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Il Principato di Rende, salotto buono del Pd e della Calabria, farà la fine di Reggio? A leggere carte e società il rischio è alto

Dopo Reggio Calabria anche il Comune di Rende (Cosenza) potrebbe ricevere la visita della Commissione di acceso antimafia del Viminale per controllare gli atti del Comune, dopo che la Procura di Catanzaro ha spedito ai domiciliari i due consiglieri provinciali del Pd di Cosenza Umberto Bernaudo e Pietro Paolo Ruffolo (rispettivamente ex sindaco ed ex assessore del Comune, consiglieri provinciali del Pd legatissimi al consigliere regionale ed ex onorevole Sandro Principe, non indagato) accusati di ingerenza clientelare nella gestione di una società comunale di servizi mentre è finito in carcere Michele Di Puppo, considerato dall’accusa uomo della cosca RuàLanzino (“in via preliminare – si legge nell’ordinanza – si deve rilevare che l’appartenenza di Michele Di Puppo alla cosca mafiosa Ruà-Lanzino è stata vagliata nei provvedimenti cautelari emessi da questo Tribunale, ordinanza del Gip del 29 novembre 2011 re ordinanza del Tribunale della liberta del 20 dicembre 2011, trasmessi dal pm distrettuale il 2 settembre 2012, motivati in modo logico e chiaro e integralmente condivisi da questo giudice”).

UNIVERSITA’, AFFARI E POLITICA

Rende, in Calabria, non è una città qualsiasi. Oltre ad essere una costola borghese dell’insopportabile Cosenza, città a sua volta borghese e salotto buono della Calabria che vuole darsi un tono pur non avendolo, fin da che io ricordi (e parliamo dunque di tanti, tanti anni fa) è considerata un fiore all’occhiello, la città che in Calabria non ti aspetti. Gli stessi calabresi, quando non sanno più come uscire dall’angolo, ti dicono: “La Calabria non è solo ‘ndrangheta. Abbiamo anche i Bronzi di Riace e poi c’è Rende con l’Arcavacata”.

I Bronzi di Riace non li vede praticamente più nessuno essendo da anni il Museo che li ospitava a Reggio chiuso per restauro (qualcuno favoleggia che i Bronzi nottetempo si siano rituffati a largo di Riace non potendone più dei calabresi) e la stessa certezza di Rende, “città diversa” comincia a vacillare.

Arcavacata altro non sarebbe che una frazione di Rende che ospita l’Università della Calabria, che qui ha portato ricchezza e benessere sociale. E’ la ricchezza condivisa – e non una coscienza civica comune di ribellione contro i mali della propria terra – che in Calabria fa sentire i calabresi diversi dai corregionali e uguali agli italiani del ricco Nord. Se l’oasi è felice perché debbo guardare il deserto intorno? Ma il deserto in Calabria – quella miscela esplosiva fatta di massoneria deviata, politica marcia, professionisti venduti, Stato impazzito e ‘ndrangheta – avanza e mangia tutto…

Gli iscritti all’Università sono circa 40mila e questa pletora di ragazzi ha richiamato un boom edilizio e demografico spaventoso. Basti pensare che i residenti nel 1981 erano 25.28 nel 2001 ben 34.421 e oggi siamo a quota 35.822.

Rende non è una città qualsiasi perché è un tratto del cordone ombelicale che la lega in tutto e per tutto a Cosenza e ai suoi centri di potere: dall’idea (futura) della comune metropolitana, allo sviluppo urbanistico (presente e passato) che qui venne e viene sperimentato con un successo che non poteva e non può passare inosservato.

Rende non è una città qualsiasi in Calabria perchè qui, parafrasando, non si muove foglia che la dinastia Principe non voglia.

In principio fu Francesco detto Cecchino, che fu sindaco di Rende dal 1952 al 1980.

Indovinate chi gli succedette? Il figlio Sandro, che si schiodò nel 2006.

E’ troppo dire che Rende potrebbe essere appellata, anziché come il becero provincialismo calabro la chiama, cioè la “Harvard” del Sud, più realisticamente il “Principato di Rende”? Nel frattempo i due Principe (socialisti e Pd) hanno inanellato incarichi parlamentari, governativi e amministrativi nazionali e locali come se piovesse. Credo che in due abbiano avuto metà degli incarichi mai avuti dall’intera politica calabrese, forse addirittura meglio del duo, sempre cosentino, Giacomo Mancini-Riccardo Misasi.

LA LETTURA GIUDIZIARIA

Per quel che si legge, l’ordinanza – parlandone a bocce ferme e dunque senza sapere quali saranno gli sviluppi investigativi e processuali e al netto che l’innocenza è presunta per tutti fino a sentenza definitiva – sembra scoperchiare un pentolone di malaffare politico con la longa manus della ‘ndrangheta. Vederemo se sarà effettivamente così. 

Sapete che ho il pregio (difetto secondo il giudizio della classe politica, il che mi rende ancor più fiero) di dire ciò penso e di scrivere ciò che dico e penso: ebbene leggendo le 34 pagine dell’ordinanza della Procura di Catanzaro ho avuto la sensazione nettissima che i pm Pierpaolo Bruno e Carlo Villani abbiano “sofferto” questo primo gradino di una scala che prefigurano ben più alta e impervia. Insomma: si sono dovuti – per il momento – “accontentare” di questo primo passo e la “mazzata” che hanno ricevuto dal Gip Livio Sabatini (che ha smontato metà delle considerazioni e delle accuse dei pm con motivazioni che a me sono sembrate paradossali, ma io Gip non sono) non deve essere stata facile da digerire. Non credo che – subito il colpo – i due pm si abbatteranno.

Alla luce di questa indagine e di molte altre che nella provincia la Dda di Catanzaro e la Procura ordinaria stanno conducendo, si può con certezza fare una riflessione: Cosenza, un tempo città “babba” della Calabria, è da tempo a pieno titolo inserito nel puzzle marcio mafioso/massonico/politico della Calabria. E non poteva che essere così visto che – da sempre – questa provincia determina le sorti, le fortune o le sfortune politiche della regione.

LE PARTECIPATE

La parte forse più interessante dell’ordinanza è quella che riporta la sintesi delle sommarie informazioni rese dai politici e dipendenti (ve ne riporterò alcune tra le tante).

Perché sono interessanti? Perché testimoniano che le società partecipate dal Comune – come dimostra il caso Reggio – sono la vera “cassaforte” politica degli amministratori.

E cosa dicono questi politici e dipendenti della società Rende, trasformata da cooperativa a società in house e secondo gli inquirenti nelle mani di Michele Di Puppo?

Cominciamo da Francesco D’Ambrosio, consigliere comunale all’epoca dei fatti. Ha riferito che la trasformazione avvenne per volontà di Sandro Principe, allora sindaco. D’Ambrosio ha confermato che all’interno della coop Rende 2000 (volta al reinserimento di soggetti svantaggiati) e poi dalla Rende servizi srl, vi era un gruppo di persone “attivo” politicamente, ossia “dedito a sostenere il gruppo politico di Sandro Principe, Bernaudo e Ruffolo”. D’Ambrosio ha dichiarato, tra l’altro, di ave
r sempre denunciato l’inefficienza e antieconomicità della Rende servizi srl.

Francesco Federico, dipendente della Rende servizi come operatore ecologico, ha dichiarato di aver svolto attività propagandistica in favore di Ruffolo, ricevendo un compenso di 20 euro al giorno. Vero, non vero? Boh!

L’usciere della Rende servizi, Francesco La Valle, ha ammesso di aver svolto “campagna elettorale in favore di Bernaudo e di essere da sempre legato a Sandro Principe”.

Corrado Praticò, altro operatore ecologico di Rende servizi, ha reso più o meno le stesse dichiarazioni di La Valle, aggiungendo di aver ricevuto anche indicazioni di Michele Di Puppo sull’attività propagandistica da svolgere.

Domenico Zicarelli, altro consigliere di maggioranza all’epoca dei fatti, ha affermato che La Valle e Praticò, così come altri dipendenti, venivano impiegati durante le campagne elettorali in favore del Pd, in orario lavorativo e fuori dallo stesso.

Spartaco Pupo, consigliere comunale, ha denunciato le inefficienze e scarsa chiarezza dell’attività di Rende servizi, evidenziando “la contiguità politica del gruppo di Sandro Principe di tutti i dipendenti. Ha indicato tra questi La Valle e Praticò quali soggetti impegnati a svolgere attività propagandistica in favore di Bernardo e Ruffolo”.

LE INTERCETTAZIONI TELEFONICHE

Gli inquirenti riportano il contenuto sintetico di una serie di telefonate tra Di Puppo del 13 e 16 maggio 2009 in cui emerge “il coinvolgimento di Di Puppo nelle elezioni del gruppo elettorale contiguo all’onorevole Sandro Principe e, ancora, i suoi rapporti con tale gruppo politico sono confermati da alcune dichiarazioni rese il 21 marzo 2012 agli inquirenti”.

In un’altra conversazione del 15 maggio tra Di Puppo e un altro soggetto, tiene banco la volontà di utilizzare alcuni dipendenti, durante l’orario di lavoro, per l’affissione di cartelli pubblicitari per le elezioni.

Un’altra telefonata del 16 maggio 2009 tra Di Puppo e una terza persona “conferma l’amicizia di Di Puppo con l’onorevole Principe, circostanza apertamente palesata da Di Puppo al suo interlocutore avendogli offerto la disponibilità di intercedere presso il politico…”.

La conversazione del 21 maggio 2009 tra Di Puppo e un’autista dell’assessore Ruffoloconferma l’interessamento di Di Puppo per la campagna elettorale nell’interesse del gruppo elettorale dell’onorevole Principe”.

Nella conversazione del 30 maggio tra Di Puppo e tale Domenico è emerso “con certezza che il primo si adoperava per l’affissione di cartelli pubblicitari per le elezioni di Bernaudo e Ruffolo”.

In questa carrellata sintetica – vi tralascio il contenuto di altre e i dialoghi interi pur riportati nell’ordinanza – c’è ancora una telefonata dell’8 giugno 2009 in cui Di Puppo esulta per il risultato elettorale di Bernaudo e Ruffolo.

LE REAZIONI DEL PD

Poche ore dopo gli arresti e il pandemonio scoppiato, il gruppo consiliare e il direttivo del circolo del Pd di Rende, convocata dal capogruppo Sandro Principe e dal commissario, Franchino De Rango, a cui ha partecipato il sindaco di Rende, Vittorio Cavalcanti, ha emesso un comunicato stampa.

Sentiamo la necessità, innanzitutto, di esprimere il nostro profondo dispiacere per quanto occorso ai compagni Umberto Bernaudo e Pietro Ruffolo – si legge – e ci auguriamo, anzi siamo certi, che Umberto e Pietro sapranno dimostrare la loro completa estraneità ai fatti. Questa vicenda in ogni caso non intacca e non può scalfire una realtà positiva, che sentiamo il dovere di raccontare, per ricordarne la sua epopea e per evidenziare ciò che essa rappresenta in Italia ed in Calabria, per le sue realizzazioni e per la sua qualità della vita…Respingiamo con forza, pertanto, l’immagine che pretende di legare ciò che Rende rappresenta al clientelismo e, dunque, l’affermazione per la quale il consenso sarebbe frutto di questa pratica…

E giù con un elenco lungo come la barba di Mosè sulle meraviglie compiute in questi decenni: dall’Università ai Musei, dalle piazze alle scuole, dalle biblioteche alle chiese, dai parchi ai viali, dal centro Anziani a quello per i minori.

Vale a dire né più né meno – vien da riflettere – ciò che si chiede a qualunque amministrazione che, quelle cose, abbia la possibilità di realizzare. Se la politica non è questa, cos altro è?

Questo è clientelismo? E’ possibile realizzare tutto ciò in contiguità con organizzazioni malavitose? Il clientelismo e il malaffare portano allo spreco delle risorse, all’esecuzione del cosiddetto intervento a pioggia, alla incapacità di concentrare investimenti su grandi progetti”, si legge ancora nel comunicato stampa che contiene al suo interno la frase magica: “Rende rappresenta la Calabria migliore”.

Forse. Senz'altro. Non so. Ma il punto è un altro: a quale prezzo? A questo cerca di rispondere la magistratura e forse sarebbe il caso che provasse a rispondere anche l’ingioiellata Rende. La ricchezza – anzi: l’arricchimento – non è coscienza né sviluppo.

r.galullo@ilsole24ore.com

  • ernesto |

    Mi permetto di aggiungere che è stata vergognosa la levata di scudi preventiva operata con comunicato ufficiale firmato da tutti i deputati calabresi del PD. Legalità a senso alternato, la loro…

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