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Maurizio Papaverone*, l’ex politico arrestato per camorra che parla di amici potenti e alleati di Silvio Berlusconi

Sul sito Internet della “Democrazia Cristiana per le autonomie”, l’allora Segretario provinciale di Modena, Maurizio Papaverone*, per farsi raggiungere facilmente a ogni ora del giorno e della notte, ci aveva messo non solo il numero di telefono dell’ufficio, ma anche il cellulare e la mail che rimandava a uno studio professionale del capoluogo.

Vi chiederete: ma chì è ‘sto Papaverone*? Non è – penserete – che questo s’è inventato un cognome che è a metà tra un personaggio disneyniano e un burocrate di alto lignaggio?

No ragassi. Il tizio in questione esiste davvero ed è stato arrestato a metà settembre nell’Operazione Apogeo (è recluso a Civitavecchia) condotta dalla Procura antimafia di Perugia (per i dettagli dell’operazione che ha mandato gambe all’arie una presunta associazione camorristica legata ai Casalesi di Villa Literno e operante nel centro-nord rimando ai post in archivio del 4, 5, 6, 24 e 25 ottobre).

Secondo la Gazzetta di Reggio – che ne ha scritto il 16 settembre – Papaverone* da oltre due anni era nel mirino della Finanza reggiana. Gli uomini della tenenza di Correggio avevano infatti già avviato una verifica fiscale e diversi accertamenti sulla sua attività. Papaverone*, infatti, sembra che si presentasse come avvocato ma in realtà non avrebbe alcun titolo. Secondo quanto poi accertato dai finanzieri, da tempo era anche titolare di uno studio di consulenza legale a Rubiera (Reggio Emilia).

Il meno – se accertato e verificato – verrebbe da dire, alla luce del motivo per il quale è finito nell’Operazione Apogeo.

Papaverone* è infatti indagato per associazione a delinquere di stampo camorristico e  riciclaggio e sarebbe, al tempo stesso, sarebbe tra le menti economiche della presunta associazione criminale.

Non solo. Sarebbe un importante collante tra la politica e questa presunta banda legata per gli inquirenti ai Casalesi di Villa Literno. “La figura di Papaverone* – si legge a pagina 70 dell’ordinanza firmata dal Gip di Perugia Carla Maria Giangamboni – appare di assoluto rilievo in seno all’organizzazione”. Il ruolo di Papaverone*, si legge poi a pagina 75, era quello di “reperire aziende, fondi e contatti con grossi personaggi”. Ed infatti, nel corso di una telefonata intercettata il 23 febbraio di quest’anno, il presunto capo dell’organizzazione di stampo camorristico, Giuseppe D’Urso, riferisce delle copie del giornale “Incontro-L’altra informazione” (edito da Ginevra Immobiliare Group riconducibile secondo gli inquirenti proprio al presunto camorrista D’Urso, con ben due sedi e addirittura due caporedattori tra Roma, vicino al Parlamento e Latina). Parlando con una donna dell’andamento della pubblicità e dell’interviste da fare, D’Urso dice che Papaverone* si sta adoperando per fare si che il senatore Pietro Longo (Pdl e del tutto estraneo alle indagini) possa fare avere l’accredito alla donna (anch’essa estranea all’inchiesta) e possa far circolare 1.000 copie del giornale dentro il Senato e 1.000 dentro la Camera. Anche D’Urso sostiene di conoscere l’avvocato Longo, per averlo avuto 10 anni prima come avvocato.

Il 2 marzo 2001 la sala ascolto della Procura di Perugia intercetta un’altra telefonata tra D’Urso e un uomo non meglio identificato. Fanno di nuovo capolino gli accenni alla politica. Ecco cosa trascrive l’ordinanza a pagina 79: “D’Urso chiede se a Messina c’è un referente della Democrazia cristiana per le autonomie. L’uomo risponde di non esserne a conoscenza”. E qui c’è da fare una riflessione: la domanda è assai strana, visto che il partito non esiste più dal 2008. Ma andiamo avanti: “l’uomo chiede se D’Urso è amico di Rotondi”. Non viene annotata alcuna risposta e anche qui va precisato che Rotondi, seguendo il filo logico, dovrebbe essere Gianfranco Rotondi, già a capo della “Democrazia cristiana per le autonomie” e dal 2008 ministro per l’Attuazione del programma di Governo. Ovviamente Rotondi non è indagato.

Contattato il 16 settembre da www.ilfattoquotidiano.it  il senatore Longo, da Alano di Pieve (Belluno), tra i legali di Silvio Berlusconi e annoverato da alcuni giornalisti parlamentari come un falco del Pdl, è lapidario: “Non ho mai incontrato né conosco questi signori, non mi sono mai interessato per accreditare questo giornale. Questi signori non li ho mai sentiti nominare. Non c’è nulla di vero e neanche di verosimile”. Netto e schietto lo stesso giorno anche Rotondi: “Apprendo che questo soggetto è stato segretario provinciale della Democrazia cristiana, sciolta nel 2008, ma non l’ho mai conosciuto né incontrato nel marzo di quest’anno. Non conosco questi soggetti. Se li avessi conosciuti lo avrei detto, io non abbandono gli amici anche quando vengono arrestati per mafia. Feci questo con un senatore ed ebbi ragione di difenderlo”.
Papaverone* il vizio di parlare di uomini di politici e di uomini potenti non lo perde proprio. L’8 marzo di quest’anno, sempre parlando con D’Urso dice che “ha conosciuto una persona molto importante: un commercialista che è uno dei primi tre in Italia ed abita a Cisterna, in provincia di Latina. E’ il commercialista di Moratti e di altri personaggi…”. Lo stesso Papaverone*, ricorda il 17 settembre il quotidiano Latina Oggi a pagina 9, aveva cercato alcuni mesi fa di convincere l’amministrazione di Cisterna di Latina alla costruzione di un eliporto. Proposta poi rifiutata.

Alla luce di queste frasi intercettate Papaverone* apparirebbe un millantatore ma resta quella convinzione impressa dai magistrati nella richiesta di ordinanza di custodia cautelare firmata dal Gip di Perugia: Papaverone*, 51 enne di Latina ma residente a Rubiera, è l’uomo incaricato di contattare i grossi personaggi dalla presunta associazione a delinquere. Che ci riesca o meno, che millanti o meno, lo sapremo con gli sviluppi giudiziari*. Per il momento tutte le persone di cui ho raccontato le gesta in questi post sono innocenti. La giustizia italiana prevede infatti tre gradi di giudizio. Così è se vi piace (e anche se non vi piace).

6 to be continued (le precedenti puntate sono state pubblicate il 4, 5, 6, 24 e 25 ottobre)

  N.B * La giustizia ha fatto il suo corso per alcuni indagati. Il giorno 19 marzo 2013 alle ore 11.56 ho ricevuto – e volentieri rendo nota – una no
ta da parte di Maurizio Papaverone che pubblico integralmente comunicando, al contempo, che sono disponibile (in questo come in tutti i casi) ad aggiornare i servizi in seguito alle segnalazioni (delle parti coinvolte). Un giornalista fa infatti cronaca e non emette sentenze: nè di primo nè di secondo o terzo grado.

COMUNICATO STAMPA   – OPERAZIONE APOGEO – CASSAZIONE DA’ RAGIONE A MAURIZIO PAPAVERONE

Scoprire un giorno di essere considerato un affiliato alla camorra, finire in galera, restarci per dodici mesi. Salvo poi ottenere una sentenza della Cassazione che annulla l’ordinanza del Riesame. E’ la storia di ordinaria follia che ha toccato Maurizio Papaverone, libero professionista di 53 anni, vittima di una vicenda giudiziaria dai contorni inquietanti. Tutto cominciò la notte del 13 settembre quando Maurizio Papaverone venne fermato sull’autostrada A14 all’altezza di Fermo, nelle Marche, e condotto in caserma a Pesaro. Venne trattenuto per tutta la notte e gli viene notificata un’ordinanza d’arresto alle ore 5.30. Si tratta dell’operazione denominata ‘Apogeo’, voluta dalla procura di Perugia e condotta dal Gico della guardia di finanza e dai carabinieri del Ros porta a 16 arresti nelle province di Perugia, Caserta, Ancona, Firenze, Padova, Pesaro e Urbino e Reggio. A carico di ogni arrestato le accuse furono quelle di truffa aggravata, riciclaggio, bancarotta fraudolenta, emissione e utilizzo di fatture per operazioni inesistenti, il tutto con l’aggravante del metodo mafioso. Oltre naturalmente al reato di associazione a delinquere di tipo camorristico. Fra i destinatari del provvedimento di custodia cautelare c’era appunto Maurizio Papaverone. Gli inquirenti sostennero che “aveva il compito di reperire società in difficoltà economica da acquisire, per essere utilizzate a fini illeciti”. L’imprenditore di Reggio Emilia, originario di Latina, venne indagato dalla procura di Perugia per il delitto di associazione a delinquere di tipo camorristico, dedita nel territorio perugino alla commissione di una serie indeterminata di reati di truffe, riciclaggio, evasione di imposte, emissione di fatture inesistenti. Maurizio Papaverone avrebbe gestito insieme a Giuseppe D’Urso e Angelo Russo, una società finanziaria, con sede in Svizzera, con cui veniva operata l’acquisizione di altre società non portate a buon fine, ma sfruttate per la realizzazione di molteplici reati. Queste le accuse degli inquirenti. Dopo l’arresto Maurizio Papaverone fece ricorso al Tribunale del Riesame, che il 7 ottobre 2011 confermò l’arresto, ritenendo sussistenti gravi indizi di colpevolezza. Le motivazioni del rigetto vennero depositate solo il 23 dicembre dello stesso anno. Immediata l’impugnazione presso la Suprema Corte di Cassazione, che il 18 aprile 2012 annullò il provvedimento del Riesame. Venne quindi disposto il rinvio dell’ordinanza al tribunale di Perugia. La Suprema Corte smontò di fatto il ‘castello accusatorio’. I giudici della sesta sezione penale hanno elencato una serie di ‘mancanze’ da parte dei colleghi perugini, di portata inaudita. Una nuova udienza si è tenuta al tribunale del Riesame di Perugia il 10 luglio 2012. Ad oggi però non si è avuta alcuna pronuncia.

 

Nel frattempo la vita del libero professionista è cambiata. In peggio. Senza che vi sia uno straccio di elemento che possa attribuirgli un’ipotesi di reato. Maurizio Papaverone ha trascorso 7 mesi in carcere e 5 ai domiciliari (è bene ricordare che si tratta di un incensurato, di un uomo che non ha precedenti di alcun tipo). Un mese al “Capanne” di Perugia e sei al “Nuovo Complesso” di Civitavecchia. Inutile dire che cosa significhi ‘vivere’ in ambienti che ledono la dignità umana. A Perugia ha vissuto in una cella di 8.50 metri con altri 2 detenuti. L’istituto si trovava in condizioni igienico sanitarie allarmanti. Nessun letto ma solo un materassino per dormire. In realtà il detenuto Maurizio Papaverone ha dormito per terra. Non esisteva uno sgabello ed un armadietto per due. Luce scarsa e nessun riscaldamento. Non mancava invece la presenza di insetti, specialmente la notte. Si dimostrava impossibile usufruire dell’ora d’aria, avendo il Papaverone corso il rischio di subire le angheria di detenuti extracomunitari, apparsi minacciosi nei suoi confronti. Inadeguato si è rivelato il servizio medico, nonostante il libero professionista fosse affetto da diabete mellito in fase cronica. Non meno disagiata la condizione della struttura di Civitavecchia. Addirittura peggiore era lo stato delle celle, prive di acqua calda  e riscaldamenti. Vi era inoltre di fatto l’obbligo di alternare le docce con l’ora d’aria. Per tutto questo il signor Papaverone ha deciso di presentare un ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo, con particolare riferimento alla violazione dell’art.3 della Convenzione dei diritti dell’uomo e soprattutto al fatto che l’eccessivo ricorso alla detenzione preventiva è ritenuta contraria ai diritti umani. La Corte europea ha già preso visione del ricorso ammettendo gli atti per la valutazione ai fini giuridici.

 

La sofferenza non si può comprendere appieno se non la si vive. E quella degli altri, se in noi c’è una intrinseca convinzione di colpevolezza (quella iniettataci in vena dai media), non è sofferenza ma finzione. Basta pensare a chi è in galera in attesa che un giudice decida il suo destino, a chi è in galera perché il suo destino è già stato deciso da più giudici (ed in Italia a tutt’ora ci sono casi aperti, sia in fase iniziale, sia in fase di “primo giudizio”, sia già conclusi con una condanna). Capita che l’indagato di turno venga trattato come fosse una pezza da piedi buona solo per essere calpestata. E lo si fa senza ritegno e riguardo alcuno, perché “così fan tutti” e perché l’informazione ci insegna a farlo. Il problema in realtà è più vasto di quanto pare essere. L’informazione raggiunge tutti, anche gli addetti ai lavori. Quelle persone, siano procuratori, giudici o parti di una giuria popolare, che dovrebbero operare senza condizionamenti di sorta, quelle persone che dopo un anno di bombe mediatiche a lunga gittata, dovranno mettere mano sul caso in questione e decidere della vita di chi, se in carcere da innocente, ormai non esiste più perché sotterrato da milioni di carte, da miliardi di pubbliche parole utili solo a confezionare una bara da gettare, una volta riempita, sul fuoco della “giustizia popolare”. Di certo nessuna sentenza potrà restituire al signor Papaverone lo status precedente all’avvio di questa inchiesta. Innanzitutto occorre menzionare i danni morali, legati al calpestamento della dignità umana in tutte le sue forme. Si provi ad immaginare cosa significa girare in un paese come quello di residenza del professionista (Villa Bagno, nei pressi di Reggio Emilia) ed essere visto come un delinquente matricolato, senza che vi sia ad oggi uno straccio di indizio di reato. Per non parlare del danno psicologico provocato ai familiari dell’indagato, sottoposti a stress per una vicenda allucinante. Dulcis in fundo il danno economico. Maurizio Papaverone allo stato attuale non ha libertà di movimento sotto l’aspetto finanziario. Di fatto gli viene impedito di produrre reddito nel nostro Paese. Verrebbe quasi da pensare che il trattamento riservato al professionista sia in qualche modo collegato all’attività politica svolta nel recente passato (segretario DcA Reggio Emilia, alleato del Pdl). Che l’obiettivo di qualcuno fosse in realtà un senatore vicino a Berlusconi e dunque Maurizio Papaverone in qualche modo avrebbe dovuto pagare lo ‘scotto’. Interpretazione a parte, occorre dire che solo il forte temperamento e la grande convinzione nei propri mezzi lo induce ad andare avanti. C’è da chiedersi però, alla luce della ‘malagius
tizia’ in Italia (il Paese con più condanne subite dalla Corte europea) come un cittadino possa difendersi da un sistema ‘malato’ nelle sue fondamenta. I tempi della giustizia gridano vendetta: 1) Sette mesi di carcerazione preventiva, 2) Cinque mesi dalla sentenza della Cassazione di annullamento del provvedimento restrittivo senza che vi sia ancora una pronuncia del Tribunale del Riesame. Il caso Papaverone è sempre più il caso Italia.

r.galullo@ilsole24ore.com

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  • gianni |

    confermo tutto…millantava di tutto e si presentava come avvocato e/o come commercialista senza avere una laurea ne per l’uno ne per l’altro. Un faccendiere che non aveva un obiettivo preciso…Poi sulla sua onestà…sinceramente …tanti dubbi ci sono

  • adriano |

    questo papaverone a rubiera non si e’ mai capito cosa faceva, cosa brigava dove andava e con chi. si presentava a volte come avvocato e a volte come commercialista, senza avere uno straccio di cliente, vantando conoscenze altolocate e clienti facoltosi (figurati, un meridionale venuto dal profondo sud che si inserisce nella nostra societa’nordista). ha comprato una jaguar coupe’ in leasing e si e’ messo con una donna straniera ben nota sul mercato.
    che altro dire?

  • Peppe |

    Caro Roberto Galullo, ho letto con attenzione l’articolo su Papaverone Maurizio “Operazione Apogeo”. Sono di Latina e svolgo la professione di Fotoreporter. Conosco Maurizio Papaverone da molti anni, giocavamo da bambini al campetto della Parrocchia vicino casa nostra. Ma da circa quindici anni si era trsferito su in Emilia, e nessuno del nostro gruppo di amici lo ha più visto e sentito. Appena abbiamo appreso dai giornali il suo arresto siamo rimasti tutti di stucco. Maurizio, lo ricordiamo anzioso per una multa stradale e pauroso per un controllo da parte della Polizia Municipale. Quindi ci sembra molto strano che sia immischiato in una storia così grossa e con personaggi vicini alla Camorra. Per noi, che lo abbiamo conosciuto fin dalle scuole elementari, è e rimane un Bravo Ragazzo serio ed onesto. Comunque poichè non riusciumano ad avere sue notizie, anche di salute, abbiamo appreso solo dal tuo articolo che è presso il Carcere di Civitavecchia, ci puoi aiutare ad averle? Grazie da Peppe e Amici di Latina

  • bartolo |

    @ GIUSEPPE PIAZZOLLA
    con il permesso di Galullo ecco una probabile risposta alla sua domanda:
    lettera inviata al quotidiano della calabria
    Il Procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso, silenzioso sulla guerra tra alcuni suoi sostituti e la Procura distrettuale antimafia di Reggio Calabria, scaturita tra chi lotta veramente e chi aiuta, forse, inconsapevolmente o consapevolmente, la ndrangheta; nonché, su quanto di seguito riportato oggi dal Corriere della Sera – …A otto anni di distanza da quella presunta confidenza Schifani è presidente del Senato e indagato dalla Procura di Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa nell’inchiesta riaperta un anno fa, dopo una precedente archiviazione, in seguito alle dichiarazioni di altri pentiti come Francesco Campanella e Gaspare Spatuzza a cui ora si sono aggiunte quelle di Lo Verso; il senatore Dell’Utri è stato condannato in secondo grado sempre per concorso con Cosa Nostra e attende il verdetto della Cassazione; l’ex governatore della Sicilia Totò Cuffaro è in carcere per scontare la pena a sette anni di reclusione per favoreggiamento della mafia mentre Saverio Romano, ministro dell’Agricoltura nonché imputato di concorso esterno, aspetta che un giudice decida se processarlo o no….- ha finalmente trovato il motivo su cui rompere l’indecente silenzio. L’abolizione della ndrangheta, asserisce, da parte dell’attuale Governo! Ma ci è o ci fa? Direbbero gli italiani se fossero davvero un popolo di cittadini. Ed invece, grazie all’ignoranza della maggioranza, una piccola parte di loro si deve sorbire le fesserie esternate da questo alto magistrato entrato in paranoia. Infatti, il famigerato art. 416 bis varato in fase di emergenza ed ai limiti della Costituzione democratica, già nel lontano 1982, consente la sua applicazione verso tutte le organizzazioni criminali siano esse mafia, camorra, ndrangheta etc etc…. tant’è vero che, prima che la parola ndrangheta venisse riconosciuta con decreto legge, da questo medesimo Governo, migliaia e migliaia di persone, colpevoli e innocenti, sono state indagate, prosciolte, assolte e condannate con l’accusa di fare parte, appunto, di un’organizzazione criminale denominata ndrangheta. Il Procuratore Grasso forse non lo sa, ma, dovesse essere presa per buona la sua affermazione, tra i criminali ndranghetisti veri, sarebbero riabilitati anche molti innocenti, loro malgrado, condannati per ndrangheta da una magistratura che pare avvolta in un turbine di follia.

  • giuseppe piazzolla |

    Dott. Gallullo buonasera, il sito Lettera43 ha riportato ieri una notizia “Grasso: «Ora il Codice cancella la ‘ndrangheta»
    Abrogata la norma che definiva «mafiosa» l’organizzazione” http://www.lettera43.it/attualita/29561/grasso-ora-il-codice-cancella-la–ndrangheta.htm che non è stata ripresa dai principali quotidiani … potrebbe spiegarci qualcosa in merito? Grazie, Giuseppe

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