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ESCLUSIVO/Voto di scambio: in due anni 38 indagini aperte, Casal di Principe è solo la punta dell’iceberg

Caltanissetta, Catania, Catanzaro, Napoli e Palermo. In totale sono cinque le Procure distrettuali antimafia che tra il 1° luglio 2008 e il 30 giugno 2009 hanno aperto fascicoli per ipotesi di voto di scambio elettorale, meglio conosciuto nel codice penale come 416-ter.

Le indagini complessivamente aperte sono state 17, perché ciascuna Procura ha dato il via a più fascicoli, finora sempre contro ignoti. Nello stesso periodo dell’anno precedente (1° luglio 2007-30 giugno 2008) le Procure antimafia che indagavano erano le stesse, con l’aggiunta di quelle di Bari e Lecce ma le indagini complessivamente aperte erano molto più numerose: 21.

Altro che Casal di Principe e l’ipotesi di voto di scambio che in questi giorni hanno portato il regno di Sandokan e dei Casalesi sulle prime pagine dei giornali di mezzo mondo! Casal di Principe è solo la punta di un iceberg (si vedano anche le valutazioni sulle votazioni amministrative nel Comune di Gizzeria, Catanzaro, descritte nel post del 21 aprile).

Naturalmente quelli sopra indicati sono i procedimenti penali in relazione ai quali si registra una mera pendenza delle indagini e che non sono sfociati in provvedimenti definitori della fase, siano essi di archiviazione o di richiesta di rinvio a giudizio.

La Direzione nazionale antimafia come ogni anno, a fine 2009, ha accompagnato i numeri nudi e crudi con alcune note che, ancora una volta, sono state scritte dal sostituto procuratore aggiunto Alberto Cisterna. “Com’è dato a tutta prima rilevare – scrive il magistrato – pur a fronte di un’obiettiva difficoltà di conseguire risultati probatoriamente apprezzabili in relazione al dettato normativo dell’articolo 416-ter c.p. – che inopinatamente esige la corresponsione sinallagmatica di una erogazione di denaro per la promessa di voti elettorali proveniente da un’associazione mafiosa – deve comunque constatarsi come vi siano un certo numero di procedimenti che puntano a contrastare uno dei settori di maggiore pericolosità dell’infiltrazione mafiosa. Completezza espositiva esige che si valutino le interazioni e le possibili sinergie operative tra i provvedimenti amministrativi emessi ai sensi del previgente disposto degli articoli 143 e 146 del decreto legislativo 18 agosto 2000 n.267 e le indagini per infiltrazioni mafiose nell’ambito delle amministrazioni comunali, provinciali, delle aziende sanitarie locali e via seguitando”.

E già, perché 2+2 fa quasi sempre quattro quando si parla di voto di scambio e scioglimento anticipato per infiltrazioni mafiose. Difficile, ahinoi, dimostrarlo.

Dal 1°luglio 2008 al 30 giugno 2009, per l’emergere di «elementi su collegamenti diretti o indiretti degli amministratori con la criminalità organizzata o su forme di condizionamento degli amministratori stessi, che compromettono la libera determinazione degli organi elettivi e il buon andamento delle amministrazioni comunali e provinciali, nonché il regolare funzionamento dei servizi alle stesse affidati ovvero che risultano tali da arrecare grave e perdurante pregiudizio per lo stato della sicurezza pubblica», sono state sciolte 9 amministrazioni comunali, tutte al Sud tra Campania, Calabria e Sicilia.

Vai poi a dimostrate che quelle amministrazioni dipendono davvero in tutto e per tutto dallo strapotere delle cosche e dei clan! Leggete infatti cosa scrive Cisterna: “In linea di continuità con quanto rilevato per il precedente anno si può constatare che non sempre i provvedimenti di scioglimento adottati con decreto del Presidente della Repubblica hanno dato luogo a fruttuose attività di investigazione da parte degli Uffici di Procura competenti che, evidentemente sulla scorta di svariate considerazioni, hanno stimato non particolarmente significate le circostanze rilevate dall’amministrazione di controllo. Mentre, almeno nel caso dello scioglimento del Comune di San Ferdinando, Siculiana, Amantea tale convergenza operativa si è registrata con l’evidenziazione di fatti che hanno costituito oggetto di incolpazioni in sede penale. Naturalmente scrutinando i fascicoli di investigazione acquisiti attraverso i magistrati addetti al collegamento investigativo è emerso che a) in talune ipotesi gli elementi constatati non sono stati considerati in grado di offrire un quadro probatorio meritevole di sviluppo ai sensi dell’articolo 416 bis c.p.; b) in altri casi è stata la stessa Autorità giudiziaria a determinare con le proprie indagini una sufficiente ed adeguata comprensione delle dinamiche criminali e mafiose che concernevano le amministrazioni comunali cui è seguita l’adozione dei provvedimenti sanzionatori”.

LE SCHEDE BRUCIATE A REGGIO CALABRIA

Ormai le elezioni (tutte e soprattutto, ma non solo, al Sud) sono diventate carne da macello e le mafie hanno un controllo sempre più ampio: la compravendita e lo strame della democrazia e del diritto al voto sono all’ordine del giorno. Non ci credete? Bene leggete questa imbarazzante e sintetica carrellata che ho confezionato proprio per aprire gli occhi a chi crede che ancora che una pupa e un secchione valgano più della lettura di un buon giornale e della corretta informazione.

Se non leggete, come faccio per piacere, diletto e lavoro la Gazzetta del Sud (giornale interregionale a cavallo tra Sicilia, Calabria e un pizzico di Basilicata) o La Stampa (altro giornale regionale con un tot di lettori in Valle d’Aosta e Liguria) non saprete mai che nel corso del processo “Cent’anni di storia” in corso a Reggio Calabria, il 5 aprile 2010 un faccendiere vicino alla cosca Piromalli della Piana di Gioia Tauro ha raccontato una vicenda inquietante.

La Gazzetta ne ha dato conto il 6 aprile, la Stampa ha ripreso la notizia il 10.

In poche parole, Aldo Miccichè, 74enne di Maropati, da tempo emigrato oltreoceano, racconterebbe che in occasione delle politiche del 2008, in Venezuela, Paese pieno zeppo di italiani con diritto di voto, ha organizzato un bel falò di decine di migliaia di schede regolarmente votate, almeno 20mila, sostituite con quelle contraffatte ad arte. Insomma, non siamo al caso del senatore del Pdl Nicola Di Girolamo, incarcerato dopo il via libera del Parlamento su richiesta della Dda di Roma e per la cui elezione secondo l’accusa sarebbe stato determinante il voto della ‘ndrangheta, ma poco ci manca.

Ho bruciato tutto con la benzina – rivela al telefono Miccichè senza sapere di essere intercettato – e a meno che non mi abbiamo filmato non possono dimostrare che ho commesso un reato. Se non partiamo da qui con almeno 20mila voti siamo fregati..”. A quanto sembrerebbe a essere distrutte furono le schede che avrebbero avvantaggiato una candidata considerata “comunista” e molto vicina al presidente venezuelano Hugo Rafael Chavez.

POSTI IN CAMBIO DI VOTI IN SARDEGNA E PRIVILEGI A TUTTO SPIANO IN LIGURIA, PUGLIA E SICILIA

 

A meno che non leggiate l’Unione Sarda che il 6 aprile a pagina 38 ha dedicato al caso l’apertura della cronaca di Olbia, non saprete mai che la Guardia di Finanza, come spesso accade avvisata da una serie di missive e mail anonime, sta conducendo un’indagine su posti di lavoro nelle strutture sanitarie provinciali in cambio di voti. Secondo il “corvo” che per i finanzieri deve saperla lunghissima, un’Asl in particolare sarebbe una specie di “famiglia allargata” per politici e portaborse.

Del resto scambiarsi favori conviene: alla gente disonesta, ai mafiosi e ai politici, che si garantiscono privilegi e prebende a vita alla faccia degli onesti e di chi non sa come tirare a campare. Qualunquismo? No siori e siore: realtà e anche se mi affibiate la patente di qualunquista me ne frego tre quarti (e anche più).

Dopo le elezioni, il Secolo XIX, storico giornale ligure fucina di fuoriclasse del giornalismo, ha spiattellato una bellissima inchiesta sulla Regione. Il titolo del 12 aprile a pagina 9 dice tutto: “Carrozzone bipartisan per gli ex consiglieri – Uffici, rimborsi spese e auto blu”. Per fortuna che tal Giacomo Mino Ronzitti, ex presidente del consiglio regionale, assicura i lettori che il tutto costerà “solo” 100mila euro. Solo 100mila euro all’anno capite? Il privilegio non è in quanto tale, ma a seconda della cifra che lo avvolge e lo porta a spudorata verginità sociale. Se la cifra è miserevole (solo 100mila euro, più meno lo stipendio annuo di tre dipendenti di concetto di una qualunque azienda media in Italia) non conviene neppure parlare di privilegi.

Dalla Liguria alla Puglia il passo è breve. Qui, dopo che i politici si sono scannati in campagna elettorale sulla riduzione o meno dei consiglieri e degli assessori, la Gazzetta del Mezzogiorno il 1° aprile (e non è uno scherzo) informa gli affezionati lettori che superpensioni e privilegi spetteranno anche ai 35 non eletti. Per loro subito una “liquidazione” da 129 mila euro. Con 5 anni di lavoro (lavoro!) a 60 anni si matura il diritto a una pensione del 40% dell’indennità mensile. Al momento la Regione Puglia eroga 152 assegni vitalizi: 102 pensioni dirette e 50 di reversibilità. Il salasso è di 4 milioni all’anno. Che volete che siano! Pinzillacchere direbbe Totò.

Ma l’onnivora fame dei politici e della casta così ben descritta dai colleghi del Corriere della Sera Sergio Rizzo e Gianantonio Stella non conosce limiti e confini. La Sicilia, il 21 aprile, a pagina 28, ci racconta un siparietto che, se non fosse reale, sarebbe (ma forse è) tragicomico. In consiglio comunale, a Catania, si litiga anche per l’assegnazione delle stanze. Scene già viste, anche perché solitamente rincor
rono il dipanarsi dei gruppi consiliari, che nascono come funghi anche con un solo eletto. Il Gruppo Misto (fragola e gianduia?) ne chiede una in più ma nessuno è d’accordo e dunque spetterà al presidente del consiglio, tal Marco Consoli, convocare i capigruppo e trovare una soluzione che qualcuno individua nell’”invasione” dei locali del 2° piano attualmente occupati dal Gabinetto del sindaco.

C’è Gabinetto e gabinetto e resta da vedere come si accorderanno il Pdl (che avrebbe i locali migliori, forse vista mare) e l’Mpa, che ancora politicamente vagisce e non si capisce in che lingua ma che conta il maggior numero di consiglieri. Magari la soluzione sarà sbattere fuori dalle stanze il Pd (sembra che ancora esista a Catania) che ha ben 4 locali. Ohibò: ma per fare una riunione aperta ai votanti di quel partito forse basterebbe un monolocale al quartiere Librino!

IL BOSS SETOLA E LE SCUOLE DI BITONTO

 

Non è giusto meravigliarsi e scandalizzarsi. Come è possibile pretendere che chi governa, chi legifera sia meglio di chi lo elegge? Impossibile e anche illogico pretendere il contrario.

Lo specchio di un Paese in cui all’amico giornalista Roberto Morrione per ben due volte gli hackers hanno oscurato l’editoriale (vi invito a leggerlo) su www.liberainformazione.org e www.articolo21.org, nel quale prende sacrosantemente la difesa dialettica di Roberto Saviano e distrugge la fantasmagorica teoria di Sua Onnipotenza sul danno di immagine che deriva dai libri che parlano di mafia (*), è tutto condensato in poche facce: quella di Giuseppe Setola e quelle dei ragazzi che frequentano le scuole superiori di Bitonto (Bari).

I fortunati lettori campani del Mattino, il 14 aprile, hanno infatti appreso che il presunto stragista dei Casalesi, il presunto autore della strage dei neri a Castelvolturno, uno dei più pericolosi (ex) latitanti, accusato di 18 omicidi, già condannato all’ergastolo come ci ricorda il bravo collega Leandro Del Gaudio, si appella alla Corte europea dei diritti dell’uomo perché – spiega il suo avvocato, penalista Salvatore Maria Lepre – il processo che lo ha visto condannato a seguito di un delitto consumato nel 1995, nei suoi confronti non sarebbe stato giusto ed equo. Setola vuole riaprire il caso per i diritti violati e il verdetto aberrante. Non sono il giudice e non emetto sentenze, ma il giorno dopo, il 15 aprile, i parenti delle vittime rivolgendosi a Setola, riassumono così il loro pensiero nel titolo del Mattino: “Tutela Ue? Si vergogni – la figlia dell’imprenditore Noviello: ha seminato tanto odio e dolore, incredibile che si ritenga danneggiato”.

In attesa degli sviluppi – sapete com è, gli ammazzasentenze con la clava del cavillo giuridico sono nelle più nobili aule giudiziarie romane e in giro per i Tribunali italiani, figuriamoci se non possono albergare anche a Strasburgo con motivazioni ineccepibili e di fronte alle quali non resta comunque che inchinarsi – consoliamoci con i giovani.

Loro si che conoscono la legge e ne celebrano ogni giorno la supremazia! A Bitonto, in provincia di Bari, sono state raccolte e analizzate le risposte di un questionario sul valore della legalità distribuito tra 347 studenti delle 7 scuole superiori della città. Giovani tra i 17 e i 18 anni, insomma: il futuro glorioso di questo fottuto Paese.

Entusiasmanti i risultati come si evince dalla lettura dell’articolo pubblicato il 7 aprile dalla Gazzetta del Mezzogiorno a pagina 10. Uno studente su tre consiglierebbe a chi subisce episodi di bullismo di ribellarsi picchiando; la maggior parte ritiene lecito (ma solo in “alcune circostanze”, quali? Boh!) non pagare il biglietto dell’autobus e ben 6 su 10 ritengono ammissibile ubriacarsi e infastidire con continue avances le proprie compagne.

Ma di che ci lamentiamo! Come recitava in una fortunata pubblicità l’intellettuale Tonino Guerra, “l’ottimismo è il profumo della vita!”. Ottimisti italioti, male che vada c’è sempre Strasburgo alla quale appellarsi se condannano uno dei nostri ragazzi per aver insidiato una compagna di classe!

r.galullo@ilsole24ore.com

(*) chissà cosa ne penserà sua Onnipotenza e con Lui gli Ampollieri della Tavola secessionista e i quattro gatti della Bella addormentata a Sinistra, del libro che sto per dare alle stampe per le edizioni Sole-24 Ore, in vendita in edicola con il quotidiano: “Economia criminale – Storie di capitali sporchi e società inquinate”… Vi terrò aggiornati sulla data esatta di uscita in edicola (dovrebbe essere il 20 maggio). Per ora vi dico che lo presenterò in anteprima il 16 maggio a Torino al Salone del libro e il 20 maggio a Palermo nel corso di un incontro sulla legalità all’Università ma mi raccomando: non ditelo a Lorsignori e non dite Loro neppure che, se Dio mi darà la salute, sarà solo il primo di una serie di libri sull’economia delle mafie italiane in giro per il Belpaese e per il mondo.