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La Dna polemizza con la stampa nazionale e locale sull’opinabilità della lotta alla ‘ndrangheta – Viva il pensiero “diversamente abile”

A pagina 131 della sua (per buone parti) convincente relazione sulla ‘ndrangheta consegnata alla Dna che ha dato vita al Rapporto 2012 trasmesso al Parlamento, il sostituto procuratore nazionale antimafia Francesco Curcio fa un’analisi della società civile, della Chiesa e dei media.

Ieri (rimando per questo al post in archivio) ho trattato una parte importante della relazione di Curcio, che si collega intimamente a quella che espongo oggi.

Parlando della ‘ndrangheta in provincia di Reggio, Curcio scrive testualmente della «insufficiente presenza di una società civile vigile, che cioè non solo non sia essa stessa 'ndrangheta o favoreggiatrice della ‘ndrangheta, ma che vi si contrappone ripudiando pubblicamente e visibilmente la sua mentalità i suoi metodi, i suoi valori. Anche se in tempi recenti, dopo la straordinaria attività repressiva svolta, sono emersi segnali positivi, si tratta di risposte ancora largamente insufficienti, perché legate esclusivamente all'azione di movimenti ed associazioni (come Riferimenti, Ammazzateci Tutti, Libera etc.) tanto meritevoli di considerazione quanto ancora numericamente esigui. Mancano, invece, risposte strutturali, stabili, che con continuità evidenzino la verità, verità che è l’unica premessa di un possibile riscatto: il disastro morale, sociale ed economico in cui la 'ndrangheta ha precipitato la Calabria».

Sarà perché mi fido solo di me stesso e in Calabria proprio di nessuno, sarà perché prima di stringere una mano che non conosco ci penso mille volte e se poi mi accorgo o scopro che non andava stretta me la lavo pubblicamente, sarà che in Calabria il confine tra la legalità e l’illegalità spesso si confonde abilmente, sarà perché spesso la finta rivolta civile serve per fare carriere e mondare falsamente peccati originari, sarà per tutto questo ed altro ancora ma mi sento di sposare un passaggio: quello in cui Curcio scrive che mancano risposte strutturate, durature, continue. E aggiungo io: credibili nel tempo e non nell’arco di un batter di ciglia.

IL RUOLO DELLA CHIESA

Nell'ambito di queste risposte di lungo respiro, in grado di sostenere ed accompagnare l'affrancarsi della società dalla ‘ndrangheta, scrive Curcio, due fondamentali istituzioni, i media locali da un lato e la Chiesa dall’altro, che hanno un ruolo fondamentale nella formazione dell'opinione pubblica e delle coscienze, hanno ampi margini di miglioramento nella loro azione di contrasto alla cultura mafiosa. La 'ndrangheta, infatti, vive in un mondo che non è solo fatto di omicidi e traffici globalizzati, ma anche, di una cultura che ha al suo centro anche Madonne, Santi e riti parareligiosi, scrive il sostituto procuratore nazionale antimafia. «E ciò, in Calabria – si legge nella sua relazione – avviene da generazioni. In ampi strati della coscienza collettiva si è stratificata l'idea che la legittimazione sociale della 'ndrangheta, il suo essere una inevitabile componente della società calabrese, trovi un supporto anche nel sentire religioso».

IL RUOLO DEI MEDIA NAZIONALI

Quanto ai media, ringraziandolo a nome dei colleghi tutti per “gli ampi margini di miglioramento” e del resto sono fra quelli che non finiscono mai di imparare da tutti, per Curcio quelli di livello nazionale hanno la responsabilità di avere quasi ignorato il fenomeno fino a pochissimo tempo fa, sostanzialmente fino all’indagine Crimine/Infinito.

Dissento visto che, soprattutto dopo l’omicidio del vicepresidente del consiglio regionale Francesco Fortugno (16 ottobre 2005) il fenomeno è stato sondato eccome! Il Fatto Quotidiano un giorno sì e l’altro pure accende i riflettori (da nord a sud) sulla pervasività delle mafie, della ‘ndrangheta e della cupola ‘ndranghetista (le cose sono diverse anche se hanno una radice comune) che soffoca la Calabria e sempre più il Paese.

Da parte mia, con questo umile e umido blog ne scrivo dal 2007 e ancora prima, grazie ad un’illuminata regia di Ferruccio de Bortoli, sul giornale, oltre che per ben sette anni a Radio24 (poi la spending review ha colpito i miei programmi, con grande gioia di alcuni apparati che non vedono l’ora di spezzare anche la mia penna, anzi il mio mouse). E posso dire che sul Sole-24 Ore continuo (tra sito e quotidiano) a scriverne con grande libertà.

La stessa cosa hanno fatto, chi più chi meno, l’Unità, Repubblica, La Stampa e il Corriere della Sera e tra le tv Rai3, Rainews24, La7.

Forse – è una riflessione provocatoria che pongo innanzitutto a me stesso – i media hanno corso più velocemente della coscienza civile del Paese, ancora poco incline ad assorbire la potenza devastante delle mafie nella vita di ogni giorno di ciascuno di noi.

La maggiore e per lui tardiva attenzione dei media nazionali la riconosce lo stesso Curcio, quando dichiara che «attualmente sembrano guardare con maggiore attenzione al fenomeno, anche se in questa attenzione si rilevano delle distorsioni o meglio, delle sproporzioni: tanto, e giustamente, si parla della espansione al Nord della ‘ndrangheta – fatto sicuramente rilevantissimo e preoccupante – e, meno, assai meno di quello della ‘ndrangheta in Calabria. Il che appare paradossale poiché, proprio la circostanza che il fenomeno è nato in tale regione, ed è lì che ha le sue radici capaci, come si è visto, di estendersi ovunque, dovrebbe indurre a svolgere proprio con riferimento a questi territori un’opera di continua informazione per garantire che proprio sulla Calabria e su ciò che accade vi sia la massima attenzione ed il massimo controllo da parte dell’opinione pubblica nazionale. Se non è in Calabria che la ‘ndrangheta verrà sradicata definitivamente, l’opera di contrasto che verrà fatta altrove porterà sempre a risultati non definitivi, perché le metastasi si riprodurrebbero».

I binari, in realtà, dovrebbero essere convergenti: si deve scrivere di mafie da nord a sud, passando per Roma, mettendo in evidenza un paradosso nel paradosso: a dare spazio all’espansione mortale della ‘ndrangheta al Nord sono i giornalisti mentre la politica nega, le Istituzioni tacciono, la magistratura sale in cattedra anche se a volte non ha nulla da insegnare e la società si gira spesso dall’altra parte. Curcio questo lo sa, vero?

IL RUOLO DEI MEDIA LOCALI

Curcio sposta infine l’analisi sui media locali. «Quanto, invece, ai media locali – scrive il magistrato – si rileva che in alcuni casi, si propone un filone giornalistico, che a sua volta alimenta polemiche e dibattiti, che partendo da una legittima visione "garantista" del processo penale e dal doveroso ed irrinunciabile rispetto degli indagati e degli imputati, sposta il “fuoco” dell’attività giornalistica su polemiche, pro o contro i pubblici ministeri, pro o contro quell’imputato, che, alla fine, ancora una volta, oggettivamente, fanno passare
in secondo piano la vera origine dei drammatici problemi calabresi. Il contrasto alla 'ndrangheta – che è un compito dell’intera società nazionale che, tuttavia, per giungere ad effetto, deve partire necessariamente dalla Calabria – deve considerarsi, né più e né meno, come la lotta ad una epidemia, alla fame, alla miseria, al cancro. Non è, cioè, materia opinabile. Le conseguenze sull'economia, sulla società, sul paesaggio, dopo un secolo di 'ndrangheta, sono un dato oggettivo. La capacità della ‘ndrangheta di cooptare al suo interno larghi strati della borghesia e dell’imprenditoria, più complessivamente, della classe dirigente calabrese, è una patologia diffusissima e diagnosticata, certa e mortale. E se questa è la situazione, e se tale è la sua gravità, il compito principale della stampa, anche e soprattutto di quella locale, dovrebbe essere quello di mostrare, giorno dopo giorno, ai propri lettori la vera zavorra che non ha fatto progredire la loro terra (che, per la verità, cento anni di storia hanno dimostrato essere la ‘ndrangheta e non chi vi si oppone). Già questo, ex se, e cioè una luce, un asettico riflettore continuamente acceso sui fatti, su questi fatti, porterebbe inevitabilmente ad una cultura civile ed ad una coscienza collettiva che si contrappone alla 'ndrangheta. Le eventuali polemiche, dovrebbero farsi in questo quadro
».

Il discorso di Curcio merita diversi distinguo anche se – lo dico chiaro – contiene alcune riflessioni opinabili (noi giornalisti crediamo nella diversità delle idee, sale delle democrazia e pepe della crescita civile) ma interessanti.

Per molti anni (e non mi riferisco solo ai mesi trascorsi da poco ma risalgo indietro nel tempo) la Procura di Reggio Calabria è stato un santuario inviolabile. Non poteva essere criticata. Non poteva essere discussa. Non poteva essere giudicata. Non poteva neppure esserne pronunciato il nome. Mi permetta dunque, Curcio e chi la pensa come lui di sottolineare che il “contrasto alla ‘ndrangheta” è opinabile, opinabilissimo, altro che se lo è. Io, ad esempio, scrivo da anni che mentre in Calabria la lotta alle ali militari si fa sempre più dura, quella alla cupola mafiosa che domina Reggio, fatta di massoneria deviata, politica cresciuta all’ombra delle cosche, Chiesa disattenta, professionisti conniventi e pezzi deviati dello Stato, fa timidissimi passi laterali. Un motivo ci sarà o no?

Al netto di quelle che Curcio chiama “polemiche pro o contro quel magistrato” (che non mi appartengono e mai mi apparterranno) ricordo innanzitutto a me stesso che se non ci fossero (ieri, oggi, domani) libertà di critica e di stampa e riflettori accesi su certi comportamenti dei magistrati e di parte della magistratura calabrese, così come su certi comportamenti di settori delle professioni, della finanza, del credito, delle Forze dell’ordine, della Chiesa, dell’associazionismo, del giornalismo “pecorelliano” e via di questo passo, quel cancro che si chiama ‘ndrangheta (o, come preferisco io, cupola ‘ndranghetista) sarebbe oggi ancora più vorace e rapido nel consumare quel che rimane del corpo della Calabria e dell’Italia tutta.

La magistratura, i magistrati, i giudici, non sono portatori di verità divine e non sono oltre il perimetro della democrazia e della vita civile del popolo nel nome del quale (quando rispondono solo alla Costituzione) amministrano la Giustizia.

Ieri il direttore Piero Sansonetti ha usato parole di fuoco, avvertendo quelle parole, scolpite nero su bianco, come un attacco in primis al giornale che dirige, Calabria Ora, tra i pochissimi a contrastare in Calabria il “pensiero unico” e ad avere giornalisti in prima linea nella caccia alle notizie che non guardano in faccia a nessuno (mi riferisco, ad esempio, a Consolato Minniti). «È necessario che nelle prossime ore Piero Grasso (che ha controfirmato la relazione prima di dimettersi ndr) intervenga per fare chiarezza – ha scritto Sansonettied è necessario che intervengano anche le massime autorità: il Csm e il capo della Magistratura, cioè il Presidente della Repubblica. Se questo non avverrà immediatamente chiediamo al sindacato dei giornalisti e all’Ordine di fare sentire la propria voce perché il tema non può essere sottovalutato e riguarda la saldezza della democrazia».

Nessuno più di me può capire Sansonetti: sono stato l’unico giornalista della stampa nazionale ad avere – dai tempi di Chiaravalloti, passando per Loiero e giungendo a Scopelliti – il privilegio di continui e costanti attacchi degli apparati politici, il dissenso di parte della magistratura, il distacco di parte della Chiesa e le attenzioni delle cosche.

La mia colpa? Proprio quella che Sansonetti sottolinea: avere opinioni diverse dal pensiero unico sul contrasto alla ‘ndrangheta. Si badi bene: non da oggi ma da anni e anni, solo che, dopo l’indagine Il Crimine/Infinito non è più possibile dissentire, criticare o solo avere pensieri “diversamente abili”.

Caro Sansonetti, nessuno, dico nessuno, né il Csm e tantomeno il suo capo né l’Ordine dei giornalisti né il sindacato e nemmeno Pippo, Pluto e Paperino, ha speso un solo gesto concreto (delle parole non sappiamo che farcene) per porre un argine a questa deriva che vede nei giornalisti e nel giornalismo indipendente “il” problema. Da abbattere, sia ben chiaro.

Caro Curcio, il Giornalismo (quello con la G maiuscola) deve essere libero di criticare – costruttivamente – la magistratura, soprattutto nella lotta alle mafie, tenendo sempre ben chiaro il discrimine che è semplicemente la buona fede. Senza si cade in quello che Curcio chiama “un fuoco” distorto dell’attività giornalistica e che io invece chiamo, ancor più drammaticamente, una “sponda” alle mafie.

2 – the end (la precedente puntata è stata pubblicata ieri, 29 gennaio)

r.galullo@ilsole24ore.com

 

  • bartolo |

    beh…l’ultimo magistrato ucciso da una strage perchè attaccava la criminalità organizzata è stato borsellino nel 1992.
    ieri a palermo si è riaperto un nuovo processo, per quella strage, dopo aver scoperto che i criminali condannati precedentemente in via definitiva quali autori, invero, erano soltanto degli ignari e innocenti cittadini della repubblica italiana del sud (forse christian è cittadino del nord). il nuovo processo dovrà stabilire anche sospette responsabilità di uomini dello stato, non esclusi colleghi dello stesso borsellino. intanto, un altro processo si è attivato per stabilire, invece, le responsabilità delle forze dell’ordine autori di false prove che sono servite appunto per le condanne a degli innocenti.
    e comunque, a mio avviso, gli eroi sono tutti al cimitero…guai ad avere eroi immortali. a meno che, non si vogliono chiamare eroi tutti coloro che ogni giorno svolgono con serietà, umiltà, correttezza, senso del dovere, responsabilità e coraggio il proprio dovere di “esseri” umani, organizzati in autogestione nella forma cosiddetta democratica.

  • Christian |

    Carissimo Roberto,
    sono convinto che nessuno voglia che si debbano ritenere i Magistrati al di sopra di ogni sospetto. Tutti sappiamo benissimo che tra i membri della classe dirigente che a volte sono risultati complici della criminalità organizzata ci sono anche alcuni Magistrati. E queste persone vanno colpite in modo durissimo.
    E anche i Magistrati sono umani, e pertanto possono sbagliare, possono avere paura a fare certe indagini, possono farsi manipolare come succede a tutti noi, è quindi giusto che in questi casi vengano criticati ed indirizzati verso la strada giusta.
    Il vero problema, quello a cui si riferisce la relazione, è che in Italia c’è un clima di costante attacco e delegittimazione della Magistratura, e questo è grave ed intollerabile. In Italia chi serve lo Stato viene attaccato e distrutto, questo è il vero problema. Mentre i complici vengono innalzati a tutti gli onori.
    E nel sud Italia ancora oggi viene attaccato il Magistrato che colpisce la criminalità, viene messa in dubbio l’utilità del contrasto alla mafia, come se la criminalità portasse ricchezza, ricchezza a cui moltissimi vorrebbero accedere, anche vendendo l’anima.
    Sono queste idee perverse che vanno combattute, ed in questo i Giornalisti devono essere in prima linea.
    un caro saluto

  • lucia |

    Dr.Galullo lei resista per cortesia,resista,resista,resista.Lei è l’unico in un circo di giornalai e pennivendoli ad avere sritto,in tempi non sospetti,cose molto utili e interessanti.Ma qui ,a Reggio,ho l’impressione che tutto sia perduto,tutto sia finito malgrado le relazioni di pur autorevoli magistrati.NO,NON CI CREDIAMO PIU’!tutte parole,parole,parole e ancora parole!La Chiesa qui non è stata ‘distratta’ma ASSENTE!riesce a cogliere la differenza?UN VUOTO;UNA VORAGINE COLPEVOLE E RESPONSABILE!e d’altronde,dr.Galullo,’C’era una volta la lotta alla mafia’è il titolo di un bellissimo libro di un suo collega di cui non ricordo il nome ed è quello che è successo in Calabria e in Italia!

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