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Oltre il caso Stefano Gugliotta/Quelle Forze di Polizia al soldo della ‘ndrangheta a Milano e dei Casalesi in Italia

Le pagine dei giornali, i tg e i notiziari sono pieni in queste ore del caso di Stefano Gugliotta, il giovane romano pestato dalla Polizia, secondo le sue dichiarazioni, nei pressi dello stadio Olimpico di Roma che aveva appena ospitato la finale di Coppa Italia 2010.

Bene. Anzi: male. Se la denuncia fosse provata fino in fondo, intendo dire anche processualmente, si tratterebbe dell’ennesimo episodio di intolleranza, insofferenza, incomunicabilità e violenza che vede protagonista, in negativo, uno o più appartenenti alle Forze dell’Ordine.

LA ZINGARELLA E LE RANDELLATE ALL’UNIVERISTA’

Ricordo che da ragazzo rimasi scioccato da un episodio. Entrato in una stazione della Polfer (la Polizia ferroviaria)  per chiedere un’informazione stradale (all’esterno ero atteso da alcuni familiari che con quel gesto volevano farmi sentire “grande”)  vidi una zingarella (così come vengono freddamente chiamate le giovanissime ragazze rom) che in un angolo veniva derisa e presa a schiaffi da alcuni poliziotti. Sono passati almeno 40 anni ma quella scena l’ho fissata negli occhi e ricordo che provavo (io per loro) profonda vergogna. Un borseggio non poteva valere una lezione di ceffoni. Appena entrato nel gabbiotto della Polfer ne uscii e nessuno si accorse della mia presenza: né in ingresso né in uscita. Raccontai una gigantesca balla ai miei familiari (nelle cui file annovero non so più quanti poliziotti, generali dell’Esercito, dei Carabinieri, appartenenti alla Guardia di finanza e chi più ne ha più ne metta) su come raggiungere la strada vicino alla stazione (infatti ci perdemmo).

Anni dopo, molti anni dopo, correva il 1989, mentre all’Università La Sapienza seguivo per il giornale dell’epoca il cosiddetto movimento della “Pantera”, che a Palermo, dove nacque, come a Roma, si opponeva all’allora riforma “Ruberti”, misi nel conto di prendere qualche randellata nelle cariche della Polizia contro quei quattro sfigati che volevano scimmiottare il ‘68.

Randellate no, ma spintoni e calci sì. Giusto così. Come potevo essere distinto da chi opponeva violenza alle Forze dell’Ordine? Ero un giornalista in erba ma non lo avevo mica scritto in faccia! Potevo mettere nel conto le randellate, una zingarella non doveva mettere nel conto i manrovesci.

Credo però che la violenza gratuita (ripeto: da provare, nel caso Gugliotta, come in altri casi, a esempio il G8 di Genova) non getti fango sulle divise più di quanto ne gettino – nel silenzio dei media e delle forze politiche e parlamentari – gli stessi appartenenti alle Forze dell’Ordine che colludono o sono organici alla mafia. Anzi: alle mafie.

LE DIVISE COLLUSE O CONTIGUE ALLE MAFIE

Il 28 aprile 2009 su questo blog (si veda l’archivio) scrissi del malessere delle Forze dell’Ordine e di Polizia e della necessità (a mio modesto avviso) di rivedere profondamente il sistema di selezione, arruolamento, conferma, mantenimento, formazione (ininterrotta) e carriera (ivi inclusi gli adeguamenti economici in busta paga).

Di quel post – che pure mise in evidenza innanzitutto il profondissimo senso di gratitudine e riconoscenza per i servitori dello Stato che rappresentano la stragrande maggioranza di coloro i quali indossano le divise – non mi sono pentito. Anzi: quella riflessione voleva essere (tra le altre) uno spunto per guardare all’interno dei processi che portano all’arruolamento, alla crescita e alla carriera di chi, ogni giorno, viene chiamato a onorare una maglia che è (deve essere) una seconda pelle. Di legalità.

Nel gennaio 2010 – solo per citare un caso, il più clamoroso – il Mattino di Napoli per primo e con lui il Corriere del Mezzogiorno e poi (sommessamente) altri organi di informazione locali e no, svelarono una pagina triste (tutta da provare, con indagini ancora in corso) per la Direzione investigativa antimafia (Dia) di Napoli. Il sospetto della Procura di Napoli è che all’interno di questa task force che – per sua natura – dovrebbe coordinare le attività di intelligence e repressione della mafia sul territorio, ci fossero (ci sono?) talpe e una centrale di spie corrotte al soldo della camorra.

Un fatto isolato, penserete voi.

La penso diversamente e ritengo che il nodo della formazione continua delle Forze di Polizia e dell’Ordine, così come della Guardia di finanza e delle polizie locali, e il loro continuo monitoraggio sia uno snodo vitale per la lotta alle mafie.

PAROLA DI MAGISTRATI: CORRUZIONE NELLA POLIZIA

Se la pensassi così solo io (ma non mi sembra di aver letto molto in giro tra i miei esimi colleghi giornalisti, che so, qualche dubbio, sospetto o semplice quesito, ma evidentemente sono tutti impegnati a magnificare i discorsi antimafia di questo o quel politico parolaio al Governo o all’opposizione) sareste autorizzati a darmi del pazzo. O se preferite del visionario, dello sfascia-Istituzioni, del comunista, del Masaniello o del qualunquista. Il vocabolario contempla anche i termini brigatista, reazionario, fascio, deficiente. Insomma: fate voi. Ho le spalle grosse.

A dire che – ahimè – qualche (ma quante?) guardia si traveste da ladro e getta nel fango divise e nella melma la società e il nostro futuro, sono innanzitutto i magistrati più esposti proprio sul fronte della lotta alla mafia. Ne scrivono in punta di penna, con discrezione, quasi chiedendo scusa. Delicatezza, tono e stile giustificati dall’alta tensione generata da questo tema.

Senza ulteriori commenti vi lascio due note di due magistrati che stimo profondamente: Raffaele Cafiero de Raho, magistrato di punta della Direzione distrettuale antimafia di Napoli e Ferdinando Pomarici, ex magistrato di punta della Direzione distrettuale antimafia di Milano.

Sono atti ufficiali: a prova di qualunque smentita, perché smentite non possono arrivare.

Ebbene, nella nota spedita ai giornalisti a seguito della recentissima operazione che il 10 maggio ha fatto conoscere all’Italia l’asse Camorra-Cosa Nostra per estromettere la ‘ndrangheta dal business miliardario del trasporto e del commercio dei prodotti ortofrutticoli (si veda in archivio il mio post dell’11 maggio), Cafiero de Raho testualmente scrive a pagina 3: “…oltre alla consumazione di numerose estorsioni ai danni di operatori commerciali, l’uso di ambasciatori utilizzati per la reciproca trasmissione di ordini e rendicontazioni, il ricorso alla violenza per la risoluzione di conflitti con altri gruppi criminosi, la detenzione di arsenali di armi pronte all’uso, di sofisticati nascondigli – il tutto reso ancor più allarmante dall’esistenza di relazioni inquinate e continuative con appartenenti alle Forze dell’Ordine – le indagini hanno posto in luce come posizione centrale nel sodalizio casalese abbia ancora la famiglia Schiavone (e quella alleata dei Del Vecchio) nonostante i suoi più importanti esponenti siano reclusi”.

Mi limito a evidenziare in grassetto e sottolineare la frase che ho trovato – e tutti dovrebbero trovare –  inquietante, disarmante, umiliante. Disperante.

Napoli, i Casalesi e quelle divise lordate, sono più vicine a Milano e alla ‘ndrangheta che inquina le divise molto più di quanto si possa credere.

Leggete qui: pagina 6 della relazione consegnata l’11 dicembre 2009 dalla Procura di Milano alla Commissione parlamentare antimafia. Chi scrive è Ferdinando (detto Enrico) Pomarici: “…come detto, invece, sempre più presente ed operativa appare l'attività illecita posta in essere da associazioni criminali che si rifanno alla '"ndrangheta" calabrese : infatti risulta accertato che i gruppi qui operanti e che costituiscono articolazione autonoma delle cosche calabresi hanno svolto per anni un'intensa, complessa, attività illecita (soprattutto importazione e commercio di ingenti quantitativi di diversi tipi di stupefacente) con contemporaneo riciclaggio degli altrettanto ingenti proventi illeciti conseguiti, al riparo da reazioni ambientali e controlli delle forze dell'ordine, o da azioni di disturbo dei gruppi criminali concorrenti, infiltrandosi e mimetizzandosi nell'ambiente socio economico della zona di insediamento attraverso condotte ed investimenti apparentemente leciti, con l'utilizzo di attività imprenditoriali e proprietà immobiliari, nonché avvalendosi della rete protettiva rappresentata dai numerosi canali informativi e da supporti operativi acquisiti anche all'interno delle forze di polizia”.

C’è altro da aggiungere?

r.galullo@ilsole24ore.com

P.S. Goccia cinese (di legalità): dal 20 maggio in edicola con il Sole-24 Ore esce il mio libro “Economia criminale – Storie di capitali sporchi e società inquinate” (12,90 euro). In questo libro troverete anche approfondimenti su questo tema, vero e proprio snodo nella lotta alla corruzione e per i destini della democrazia italiana.

  • paolo piazzini |

    Io personalmente aggiungerei che più inquietante, disarmante, umiliante e disperante di Forze di Polizia al soldo della mafia (in generale) ci sono Forze di Polizia che la mafia la sfruttano, la indirizzano e la comandano. Gli esempi li conosciamo tutti. Da Arcangioli al “signor Franco”.

  • paolo piazzini |

    Io personalmente aggiungerei che più inquietante, disarmante, umiliante e disperante di Forze di Polizia al soldo della mafia (in generale) ci sono Forze di Polizia che la mafia la sfruttano, la indirizzano e la comandano. Gli esempi li conosciamo tutti. Da Arcangioli al “signor Franco”.

  • lorenzo pellegrini |

    No Roberto, non è necessario aggiungere altro.
    Altri giornalisti, oggi impegnati in altre faccende, ne parleranno quando e se diventerà di moda parlarne, vedrai.
    Ti leggo sempre volentieri.
    a presto.
    Sul tuo libro spero di trovare anche informazioni sul reciclaggio.
    lorenzo pellegrini

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