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Ai confini della fantascienza: gli albanesi fanno tremare la ‘ndrangheta lombarda affiliata a quella crotonese

Da ieri sto trattando alcuni aspetti straordinariamente interessanti dell’operazione “Crimine 3” condotta la scorsa settimana dalla Procura di Reggio Calabria. Prima di entrare nel dettaglio vi racconto un dettaglio che vi fa capire a che punto è arrivata la (insanabile) frattura nella Procura calabrese già messa a durissima prova dalla vicenda Lo Giudice-Cisterna (in autunno ne vedrete delle belle a questo proposito). Ebbene per giorni la Procura non ha saputo se ribattezzare l’operazione “Solare 2” o “Crimine 3”. Giorni di impasse con i Ros dei Carabinieri piegati in due dall’imbarazzo (e forse dalle risate) e finalmente la “storica” decisione.

Torniamo a noi. Ieri ho raccontato del locale di ‘ndrangheta di Erba (Como) sempre più al centro dei narcotraffici. Ho accennato alle tensioni fortissime – ad un certo punto dei rapporti – tra i trafficanti di droga albanesi e il “gruppo Varca”, culo e camicia con le cosce Arena-Nicoscia di Isola Capo Rizzuto (Crotone).

Una lettura analitica delle conversazioni intercettate ha permesso di ricostruire interamente gli incontri e le posizioni assunte da Pasquale Varca e gli albanesi nei confronti dei Pesce di Rosarno e degli Oppedisano e sanciva la definitiva rottura dei già precari equilibri esistenti tra cosche calabresi.

Pasquale Varca, secondo la ricostruzione della Procura di Torino,riferiva di avere:

1)     apertamente accusato Michele Oppedisano (classe ’70) di averlo lasciato da solo nei guai, mettendo anche a rischio la sua incolumità;

2)      rifiutato di consegnargli “Paolo l’albanese”, dicendo che piuttosto, se fossero stati veri uomini, avrebbero dovuto ammazzare prima lui;

3)      accusato Michele Oppedisano di averlo costretto, con il suo comportamento, a recarsi da solo in Olanda, mettendo a repentaglio la sua vita;

4)     messo in guardia Michele Oppedisano del reale rischio di ritorsioni da parte degli albanesi, i quali, alla luce dell’evoluzione della vicenda, avrebbero potuto ammazzarlo già dal mattino successivo.

 QUALCUNO METTE PAURA AI CALABRESI

E qui vorrei aprire la parentesi che dà vita a questo post perché, dopo tanto, mi sono imbattuto in un siparietto degno di una sceneggiata, con l’uomo d’onore (il calabrese che non ha paura di nulla e sfida la morte) e il “cattivo” che non ti aspetti (l’albanese che se ne fotte della ‘ndrangheta e se c’è da ammazzare per fare affari non ci pensa due volte).

Una trama degna di un film-pacchianata all’americana (tipo Scarface tanto per intenderci) ma che deve farci riflettere sui collegamenti tra le mafie e sulle gerarchie criminali che non ti aspetti.

Una trama reale e non inventata che ci fa capire anche che la realtà calabrese supera la fantasia degli sceneggiatori americani e ci consegna imperdibili dialoghi come quello che vi sottopongo.

Chi parla è Pasquale Varca. Il giorno è il 13 dicembre 2009 e, risalendo in macchina, parla con Aurelio Petrocca.

Leggete: “…tutto a posto…adesso gli brucia il culo a Michele… // … a Michele gli brucia il culo adesso… //… una guerra…una guerra…adesso gli brucia no…(impreca)…gli ho fatto una tirata (una partaccia, ndr) davanti a questi…vai a fare in culo tu e questo finocchione di merda (intende dire uomo che non vale nulla ndr)… e cornuto…gli ho detto…"ammazzatemi a me a questa sera… no…visto che sono qua…quale problema c'e'" …gli ho detto …"se siete uomini fatelo no?!"… gli ho detto… "il problema quale e' stato … che e' venuto a casa tua e ti ha detto invece che…e' andato da lui e gli ha detto che tiene il problema dei cosi e volta e gira"… dice "ah…io lo vado a trovare e lo ammazzo … ammazzami a me perche' devi ammazzare lui?” … gli ho detto …"ci sono io qua?"…hai capito?…gli ho detto…"ah…adesso ti brucia il culo … gli ho detto… a te"…gli ho detto…"a me mi brucia… da settanta giorni"…gli ho detto…"che sto passando i guai miei …lurido finocchione"…davanti…davanti agli altri cristiani …" finocchione di merda…adesso ti brucia il culo…adesso"…gli ho detto…"io invece sono dovuto partire … e non sapevo se tornavo indietro … adesso ti brucia" …gli ho detto…"allora e' venuto e te l'ha detto"…gli ho detto… "può darsi pure che viene e ti ammazza domani mattino…”

La legenda per leggere questo dialogo da educande è presto fatto. Michele e il finocchione di merda sono la stessa persona: Michele Oppedisano  che rischia seriamente di essere ammazzato per mano degli albanesi traditi nel commercio di droga. Lui, Pasquale, ha fegato da vendere e sfida apertamente gli albanesi a ucciderlo.

IL COMPARE RISPONDE

Al telefono Aurelio Petrocca, anche lui di Isola Capo Rizzuto, anche lui residente a Merone (Como) e anche lui indagato, risponde e racconta a Pasquale Varca dell’incontro che avevano avuto loro con Michele Oppedisano e del fatto che aveva cercato di non farli allontanare. Aurelio Petrocca spiegava di avere impedito che Michele Oppedisano potesse nuocere agli albanesi, anche per salvaguardare l’incolumità dei loro figli e di quelli del suo parente omonimo (Michele Oppedisano classe ’69), che sarebbero potuti divenire, a loro volta, facile bersaglio di vendette degli altri sodali albanesi.

Anche Pasquale Varca ribadì di avere assicurato che Paolo l’albanese avrebbe fatto ritorno incolume a Milano e che poi loro avrebbero potuto fare ciò che volevano.

Varca aggiunse di avere rinfacciato a Michele Oppedisano (classe ’70) di avere simulato un arresto pur di sottrarsi alle sue responsabilità.

Nonostante la situazione venutasi a creare, Pasquale Varca ricordava a Michele Oppedisano gli stretti legami esistenti tra le loro famiglie e i vincoli di rispetto che li legavano, vantando innanzi a tutti la correttezza del suo comportamento e di quello di Michele Oppedisano (classe’69), venutosi a trovare suo malgrado in una situazione pericolosa.

Ma poi…Poi, scrivono i magistrati, Pasquale Varca esprimeva a chiare lettere, all’indirizzo di Paolo l’albanese (alias il “pelato”), i propositi di vendetta da attuare nei confronti di Michele Oppedisano (classe’7
0) e del cognato Nicola Papaluca. Ecco cosa capta la centrale d’ascolto della Procura di Reggio: “…quello fa… un botto più brutto dell'altro… uno più dell'altro… due maiali sono… quando sarà il momento ce lo portiamo noi… al chiuso… io e te… che ho una voglia… ho una voglia… che tu non hai neanche idea… Paolino?...”

Paolo confermava di avere già dato il suo ultimatum a Michele Oppedisano: termine ultimo, per la restituzione del denaro equivalente allo stupefacente sottratto, il 1° gennaio 2010. Denaro da consegnare presso l’abitazione di Pasquale Varca “… se viene lui prima dell’uno gennaio e non porta i soldi non mi fai incontrare va bene?…E' stato bastardo…se viene mi fai incontrare a casa tua hai capito?…Se no…se viene senza soldi non mi fai incontrare…ok?…”.

Beh spero abbiate apprezzato quanto me queste dinamiche interne alle consorterie mafiose (secondo la ricostruzione dei magistrati reggini) e ai rapporti con i clan albanesi, oggi talmente forti e spietate da mettere paura perfino a chi è culo e camicia con la cosca Arena-Nicoscia di Isola di Capo Rizzuto.

r.galullo@ilsole24ore.com

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  • Giorgio |

    Ma non diciamo cazzate. Se gli hanno fottuto un carico è per fargli un torto, per far vedere che non hanno la loro caratura criminale. A Rosarno comandano il porto di Gioia e sono gli antesignani di ogni traffico da 40 anni almeno figurati che problemi si fanno. Gli albanesi se ne possono stare zitti perchè con la ndrangheta non ce ne è per nessuno e lo sanno benissimo. Vari episodi in lombardia quando si è paventato un possibile conflitto ha sempre visto gli albanesi defilarsi. Gli affari sono un conto ma la vera mafia è quella calabrese che significa controllo del territorio ed agganci importanti con istituzioni e politica.

  • fra |

    mi sa da quanto leggo che si è capito l’esatto contrario…Sono i calabresi ad essersene infischiati di albanesi e colombiani nonchè di un’altra famiglia calabrese…

  • Matteo |

    Articolo molto interessante,che però va preso con le pinze come molti altri fatti che riguardano i criminali albanesi,come quello di Alex Rudaj,avvenuto però a New York,che sfidò apertamente le famiglie Gambino e Lucchese,che poi si concluse con un non nulla,cioè tutti gli affilati alla “Corporazione” (era così chiamata la gang campeggiata dagli albanesi) in galera e nessuno che li potesse sostituire,mentre per quanto riguarda la famiglia Gambino ci furono pene lievissime,ma con persone che potevano rimpiazzare chi era in carcere. Ovviamente non è da escludere che le organizzazioni albanesi sono diventate molto potenti negli ultimi 10 anni,ma come dice la DIA,raramente ci sono scontri con le mafie italiane,soprattutto sul suolo italiano,dove le mafie nostrane sono potenti e hanno forti radici e contatti politici. Inoltre non scordiamo che la ‘ndrangheta ha il minor numero di pentiti e guadagna quasi 50mld di € l’anno,cosa che le mafie albanesi non riuscirebbero mai,perchè non hanno ancora la capacità di commettere crimini sofisticati come le mafie nostrane(lo dice anche l’FBI) perciò si occupano solo di prostituzione e droga.Ciao.

  • Christian Ciavatta |

    Le consorterie albanesi non sono di minore pericolosità rispetto alla ‘ndrangheta.
    Gli albanesi hanno dimostrato di essere molto aggressivi e di sapere imparare in fretta gli equilibri del mercato.
    Hanno tenuto condotte di secondo piano fino a quando il mercato era in mano ad altri e sono stati abilissimi nel rimpiazzare i loro superiori una volta che questi venivano arrestati.
    Inoltre l’aspetto rituale e mitologico non è secondo a quello delle nostre mafie.
    Se si considera poi che lo Stato albanese fa poco per contrastare le mafie locali e che queste si possono giovare della vicinanza del Kosovo (uno Stato senza legge) e del Montenegro (in mano a soggetti in passato indicati come affiliati a cosche di camorra) si comprende l’estrema pericolosità di queste persone.

  • pasquale montilla |

    Perche’meravigliarsi delle modalita’ di esecuzione da decidere.Vivono, si nutrono della societa civile come maiali e pertanto ammazzano come maiali.
    Superano i confini del’orrore con la stessa semplicita’con cui si accendono una sigaretta ma dentro sono biologicamente marci.Ricordo da studente negli anni 80 quando all’istituto di medicina legale di Messina arrivavano i morti ammazzati da Reggio per mafia per essere sezionati con garbo e pazienza dal medico legale.
    Da una lettura necroscopica e non necessariamente genetica si evidenziava che gli organi apparivano oltre che crivellati biologicamente piu’invecchiati rispetto al dato anagrafico.Il mafioso o l’albanese criminale alla fine paga il conto in natura Ros permettendo.
    Dr.Pasquale Montilla

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