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La ‘ndrangheta in Calabria siede da pari a pari con politica e multinazionali – Certo ma anche al Nord

Questo mio articolo è apparso ieri, giovedì 9 febbraio, sul Sole 24 Ore. Lo ripropongo per i lettori del blog che non hanno avuto modo di leggerlo sul giornale.

A tanto la Direzione nazionale antimafia non si era mai spinta. Neppure lo scorso anno, quando l’eco degli attentati agli uffici giudiziari e al Procuratore generale Salvatore Di Landro non si erano ancora spenti. Quest’anno – nero su bianco – il sostituto procuratore Carlo Caponcello scrive che la ‘ndrangheta è “una presenza istituzionale strutturale della società calabrese”.

Lo fa nella relazione di fine 2011 che è stata consegnata a Governo, Parlamento e Commissione parlamentare antimafia. Caponcello va oltre e afferma che “è interlocutore indefettibile di ogni potere politico ed amministrativo, partner necessario di ogni impresa nazionale o multinazionale che abbia ottenuto l’aggiudicazione di lavori pubblici sul territorio regionale”.

Se a tanto è giunta è perché la nuova generazione di ‘ndranghetisti, pur conservando il formale rispetto per le arcaiche regole di affiliazione, oggi non solo interloquisce con le altre categorie sociali, ma mette a frutto le conoscenze informatiche, finanziarie e gli studi intrapresi.

I rapporti intrattenuti con rappresentanti delle istituzioni, politici di alto rango, imprenditori di rilevanza nazionale – che la Direzione nazionale bolla come “inquietanti” – non sono solo il frutto esclusivo del clima di intimidazione e della forza delle cosche ma il risultato di una strategia chiarissima di espansione e di occupazione economico-territoriale che, oramai, si svolge su un piano assolutamente paritario. I rapporti con le Istituzioni e le imprese servono solo ed unicamente per intercettare flussi di denaro pubblico, opportunità di profitti e, contestualmente, a innestare nel libero mercato un “mimetismo imprenditoriale” in grado di eludere le indagini patrimoniali e assicurare, nel tempo, stabilità economica alle attività.

Questo fenomeno è ancor più evidente nel Nord dove la ‘ndrangheta opera in sinergia con imprese del posto o, in talune occasioni, dietro il loro schermo. Esiste una nuova generazione di criminali calabresi che “si muovono a una velocità diversa rispetto alla tradizione dei giuramenti, dei riti e delle formule di affiliazione”.

Le due nature della ‘ndrangheta – quella militare, volta all’acquisizione di poteri di controllo territoriale e quella politica ed imprenditrice che intesse rapporti con i politici, favorisce ed agevola le cariche politiche o instaura rapporti economici con realtà imprenditoriali esistenti sul territorio per fagocitarle o inglobarle – al Nord convivono sempre meglio.

Mutazioni genetiche che allarmano ancor di più in vista di Expo che nel 2015 sarà ospitata a Milano. E qui l’allarme è alzo zero. Il sostituto procuratore nazionale antimafia Alberto Cisterna scrive che “il timore che l’approssimarsi delle scadenze imposte dal Bureau di Expo 2015 possano imporre soluzioni accelerate e protocolli d’urgenza che potrebbe seriamente vanificare ogni possibilità di contrasto alle infiltrazioni criminali”. In altre parole i ritardi rischiano di essere pagati ad altissimo prezzo.

Ma costi salati la Lombardia rischia di pagarli anche se continuerà la cecità su quanto sta accadendo a Brescia, sempre di più “capitale di scorta”. Il sostituto procuratore nazionale Pier Luigi Maria dell’Osso scrive che “il distretto di Brescia si presenta connotato da una più che cospicua articolazione e varietà di gravi fenomeni criminali, che ormai possono considerarsi espressione in qualche modo cronicizzata del territorio”. Di fronte a ciò, la risposta dello Stato sembra lenta e affidata alla buona volontà dei singoli. Oltre alle gravi carenze della Dda, Brescia non ha un centro di Direzione investigativa antimafia e ha da poco il reparto anticriminalità della Gdf.

La relazione della Dna, ricchissima, offre molti altri spunti: dal fatto che Cosa nostra è tornata a sparare in Sicilia alle mani delle mafie sul gioco d’azzardo, ma spazio è dedicato soprattutto al regime del 41 bis, il cosiddetto carcere duro per i boss, ritenuto “imprescindibile'' e che “deve essere potenziato e mai attenuato'', perché ''sul fronte della lotta alla mafia si può solo avanzare e non arretrare''.

r.galullo@ilsole24ore.com

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  • bartolo |

    un solo millimetro più avanti…e gli rimane soltanto di autoammenettarsi..per poi transitare al 41 bis rinforzato…

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