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Sopaf-Delta/ Fantini davanti ai conti “Amos Stessoni” e “Laporta Tore” spiattellati dai pm di Forlì

Secondo me non vi era dominio da parte della Cassa di Risparmio di San Marino nei confronti di Delta. In Delta comandavano i dirigenti”. Questa asserzione, netta, è di Mario Fantini, ex amministratore delegato della Cassa, recentemente scomparso. Fantini la rende l’8 settembre 2010 davanti ai pm di Forlì che vogliono vederci chiaro sulla vicenda Sopaf-Delta che ha squassato il Titano. Da giorni sto raccontando il contenuto di questi interrogatori. Un racconto secco.

Insomma Fantini ribadisce che un conto era la Cassa, un conto Delta: “Una ricostruzione fatta con serenità non può portare a due soluzioni differenti fra noi e la Procura” dice Fantini ai pm Marco Forte e Fabio Di Vizio.

Prima di giungere ad un forte momento di tensione dialettica, Fantini cerca di perorare la causa di una banca tutta casa e Chiesa. “Credo di aver pubblicato una situazione della Cassa dal 2000 in avanti. Dal 2000 al 2010 la Cassa ha gli stessi depositi, lo stesso numero di operazioni e gli stessi dipendenti. Si tratta di una banca statica. Chi cresce sono le altre 10. Voglio dire che la Cassa ha una realtà diversa da difendere. Nei progetti industriali c’era una fetta di costo che sarebbe andato ai partiti nelle epoche passate. Ci sono cambiamenti di costume dei quali non si può non prendere atto”.

E poi ritorna lo scontro con la politica (solo di facciata?). “ A San Marino – afferma rivolto ai pm forlivesi – le dico che non è vero niente ciò che dice Gatti. Secondo me occorreva trovare una soluzione al problema. I politici facevano le leggi senza sapere cosa faceva la catena di trasmissione. Quando Le dico che negli ultimi 10 anni la Cassa non ha cambiato i suoi dati Le dico che la Cassa ha fatto dei cambiamenti in meglio. Vuol dire che la Cassa è andata a fare credito al consumo in Italia in maniera pulita. Se viene del nero viene alla luce del sole. Gli italiani per venire da noi pagano il 25%, ce lo dimentichiamo?” A questo punto interviene anche il legale di Fantini, Massimiliano Annetta: “Fantini vuol dire che negli anni Novanta c’è stato un incremento esponenziale dell’evasione fiscale dall’Italia a San Marino e tutto questo non poteva essere buttato a mare. Dal 2000 Fantini ha accettato il rischio di fare le cose per bene, non ha accettato più il nero, tanto è vero che le altre banche sono cresciute e la sua no”.

DI VIZIO NON CI STA

Ma Di Vizio non ci sta e butta lì, una dopo l’altra, una serie di situazioni che definire paradossali è dir poco, riferibili oltretutto proprio al periodo in cui Fantini era l’ad della Cassa. “I titoli di credito 2004/2008 che vengono versati nel conto che la Cassa ha presso l’Istituto Banca popolare di Forlì e poi monetizzati sono in fogli da 500 euro e per la maggior parte dal Sud – afferma senza fermarsi il pm – territorio in cui la pratica del nero è diffusa. Ci sono poi assegni circolari emessi spesso in serie e che fanno riferimento a singole azioni frazionate sotto il limite della soglia di trasferibilità. Molti assegni sono girati con clausola al portatore o a se medesimi, ci sono girate con sigle risultanti illeggibili o non riconducibili a persone fisiche o giuridiche, sigle cinesi, assegni mai girati, codici fiscali inesistenti, assegni tratti e alterati in parti essenziali, a esempio “mio proprio” e poi “Dumio Propriani”, assegni “a me stesso” e poi modificati in “Amos Stessoni” e questo si che è bellissimo, trasformati dal “portatore” a “Laporta Tore”, nomi di fantasia o alfanumerici. Quando lei mi dice: “ci siamo attrezzati”. Ma se io negozio titoli di questo tipo lei come può dire “ci siamo attrezzati” per fronteggiare fondi neri fiscalmente parlando?”

La risposta di Fantini è quella che chiunque, nella sua condizione, avrebbe dato: “Gli assegni sono su conti correnti italiani. In Italia lo Stato ha fatto delle norme. Vengono versati su conti a San Marino. Storicamente la Guardia di finanza faceva controlli e ora dico: è l’Italia che non controllava. Non si può ridurre il problema alla Cassa e a Fantini ma anche ai controlli non eseguiti in Italia”.

Di Vizio, che pur non perde mai le staffe, si fa sentire: “Quaranta assegni sotto soglia tutti a favore di Giuseppe Verdi e tutti senza girata, è ovvio che ci può essere complicità italiana ma il meccanismo funziona perché sa che quando incassa in quel determinato Paese non ci son controlli. Si ricorda quando diceva che lei diceva che dei correntisti voleva sapere nomi, cognomi, etc?”.

L’intervento dell’avvocato Annetta serve per ribadire quanto detto dal suo assistito: “Bisogna tener conto dei periodi storici. Il mio assistito dice: “Io lavoravo con quelle norme e con quelle regole dell’antiriciclaggio sammarinese. Applicavo le regole che c’erano” e non le ho mai violate”.

E qui ci avviamo verso l’ultima parte del colloqui incentrato sul rapporto Delta-Cassa di Risparmio in cui Fantini ribadisce gli stessi concetti già espressi. “Ho spiegato al mio Consiglio ripetutamente che la Cassa non avrebbe avuto futuro se non avesse fatto qualcosa di diverso. Avevamo una straordinaria liquidità. La mia idea è stata quella di passare dal vecchio interbancario all’investimento in titoli e successivamente nell’attività di elargizione di credito al consumo. Il progetto Delta ho iniziato ad illustrarlo al cda numerose volte dopodiché sono andato a rappresentarlo ai partiti, ai sindacati di San Marino e al Governo. Volevo fare qualcosa di importante per San Marino: da cassetta di sicurezza a banca. Si trattava di “Progetto Italia”. Ho illustrato il mio progetto a tutti, Gatti compreso. Tutti gli anni facevamo degli incontri tra i dipendenti della Cassa, Banca Centrale e politici sammarinesi nell’ambito dei quali venivano comunicate le strategie di sviluppo della Cassa. Abbiamo anche le foto con questi politici, come fanno a dire che l’hanno saputo solo nel 2009? Con il capo della Vigilanza di Banca Centrale di San Marino Marconi abbiamo raggiunto un accordo per la concessione di un plafond di 1 miliardo di euro. Successivamente è giunto Caringi in Banca Centrale e nella lettera che Lei mi ha mostrato cercavo di dimostrare che Delta rispetto a noi non era un soggetto terzo. Ribadisco che in Delta comandavano i dirigenti di Delta, non San Marino. Quando ho detto ai segretari di Stato che la Cassa controllava Delta ho esasperato il concetto. L’ho scritto ma non è vero”.

Di Vizio sottolinea che nella lettera spedita al consiglio grande generale c’è scritto che il controllo è un controllo tecnico e non è naturale che Fantini avesse cercato di interferire. Fantini non fa una piega e rivolto a Di Vizio dice: “Ho detto una bugia mi punisca se ho detto una bugia. Dovevo mandare avanti il progetto. Non comandavo io

  • Beatrice |

    Le sue fonti sono precise e attendibili di certo, ma probabilmente a senso unico. Leggendo tutto quello che ha scritto dall’inizio della vicenda Delta a oggi si evince un’unica cosa: l’assenza della presunzione di innocenza e della verifica dei fatti. Le accuse mosse dalla magistratura sono gravi ma totalmente prive di prove certe documentali, tant’è vero che la Cassazione si è già pronunciata sfavorevolmente nei confronti dei procedimenti dei Pm di Forlì. È come se prima si siano formulate le accuse e poi si siano cercate le prove. Così certamente non va bene. L’ingerenza della Cassa di San Marino nelle scelte strategiche di Delta è inesistente ed è sufficiente riprendere i piani industriali depositati ogni anno inBanca d’Italia o leggere i patti parasociali sottoscritti dai soci o anche solo analizzare i fatti antecedenti il 2009 con la mente priva di pregiudizi. Alcune delle operatività condannate sono prassi consolidata nel mondo bancario e non sono reato (così come non lo era il prelievo di contanti da parte della Cassa di San Marino dalla filiale Mps di Forlì tramite il portavalori sequestrato illecitamente – si veda la sentenza della Cassazione e una nota della dott.ssa Tarantola del 2009). Le stranezze del caso Delta sono molteplici come il commissariamento pervenuto dopo una verifica ispettiva che non preannunciava un provvedimento di tale portata o l’enunciazione dello stato di crisi di impresa quando l’impresa produceva utili (e li produrrebbe ancora) e godeva di ottima salute. Probabilmente non sapremo mai la verità sul perché e per come si sia voluto colpire così duramente una realtà che dava lavoro a mille persone, che oggi sono per la maggior parte disoccupati, e non procedere com’è prassi in questi caso (prevista dal TUB) sostituendo la dirigenza e salvaguardando l’attività industriale e i posti di lavoro.

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