia Domenico sapere da Antonio Nirta che lui avrebbe preso parte al rapimento Moro non credo che Papalia Domenico si sia stupito più di tanto".

Trattasi di un apporto collaborativo che allo stato deve ritenersi non ancora supportato da adeguati riscontri e che tuttavia può essere posto in relazione con la registrazione della telefonata del 1º maggio 1978 tra Benito Cazorarong> e Sereno Freato, nella quale il primo dice: "Dalla Calabria mi hanno telefonato per informarmi che in una foto presa sul posto quella mattina lì, si individua un personaggio noto a loro"; ciò avvalorerebbe inoltre l'ipotesi della non casualità dello smarrimento del rullino di fotografie scattate immediatamente dopo la strage, la cui sottrazione, favorita dalla grande concitazione del disordine di quei giorni, sembra interpretabile come funzionale a cancellare le prove della presenza non casuale della mafia calabrese».

Come vedete, cari lettori, bisogna sottolineare due cose: 1) Morabito quelle cose le disse davanti al pm Nobili, uno dei più preparati nella storia della lotta alle mafie nel nord; 2) la Commissione ricollega questo fatto all’attivismo dell’onorevole Cazora ma – siamo nel 2000 – e sono fili di una trama che in nessun modo viene composta.

Il 12 novembre 1993 il giudice Antonio Marini, pm al processo Moro quater, lo interroga come semplice teste in un rifugio segreto, sotto la protezione della Dia. Morabito ripete quanto già raccontato al pm milanese Alberto Nobili: «Seppi che grazie ai suoi contatti con i servizi, Antonio Nirta fu infiltrato tra le Brigate rosse e fu fisicamente presente al sequestro dell' onorevole Moro. Ho saputo tutto questo da Domenico Papalia e Paolo Sergi».

Va ricordato comunque che, a partire da Nirta e altri personaggi (anche delle Istituzioni) coinvolti dalle dichiarazioni di Morabito, tutti smentirono.

Motivo in più – per la futura Commissione – per riprovare a prendere in mano la questione.

BUSCETTA

Anche perché – sempre la Commissione presieduta da Pellegrino – sembrava convinto (come del resto le commissioni che la precedettero) che su un faro sulle mafie bisognava comunque accenderlo.

Poco oltre – da pagina 316 – leggiamo i motivi. Vi propongo, anche in questo caso testualmente, i passaggi.

«Buscetta avrebbe avuto successivamente conferma di una contrarietà politico-istituzionale alla liberazione di Moro. Altre fonti attesterebbero che sulla cessazione dell'attivazione di Cosa Nostra per la liberazione di Moro, (che le indagini della Procura romana situerebbero intorno al 10 aprile) abbiano influito valutazioni interne alla stessa associazione criminale, con specifico riferimento ad una iniziativa di Frank Coppola e cioè di un anziano esponente di Cosa Nostra vicino alla mafia statunitense. Testimonianze dell'onorevole democristiano Benito Cazora e del giornalista parlamentare Giuseppe Messina attesterebbero altresì analoghe iniziative della 'ndragheta calabrese ed inoltre un ruolo centrale nella vicenda del faccendiere sardo Flavio Carboni, legato a Licio Gelli e alla P2, che secondo un collaboratore di giustizia appartenente alla criminalità romana avrebbe svolto il ruolo di "anello di raccordo fra noi della banda della Magliana, la mafia di Pippo Calò e quegli esponenti della Massoneria (Licio Gelli e la P2)". Carboni si sarebbe offerto all'onorevole Cazora e a Giuseppe Messina come latore di un messaggio degli ambienti direttivi della mafia siculo-americana: quello di voler collaborare alla liberazione di Moro per riportare l'Italia ad uno stato di normalità. Peraltro il Carboni, dopo un'iniziale attivazione, avrebbe comunicato al Messina che la dirigenza della mafia era tornata sulla propria decisione e non voleva più occuparsi dell'affaire Moro, probabilmente perché, ad avviso di Carboni, "la mafia è molto anticomunista e Moro è indicato come persona molto favorevole al governo con i comunisti". Più recenti acquisizioni processuali nell'ambito delle indagini svolte dalla Procura di Perugia sull'omicidio Pecorelli avrebbero confermato, con specifico riferimento alla banda della Magliana, gli interventi di Carbone, Formisano e Vitalone sul clan Turatello affinché intervenisse sul sequestro Moro per favorire la liberazione dell'ostaggio, iniziativa romana che sarebbe stata successivamente fermata dagli stessi committenti».

Del resto le cronache del tempo ricordano che ad un certo punto anche la Nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo avrebbe cercato “agganci” utili per giungere alla liberazione dello statista.

Tra poche ore torneremo a riannodare i fili del discorso.

2 –to be continued (la precedente puntata è stata pubblicata ieri, 7 agosto)

r.galullo@ilsole24ore.com