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Calabria irredimibile: sindaco di Reggio e al tempo stesso consigliere regionale? Follia? Sì ma ora sarà possibile

Riprendo oggi a ragionare di Calabria e della sua classe dirigente (a partire da quella politica). Come forse avete avuto modo di leggere nel post del 30 dicembre torno, per l’ennesima volta, a chiedere un intervento straordinario in questa regione in cui l’unica cosa ordinaria è la violenza tribale di cui si nutre come linfa vitale la ‘ndrangheta.

La recente strage di Filandari, nella mafiosissima provincia di Vibo Valenza, altro non è se non figlia di questa cultura che né la politica (che se ne nutre) né la Chiesa (che se ne lava le mani) riescono a modificare.

Il precedente pezzo è stato seguito da una lettera speditami riservatamente dall’onorevole del Pd Doris Lo Moro, che ha poi accettato di rendere pubblica attraverso questo blog (si veda in archivio l’articolo del 3 gennaio).

Grande l’eco di quella lettera – durissima, autocritica e lucida – che è stata ampiamente ripresa dai siti e dai quotidiani calabresi. Molti i commenti, su questo blog, a quanto scritto da Lo Moro, equamente divisi tra pro e contro. Non posso non notare, però, che alcuni (come quelli di Eduardo Lamberti Castronuovo, imprenditore della sanità, editore tv e consigliere comunale dimissionario a Reggio Calabria) erano viziati da un latente conflitto di interessi alla base della valutazione politica ed altri semplici attacchi a chi rappresenta, tout court, una classe politica da mandare a calci nel culo a casa.

Tra i commenti che segnalo con piacere quello di Rocco Mangiardi, coraggioso testimone di giustizia.

Spero che altri politici vogliano intervenire. Magari dopo questa seconda riflessione che, ancora una volta, metterà a nudo la loro pochezza. Anzi: quasi sempre la loro nullità.

 PAROLE SANTE

 Noi vogliamo essere giudicati da ciò che facciamo, da come governiamo”. Parole sante (ma sulla carta) quelle di Francesco Talarico, Udc, presidente del Consiglio regionale calabrese, al quale qualche mesetto fa hanno fatto saltare per aria la villa al mare per far capire chi comanda in Calabria. Niente paura. Era solo partita la lunga campagna elettorale durante la quale le cosche calabresi avevano chiarissima l’idea che il centro-sinistra, orrendamente governato da massoni e collusi, sarebbe stato sconfitto. Il cavallo su cui puntare era inequivocabilmente il centro-destra in cui avrebbero scelto loro i massoni e i mafiosi da inserire (si veda da ultimo il mio post del 23 gennaio 2010).

Pochi giorni fa politica calabrese, per dare un’idea di quale sia la scala delle priorità alla faccia dei corregionali, ha approvato  – con la maggioranza di centrodestra appoggiata da due pezzi da Novanta come Nicola Adamo e Giuseppe Bova che dopo essere stati espulsi dal Pd non ho capito a quale coalizione appartengano ma forse non lo sanno neppure loro – una norma che è una leccornia per palati fini.

In Calabria – e dovrebbe essere l’unico caso in Italia – si potrà essere sindaci di una grande città (Reggio, Catanzaro o Cosenza) oppure, a scelta, assessore comunale o presidente di Provincia e, udite udite, contemporaneamente consigliere regionale.

Ma non è fantastica la Calabria! Attenzione però: solo uno stipendio. Ah beh!

E già si sprecano i commenti – che ritengo assolutamente attendibili – di una norma ad personam per Adamo che nonostante le grane giudiziarie familiari a raffica ambirebbe a occupare la poltrona sì di Cosenza (che a breve andrà al voto amministrativo) ma soprattutto per Bova che punterebbe a quella di Reggio Calabria, gallina dalle uova d’oro per la ‘ndrangheta che, all’ombra delle logge, spartisce e infierisce. A volte a morte anche chi – nel segreto dei propri uffici dirigenziali – è una pedina vitale per i traffici puliti ma, soprattutto, per i traffici sporchi.

PONZIO PILATO SCOPELLITI

La pulizia smacchia le coscienze e così il Governatore Beppe Scopelliti, che gli intimi chiamano Balù, anziché condurre in prima persona una battaglia contro la vergognosa compatibilità, conscio del fatto che presto diventerà una patata bollente per il centrosinistra, intelligentemente (si badi bene: secondo la definizione che in politica si dà di intelligenza) la usa come un machete contro gli avversari politici dichiarando la sua astensione al voto (che sembra sia lo stesso atteggiamento del presidente del consiglio Francesco Talarico, quello per cui i politici calabresi vanno giudicati per quel che fanno. Appunto).

All’Ansa dichiara: "Non ho votato in Aula e come partito abbiamo dato libertà di voto. Penso che sia un problema più interno al centrosinistra…la preoccupazione e' del Pd se Adamo si candida a sindaco di Cosenza o se Bova si candida a sindaco di Reggio…Io, culturalmente, sono contrario ai doppi incarichi''. Scusi Scopelliti, forse lei non se ne è accorto ma la politica, anzi la Politica, è cultura, legalità e trasparenza. La più alta forma di cultura quando si coniuga alla democrazia.

Invece di proporre una norma che restringa le compatibilità,i consiglieri calabresi hanno pensato bene di ampliarsele per pura sete di potere.

I DISTINGUO DI MAGARO’

Il presidente della (inutile) Commissione antimafia regionale, Salvatore Magarò (eletto con la Lista “Scopelliti Presidente”), dopo il primo articolo del 30 dicembre, forse intuendo l’antifona del secondo, mi ha telefonato per mandarmi questa dichiarazione che la dice lunga sulla voglia di distinzione in quei pochi che hanno il coraggio di capire che guardarsi allo specchio o guardare in faccia i propri figli non ha prezzo. “Un articolo di legge, ispirato dai colleghi Nicola Adamo e Giuseppe Bova – scrive Magaròche tradisce la faccia tosta degli ambiziosi disegni politici dei sempreverdi e sempre in sella,  sospetto già dalla scelta del contesto di presentazione: che c’azzecca una norma del genere con il collegato alla manovra di finanza regionale? Non sono certo un giurista ma ho motivo di credere che sia incostituzionale. Ma non è per questo che ho votato inutilmente contro. La questione è puramente politica e di cultura della legalità. Ho già presentato da tempo un disegno di legge che sommariamente potremmo titolare “due mandati e poi a casa”. Qui invece echeggia tutta la palese trasversalità di chi, non pago di sedere in consiglio regionale, da troppo tempo si candida al cumulo di incarichi negli enti territoriali”.

IL MISERO CENTROSINISTRA

Chi ha tentato di opporsi nel centrosinistra – come Demetrio Battaglia, Pd – non aveva nulla da perdere: sapeva di fare una bella figura ma di essere sconfitto in partenza. Ma forse aveva fiutato anche il boomerang.

Ma
c’è di peggio. Accanto a questa norma, inserita nel corso dell’approvazione del bilancio, è stato sventato anche il tentativo di fare avere  il rimborso elettorale direttamente ai consiglieri regionali. “In questo modo – ha affermato Luigi Guglielmelli, segretario regionale dei Giovani democratici – i consiglieri eletti avrebbero gestito somme improprie nel proprio interesse personale e non per l'attività istituzionale che i gruppi consiliari fanno. Circa la norma che decapita l' incompatibilità dei consiglieri regionali nel ricoprire la carica di sindaco sono sicuro che il Governo la impugnerà per manifesta incostituzionalità davanti la Suprema Corte e pertanto la considero semplicemente una stupidità grottesca”.

Stupidità o meno, quel che conta è il delirio di onnipotenza che oggi più che mai ha la devastante classe politica calabrese incurante (totalmente incurante) delle inchieste della magistratura. Molti, infatti, sanno che in alcune stanze della Procura si costruisce (anche se negli anni non è mai stato colpito, per un motivo o per un altro, chi pigia i bottoni nella stanza dei poteri) ma poi, in altre stanze dove abbondano compassi, grembiuli, cappucci, toghe e pezzi deviati dello Stato, si distrugge e si ricostruisce l’imene dell’eterna giovinezza verginale.

E’ capitato a Giginiello De Magistris e, prima ancora, ad Agostino Cordova, volete che non possa capitare a chi ce la sta mettendo tutta oggi a Reggio Calabria per mettere sotto scacco la politica marcia della regione? Con risultati finora di rilievo solo contro la ‘ndrangheta militare e non quella in doppiopetto e borghese: i titoli dei giornali si ottengono a raffica, la politica si blandisce e rasserena meglio e carriere inimmaginabili si costruiscono più in fretta, se si butta in carcere un vecchietto di 80 anni che guida l’Apecar ma viene spacciato per il “papa” della ‘ndrangheta mondiale, anziché una manciata di politici e professionisti.

Dico io: la provocazione di Angela Napoli, Fli e membro della Commissione parlamentare antimafia, di sciogliere il consiglio regionale calabrese è una boutade da campagna elettorale permanente, ma se si potesse davvero farlo e sostituire i consiglieri con 50 prefetti come Luigi De Sena, oggi comodamente seduto in Senato tra le fila del Pd, io metterei per primo la firma.

Suonano beffarde le parole del presidente del consiglio regionale Francesco Talarico che il 23 dicembre, mentre la gran parte dei calabresi tirava a campare e una minima parte si apprestava a pasteggiare a champagne e ruttare brindisi per nuovi affari sporchi, ha così commentato la legge di bilancio approvata: "…il consiglio regionale della Calabria ha inteso compiere responsabilmente il proprio dovere…grazie all’impegno della II Commissione, che ha lavorato anche di domenica, dell’Assessorato competente ed al contributo delle forze politiche, di maggioranza e di opposizione, le imprese, le famiglie, gli enti pubblici ed i cittadini potranno fruire, in un momento critico per l’economia meridionale,dei provvedimenti tempestivamente approvati. Segnalare le novità o le possibili lacune della manovra economica, è una legittima prerogativa delle forze politiche, ma alla condizione che tutto sia finalizzato a modificare in meglio i meccanismi di funzionamento dell’attività legislativa ed amministrativa. A mio avviso, è determinante non perdere di vista l’interesse generale. Il Consiglio regionale lungo questa traiettoria, e nel pieno rispetto delle legalità, intende essere un interlocutore affidabile per l’intera società calabrese, consapevole che le sfide che ci attendono sono tante ed alcune gravi, ad incominciare da quella federalista. Da parte mia, soddisfatto per il lavoro fin qui compiuto, auguro ai calabresi un sereno Natale e un buon inizio d’anno. Davanti a noi c’è tanto lavoro da fare e c’è bisogno dell’impegno di tutti per ridare speranza e fiducia alla Calabria”. 

Poverini hanno lavorato anche di domenica. Chi tra di noi non prova pietà per questo gesto eroico?

LE PAROLE DI UN BRAVO MAGISTRATO

Pochi giorni fa Alberto Cisterna, procuratore aggiunto della Procura nazionale antimafia, ha scritto su www.zoomsud.it un articolo che è stato titolato: “’Ndrangheta. E’ aperta la partita per la sua sconfitta”.

Non se se Alberto Cisterna – che conosco da anni e stimo come pochi e lo premetto – si rispecchi fino in fondo nel titolo. Certo è che quanto scrive depone in questa direzione.

Certo, però, è anche il fatto che il suo articolo vive di contraddizioni e, conoscendo bene Cisterna, non capisco perchè. E’ troppo intelligente per non accorgersene. Scrive infatti il magistrato che “la Calabria sembra vivere una permanente emergenza criminale che tende ad assumere i ritmi asfissianti di un collasso della convivenza civile… È una bulimia mafiosa che non arretra di fronte agli arresti, al carcere duro, alle confische; è un'ambizione che, malgrado i colpi, è tutta protesa a ergersi a centro di ogni discussione, scelta, voto”. Secondo me non “sembra che la Calabria viva in una permanente emergenza”. La Calabria “vive” una perenne emergenza. Tra il sembrare e l’essere c’è una differenza enorme. Non è un’emergenza: è l’ordinario vivere quotidiano.

Se  la Calabria fosse quella che, come nella caverna di Plafone, viene proiettata e raccontata dalle microspie del santuario domestico dei Pelle – scrive ancora Cisternala partita sarebbe perduta e non ci sarebbe da far altro che dichiarare la sconfitta della Repubblica in quella terra. Eppure in filigrana, smorzata una certa enfasi, le cose appaiono meno disperate”. Ma la Calabria che cerca il baricentro degli affari è esattamente quella. Né più né meno e per un Pelle scovato e filmato, come pure riconosce lo stesso magistrato, chissà quanti boss e mezze cartucce avranno ospitato e continueranno a ospitare le processioni degli aspiranti politicanti calabresi da spedire poi nell’empireo nazionale.

LE PAROLE DI NINO DI MATTEO

Ma forse è bene avere la memoria lunga e ricordare che Nino Di Matteo, bravissimo sostituto procuratore antimafia di Palermo, in una lunghissima relazione bellamente ignorata dai giornalisti-pennivendoli tenuta proprio a Palermo il 21 settembre 2010 (si veda il mio post del 27 settembre) aveva sostenuto chiaro e tondo che oggi Cosa Nostra “paga e corrompe i politici in erba affinchè, una volta saliti al potere, anche dopo due, tre anni o forse più, esercitino e condividano quel potere al quale hanno contribuito”. In pratica Cosa Nostra ha i talent scout della politica peggiore e ci punta sopra come ai cavalli. Ha gli osservatori come nel calcio, che vanno alla scoperta dei giovani talenti da far galoppare sulle verdi praterie della corruzione.

Una forma di corruzione subdola, banale ma geniale, un “pagherò” politico, che in Italia è impossibile da perseguire e che in altre parti del mondo va sotto il nome di “traffico di influenza”. Fantascienza? No, realtà, perché Cosa Nostra, come t
utte le mafie, è avanti rispetto allo Stato e alle sue mosse. E’ un abilissimo giocatore di scacchi.

E abbiamo dimenticato quanto emerge nell’inchiesta “Il Crimine” del 13 luglio 2010 laddove si legge chi comanda e come i pacchetti di voti da mettere a disposizione? (si vedano i miei post del 9, 10, 12, 13, 17, 18, 20, 24 e 27 agosto e 2 settembre).

Il 21 e il 26 aprile ricordai ancora su questo blog quanto il voto di scambio incidesse in tutto il Sud e scrissi che a fine 2009 ben 38 indagini erano aperte.

Non condivido quanto Cisterna afferma quando dice che “…vagheggiare l'elezione con i voti mafiosi di propri parlamentari vuoi dire ignorare che il (pessimo) sistema elettorale «per nomina» non lo consente”. Verissimo ma come pensa Cisterna che si sia formata, fino alla riforma elettorale, gran parte della classe politica calabrese locale e nazionale se non per chiamata diretta delle cosche? E come pensa che verranno nominati i futuri parlamentari se non attraverso il mero calcolo dei voti portati in casa fino a quel momento nelle tornate amministrative comunali, provinciali e regionali? Nell’ordinanza della Dda di Reggio Calabria che ha portato all’arresto del consigliere regionale Santi Zappalà questo meccanismo emerge in maniera cristallina per stessa ammissione dei boss intercettati e per analisi critica dei magistrati.

Zappalà ha preso una valanga di voti alle consultazioni regionali di marzo (è stato il quarto più votato con oltre 11mila preferenze) e in questa catena di montaggio del consenso e dell’elezione non poteva – se questa fosse stata la decisione delle cosche e della politica nazionale collusa e se questo riuscirà a dimostrare la magistratura – non essere proiettato nell’empireo nazionale da dove poi sarebbe sceso a chiamata. Anzi: a comando. “Non è facile venirne fuori, ma è possibile – conclude Cisternae nel 2010 sono circa un migliaio gli uomini della cosche calabresi finiti in cella e sono stati sequestrati beni per miliardi di euro. È la strada giusta. Per battere i clan occorre adesso por mano al modo in cui la politica seleziona i propri candidati e modificare i sistemi elettorali periferici; individuare le imprese meritevoli; scegliere con attenzione gli uomini delle istituzioni. Cose non molto difficili da fare”.

Verissimo ma, da soli, i calabresi non ce la faranno mai. Sospendiamo i diritti costituzionali, commissariamo con funzionari prefettizi magari in pensione gran parte delle Istituzioni, gemelliamo le amministrazioni pubbliche locali calabresi con quelle che hanno dato prova di trasparenza e legalità in giro per l’Italia, ospitiamo in Calabria i caschi blu dell’Onu per il tempo di una legislatura, mettiamo in mani che non siano calabresi la sanità e le infrastrutture pubbliche (che da sole divorano circa l’80% del bilancio regionale, il resto sono briciole sparse come il becchime per gli uccellini, i più forti sopravvivono gli altri neppure riescono a beccare).

Questo va fatto. Il 2013 è dietro l’angolo e anche se il decreto per Reggio durasse ancora e il Ponte sullo Stretto sorgesse, a spazzar via quel che resta delle speranze della maggior parte dei calabresi arriverebbe la fetida puzza della canottiera secessionista. In fin dei conti la secessione è una questione di soldi. Anche per le mafie.

3 – to be continued (le precedenti puntate sono state pubblicate il 30 dicembre 2010 e il 3 gennaio 2011)

r.galullo@ilsole24ore.com

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  • Christian Ciavatta |

    Caro Giuseppe (Garibaldi),
    l’Italia ha davvero tanto bisogno di una buona massoneria, e certamente oggi la stragrande maggioranza dei massoni italiani sono bravissime persone. Il punto è che il sistema delle infiltrazioni mafiose nella massoneria (ma non solo nella massoneria) si fonda proprio sulla circostanza che la maggior parte dei membri siano bravissime persone che godono di grande stima (meritata) nella società.
    L’infiltrato mafioso infatti si finge in tutto e per tutto un massone (o membro di altro gruppo di persone unite ed importanti), sarà spesso quello più generoso con gli altri (tanto i soldi gli piovono dal cielo), quello più gentile, più pronto a fare ogni cosa per gli altri. In questo modo si guadagna fiducia e ottiene crediti (di gratitudine e stima), che potranno essere incassati al momento necessario. Quando una eventuale indagine della magistratura lo coinvolgerà l’infiltrato non verrà mai in loggia a chiedere protezione dalle indagini, ma riconoscerà il valore della giustizia, il rispetto per gli inquirenti, dirà per discolparsi che si è fidato delle persone sbagliate, che lui è sempre troppo generoso ed ha fatto del bene a persone che non lo meritavano e lo hanno messo in mezzo, magari interpreterà il ruolo del novello Socrate, che seppure innocente rispetta talmente tanto le istituzioni da sacrificarsi all’ingiusta persecuzione di magistrati politicizzati.
    Ovviamente solo balle.
    A questo punto gli altri membri del gruppo (questi davvero in buona fede) si sentiranno in dovere di aiutare questo povero e buon fratello messo in mezzo per sbaglio e per troppa generosità finito nei guai, ma per rispetto delle istituzioni non oseranno intervenire, ma discuteranno tra loro dell’ingiustizia che il fratello sta subendo.
    Contemporaneamente il gruppo mafioso a cui appartiene l’infiltrato organizzerà una operazione di disinformazione sui magistrati che stanno svolgendo le indagini o sui testimoni che hanno fatto il nome dell’infiltrato, tale propaganda verrà poi rilanciata da altri infiltrati nel gruppo (sono sempre più di uno, vanno come minimo in coppia).
    A questo punto i fratelli in buona fede crederanno di avere tutte le prove in mano per emettere una sentenza: una bravissima persona viene ingiustamente coinvolta in una indagine che la sta uccidendo e che è portata avanti da magistrati faziosi o da testimoni falsi (o magari da entrambi), per cui è necessario mobilitarsi per salvare il povero fratello vittima di una barbara ingiustizia, anche attraverso pressioni illegali dirette a togliere le indagini a quel magistrato, o a far ritrattare il testimone.
    Ovviamente i membri in buona fede non si renderanno conto di essere stati strumentalizzati dagli infiltrati che li hanno manipolati e spinti inconsapevolmente a commettere azioni illegali a vantaggio di gruppi criminali.
    I mafiosi sono molto più furbi di quanto pensiamo, io mi sono avvicinato al loro modo di pensare attraverso i libri di storia che descrivono le ciniche abilità manipolative di queste persone.
    Inoltre chiunque potrebbe essere uno di loro, perché nessuno ha il bollino di onesto stampato in fronte, anzi, proprio chi cerca di mettere in vista il proprio bollino di solito lo ha taroccato.
    Saluti, e auguro a tutti un 2011 senza mafia.

  • Giovanna Fronte |

    Scusate la mia ignoranza, pochezza ed umiltà, ma continuo a non capire perchè una persona che ha nome e cognome, fa cose buone, è esempio di rettitudine morale ed onestà, lavora per il bene della collettività senza conti in sospeso e senza scheletri negli armadi, in un paese in cui la democrazia è un diritto costituzionalmente garantito e conquistato con il sangue dei nostri genitori e nonni , sente la necessità di appartenere ad una società segreta?.
    Signor Giuseppe Garibaldi questa non vuole essere assolutamente nè un attacco nè una critica, ma vuole essere solo una domanda fatta da una donna semplice- che si firma con nome e cognome e che con nome e cognome cerca giornalmente di dare il suo piccolo contributo al miglioramento di questa società- per capirne di più. Premetto che anch’io sono del parere che non si può fare di tutta l’erba un fascio e che spesso dietro il termine “collusione politica/massoneria” si vuole cercare di identificare tutto ciò che apertamente non si vuole denunciare o si ha paura di denunciare.
    Chiedo ancora umilmente scusa se questo mio intervento può apparire superfluo, inadeguato o altro, ma dopo aver letto per due giorni consecutivi sia l’articolo che i commenti, non posso fare a meno di pormi sempre la stessa domanda e quindi mi farebbe piacere avere una risposta.

  • Paola |

    Bravo sig Giuseppe sn pienamente d’accordo cn Lei.

  • ulisse |

    bell articolo

  • Garibaldi |

    Caro Sig. Galullo,
    rispetto, pur non condividendola, la sua idea di cosa sia la massoneria. Lei trova ridicolo essere massone perché ritiene che i valori ai quali noi ci affidiamo appartengano all’intero genere umano e non siano esclusivamente nostri. Questa sua posizione non mi stupisce, ha una logica rigorosa ma è totalmente infondata. Nessun vero massone si potrà mai sentire un rappresentante in esclusiva dei valori da me elencati: il suo compito è solo quello di promuoverli, insieme a molti altri soggetti che a qualsiasi titolo, comunque meritoriamente, li hanno posti alla base della loro esistenza.
    Nessuna esclusività, nessun privilegio e nessun circolo chiuso: io come anello di quella catena ho il dovere di aiutare i miei fratelli, ma questo non può essere interpretato come “il non aiutare chi non faccia parte della stessa catena”. Io, come qualsiasi uomo di buoni costumi dovrebbe fare, aiuto ogni giorno, per quanto mi è possibile, chiunque ne abbia bisogno senza distinzione di religione, colore della pelle o circolo di appartenenza.
    Molti dei padri fondatori della nostra Italia, come quelli degli Stati Uniti d’America, si sono resi ridicoli diventando massoni, eppure sono unanimemente riconosciuti come personalità illuminate che hanno lavorato per il bene dell’umanità.
    Mi piacerebbe che di questi uomini ridicoli la mia Calabria ne avesse molti di più.
    La massoneria ufficiale non tollera i delinquenti, non tollera i mafiosi, non tollera neppure i fratelli che per qualsiasi motivo abbiano dei conti aperti con la giustizia: gli chiede di mettersi da parte finché le loro faccende giudiziarie non siano chiarite e se non lo fanno sono comunque allontanati.
    Forse dovremmo divulgare con maggior forza quanto sopra, certamente noi per primi ci doliamo della presenza di sedicenti logge massoniche fatte da non-massoni (si, perché di questo si tratta) che fingono di esserlo per coprire i loro sporchi giochi.
    Credo però che la massoneria ufficiale abbia oggi centinaia di fratelli che in Calabria lavorano ogni giorno onestamente e si sforzano di costituire un esempio di correttezza e moralità.
    Non importa se questo sia riconosciuto o meno: non abbiamo bisogno di medaglie o riconoscimenti, cerchiamo solo di fare il nostro dovere di uomini liberi e di buoni costumi.
    Mi piacerebbe che nei commenti giornalistici, sempre più, si distinguessero queste diverse posizioni riconoscendo ed incoraggiando la massoneria ufficiale (come qualsiasi altro attore sociale che miri al progresso dell’uomo) oltre che condannando, il più possibile duramente, i fenomeni di devianza.
    Non so se lei sarà d’accordo con quanto da me evidenziato, io, di certo, sarò al suo fianco nella battaglia per una Calabria migliore.

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