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Sudafrica campione del mondo/3: con l’estradizione di Vito Roberto Palazzolo il Paese alzerà la Coppa dell’ipocrisia?

Amati lettori del mio umile e umido (visto il tempo in Sudafrica) blog: cosa vi avevo detto? Ieri, qui, scrivevo che Vito Roberto Palazzolo, per la procura di Palermo fuoriclasse dei Corleonesi e secondo Giovanni Falcone cassiere di fiducia, sarebbe già scappato dal Sudafrica, Paese in cui si stanno svolgendo i mondiali.

Oggi per il Sole-24 Ore scrivo un servizio in cui do conto che il Sudafrica – per fare una figura da campione di fronte al mondo che proprio lì ha gli occhi puntati – sta per concedere l’estradizione ai magistrati palermitani che la chiedono da quasi un decennio. Se non lo farà la sua credibilità subirà un altro duro colpo.

Peccato, però, che Palazzolo – alias Robert Von Palace Kolbatschenko – sia con 99 probabilità su 100 uccel di bosco in Namibia o in Angola, Paesi nei quali stringerebbe importanti e vitali interessi e affari non solo economici e finanziari.

 

LO SBARCO IN SUDAFRICA

 

Palazzolo – hanno ricostruito nel 2006 i magisrtrati – è giunto in Sudafrica il 26 dicembre 1986 sbarcando da un volo Francoforte-Johannesburg ed esibendo agli organi di frontiera un passaporto svizzero a nome di Stelio Domenico Frappoli. Si trattava di un passaporto falso ottenuto dallo stesso Frappoli, noto falsario professionista, amico e compagno di detenzione del Palazzolo, sul quale era stata apposta la sua fotografia.

Palazzolo – come Babbo Natale con la renna e approfittando dei festeggiamenti degli svizzeri – evase il 24 giugno approfittando di un permesso gentilmente concesso per 36 ore. Ben utilizzate. Ovviamente gli svizzeri fecero: oooohhhhhh! E il procuratore federale Carla Del Ponte, amica per la pelle di Giovanni Falcone, rimase inebetita.

La colonia mafiosa, da quando c’è lui, è cresciuta e c’è da credere che, nonostante morti e arresti, scappato Palazzolo resteranno i Palazzolo’s boys, a partire dai figli Pietro e Christian (ai quali nessun appunto viene mosso, è bene chiarire).

Lui, Palazzolo-Von Palace, forte anche di anni e anni di indagini e inchieste che a ben poco hanno portato (tranne la condanna definitiva nel 2009), lui, quello che Giovanni Falcone aveva definito il cassiere dei Corleonesi, il 1° luglio 2009 rilascia un’intervista al collega dell’Espresso (allora dell’Ansa) Lirio Abbate, per dire che è innocente e puro come l’acqua minerale che imbottigliava e che volava anche nella compagnia aerea sudafricana. Palazzolo sostiene di aver già scontato il debito con la giustizia in Svizzera e di essere stato assolto nel 1992 dal Tribunale di Roma. Vagli a spiegare che la sentenza del tribunale di Palermo del luglio 2006 contiene accuse che vanno anche oltre il 1992 e che lo descrivono – dopo avere fatto sfilare 65 testimoni, decine di registrazioni , 11 collaboratori di giustizia e 3 consulenti – “per la sua esperienza di vita all’estero e per le specifiche competenze maturate operando da decenni nella finanza e nel mondo degli affari, rappresentava e rappresenta un punto di riferimento sicuro e quasi insostituibile per l’intera Cosa Nostra”.

Scrivono ancora i giudici nella sentenza (l’accusa era sostenuta dai pm Carlo Paci e Domenico Gozo): “in conclusione dell’esame delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, dunque, va evidenziata la straordinaria convergenza delle dichiarazioni di questi ultimi soprattutto in relazione al contesto relazionale del Palazzolo, al livello verticistico dei suoi rapporti con esponenti di cosa nostra, al suo coinvolgimento nel riciclaggio del denaro sporco provento di traffici di sigarette e di droga (tra i quali anche Pizza Connection), ai suoi rapporti di affari (in particolare il commercio di pietre preziose), anche successivi al suo trasferimento in Sudafrica, con alcuni capi indiscussi del sodalizio, alla sua disponibilità ad accogliere latitanti all’estero ed al mantenimento di contatti anche in tempi recenti e sicuramente successivi al 1992.

 

LE PRIME COPERTURE

 

Una volta entrato illegalmente in Sudafrica, l’imputato si incontrò con un politico locale, l’onorevole Peet De Pontes, il quale fungeva da contatto e copertura, trattandosi di un influente esponente del partito nazionalista sudafricano allora al potere.

A Palazzolo e a suo fratello Pietro Efisio, titolare di una potente società (ohibò) di commercio di diamanti grezzi, la “Von Palace diamond cutters” tuttavia, fu negato il rilascio di ulteriori visti dallo Stato sudafricano, anche a causa di alcune dichiarazioni false che avevano reso a proposito della disponibilità da oltre un anno di alcuni beni in quel Pa
ese.

Palazzolo, dimostrando ancora una volta le sue indiscutibili doti di furbizia e perspicacia, aggirò l’ostacolo introducendosi senza alcun problema nel territorio di un piccolo Stato – la Repubblica indipendente del Ciskei – che ricadeva all’interno del Sudafrica.

Come riconosciuto dallo stesso Presidente dello Stato del Ciskei, Sebe, Palazzolo ottenne la residenza in quel Paese, a fronte di una donazione di 20.000 rand (moneta locale) sotto forma di “contributo personale a scopi caritativi”.

Nel frattempo l’imputato otteneva anche il cambio della propria identità, nel senso che, accanto a quella autentica, gli veniva riconosciuta quella falsa di Robert Von Palace Kolbatschenko, con la quale, ancora oggi, è identificato in Sudafrica.

Nel 1987 il Palazzolo acquistò numerose proprietà immobiliari in varie zone del Sudafrica, investendo milioni di rand.

In particolare, acquistò la fattoria “Terre de Luc”, composta da una rilevante azienda agricola e vari caseggiati di pregio ed ubicata in località Franschoek vicino Città del Capo, oltre ad altre proprietà e allevamenti di struzzi, di cavalli e bestiame. La cittadinanza sudafricana giunse, in modo rocambolesco, solo il 10 agosto 1994.

 

Il suo ruolo e la sua influenza nell’establishment sudafricano – scrivono i giudici nel 2006 – è rimasto comprovato da relazioni politiche con ministri del governo passato e di quello in carica e con alti rappresentanti governativi e delle Istituzioni di quel Paese”.

 

L’ARRESTO E LA TRAMA DI POTERE IN SUDAFRICA

 

Palazzolo ha goduto e gode probabilmente ancora in Sudafrica di potenti coperture politiche, essendo stato in un primo tempo in stretto contatto con il partito nazionalista e subito dopo avendo sostenuto – in tutti i modi possibili, compreso un riferito e supposto traffico di armi – l’Africa National Congress e cioè il partito dell’ex presidente Nelson Mandela che avrebbe poi preso il potere circa 15 anni fa.

Palazzolo, scrivono i giudici nel 2006, risulta essere da anni uno dei più influenti uomini d’affari dell’intero Sudafrica, proprietario di numerose miniere di diamanti, di estese aziende agricole, di una industria per l’imbottigliamento dell’acqua minerale (con commesse rilevanti come quella della compagnia aerea di bandiera sudafricana), di allevamenti di struzzi e di cavalli da corsa, di svariate concessioni per l’estrazione di preziosi e di un consistente patrimonio immobiliare e finanziario.

Il suo ruolo e la sua influenza nell’establishment sudafricano è rimasto comprovato da relazioni politiche con ministri del Governo passato e con alti rappresentanti governativi e delle Istituzioni di quel Paese.

Accanto ed al di là delle coperture ed amicizie politiche, sempre dalle parole dei testi Peter Hans Viljoen e Abraham Smith nonché dalla documentazione acquisita agli atti del Tribunale di Palermo, si ricava un quadro desolante di vari episodi di condizionamento e corruttela che lo stesso Palazzolo avrebbe posto in essere per influenzare gli esiti delle indagini a suo carico.

Anche attraverso l’esame della documentazione – scrivono i giudici – appare, invero, estremamente plausibile che il Palazzolo abbia operato con estrema disinvoltura condizionando una pletora di pubblici funzionari e poliziotti che si sarebbero dovuti occupare delle indagini a suo carico”.

 

LA TRAMA DI POTERE: LA POLIZIA

 

Il capo dell’unità speciale appositamente costituita dal Governo sudafricano per indagare su Palazzolo (la Presidential investigation task unit), l’allora generale Andre Lincoln, è stato processato e condannato in quel Paese proprio per avere ricevuto da Palazzolo vari beni e facilitazioni e per avere cospirato con lui ed a suo favore.

Il generale Venter che, dopo avere, solo formalmente, investigato senza esito sul Palazzolo ed aver rilasciato un affidavit sul suo conto “che appare quasi un peana di celebrazione”, scrivono i giudici palermitani, risulta aver ottenuto l’assunzione della figlia e del genero presso una azienda agricola con allevamento di proprietà di Palazzolo a Ensuru,  in Namibia.

Nonostante ciò, Venter è venuto a rendere testimonianza a favore del Palazzolo – scrivono i giudici nella sentenza del luglio 2006 – nel corso della rogatoria in Sudafrica, ribadendo gli elogi nei suoi confronti e confermando l’esito negativo delle indagini svolte a suo carico mentre i suoi congiunti erano in affari con l’indagato”, che all’epoca era latitante e ricercato sia  per la Giustizia italiana che per quella statunitense.

 

CHI TOCCA I FILI MUORE

 

Peter Hans Viljoen, nel 2006 membro della “Squadra provinciale per indagini sui vertici della criminalità organizzata” e poliziotto in servizio da 23 anni nella polizia sudafricana, svolse indagini su Palazzolo nel 1998.

Dopo appena due mesi di accertamenti preliminari Viljoen si era reso conto del livello di inquinamento della polizia in relazione alle indagini che riguardavano il Palazzolo ed aveva redatto una nota coperta da segreto e riservata  con la quale descriveva per grandi linee l’organizzazione gestita da Palazzolo a Città del Capo e suggeriva ai vertici istituzionali la necessità di avviare una approfondita e specifica indagine su Palazzolo.

Nonostante la segretezza della nota, dopo appena una settimana l’atto si trovava già nelle mani di Palazzolo, a dimostrazione del livello di permeabilità dei vertici della Polizia dell’epoca.

 

LA TRAMA DI POTERE: LA GIUSTIZIA

 

Un giudice della Corte suprema sudafricana, Von Lieres und Wilkau, andò a rendere un pubblico elogio delle virtù e della nobiltà d’animo (e persino di nascita) di Palazzolo, salvo chiarire che la sua testimonianza non si basava su fatti constatati od accertati personalmente ma solo su notizie autobiografiche fornitegli con una nota scritta dallo stesso imputato Palazzolo. “E sulla mera scorta dei dati fornitigli dall’imputato e senza alcuna verifica – scrivono i tre giudici palermitani sconsolati – il giudice Von Lieres und Wilkau si è prestato ad una testimonianza del tutto ininfluente ed inutile se non allo scopo di trasformare un alto magistrato della Corte Suprema sudafricana in un mero portavoce del Palazzolo citato a riferire, sotto forma di testimonianza, una nota autografa dell’imputato”.

Bene, cari umili e umidi amici di blog. Questo è tutto per oggi. Nelle prossime ore vi racconterò delle amicizie italiane di Palazzolo. Molto, molto, ma molto interessanti.

3 – to be continued

r.galullo@ilsole24ore.com

P.S. solo in edicola fino al 20 giugno il mio libro “Economia criminale-Storie di capitali sporchi e società inquinate”. Ogni copia è un calcio in culo ai quaquaraqua delle mafie e abbiate pazienza se dovete girare più di un’edicola per trovarlo. Ne vale la pena!

  • lustig |

    Caro Galullo, il suo senso della suspence è sempre proverbiale.Costringe, piacevolmente, noi suoi aficionados della curva sud della legalità a stare incollati qui, in attesa della prossima puntata…Un piccolo appunto: la falsa identità è un problema specioso. Lei sa che esistono dei siti nei quali è possibile ottenere documenti c.d “di camuffamento”? Una nota comica è che, in quei siti, si avvisa “non è illegale ottenere un passaporto di camuffamento, ma è illegale utilizzarlo per scopi non legali” (sic!). In che mondo viviamo….Buon lavoro.

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