Indica un intervallo di date:
  • Dal Al

Saviano, l’Onu e il funerale della Calabria: Confindustria si schiera contro ‘ndrangheta e usura bancaria

Molti lettori mi hanno chiesto in queste settimane di ragionare sulle ormai prossime competizioni elettorali in Calabria (voto regionale e amministrativo locale).

Mi spiace, l’ho già fatto. Da ultimo ho scritto (si veda il mio post del  7 febbraio 2010 ma si veda anche quello del 16 gennaio 2010) che, comunque vada, sarà un successo: per la ‘ndrangheta e la massoneria deviata. Insieme, appassionatamente, per continuare a fare affari con la politica disgustosa e sporcare ancora di sangue questa splendida e maledetta terra.

Le liste per le elezioni calabresi, sono infarcite di collusi, pregiudicati, indagati, servi di condannati e ‘ndranghetisti, amanti, figli, figliocci, nipoti e gente che – come direbbe mia suocera – non toccherei neppure con una canna da pesca.

Ho già scritto che – con queste premesse – il prossimo consiglio regionale potrebbe battere il record mondiale di indagati. Attualmente sono (è una stima) 35. L’en plein nel prossimo consiglio non è certo ma è verosimile. Auguri vivissimi.

Ragion per cui ho sintetizzato nel titolo (che ripropongo parzialmente in questo post): buon funerale Calabria. Non c’è null’altro da aggiungere.

 

L’ONU? MEGLIO I COMMISSARI

 

La stampa nazionale si è in seguito sbizzarrita nell’infierire contro le liste fatte in Calabria (ma un po’ ovunque al Sud e non solo) e Roberto Saviano, traendo anche spunto dalle vicende calabresi, su Repubblica del 20 marzo si è spinto a chiedere, provocatoriamente ma non troppo, osservatori dell’Onu sul voto italiano.

Reputo l’idea una provocazione intellettuale: non si può chiedere di umiliare la sovranità di uno Stato che si esprime, all’apice, nel momento del voto. Se la democrazia – in certe parti d’Italia – non ha modo di dispiegarsi e dunque il voto è falsato e comprato, la colpa è innanzitutto degli italiani. E più specificamente di quella parte di meridionali che – nelle proprie regioni – in cambio di una bolletta pagata baratta il voto. Lo vuole? Bene: continui così e si cancellerà da sola da quel solco di civiltà, legalità e democrazia che pure – in tempi lontani – ha contribuito, e non poco, a scavare nel mondo. L’Onu, la Santa Sede e neppure gli alieni riuscirebbero del resto a far nulla. Come nulla possono gli osservatori internazionali che sovraintendono alle elezioni di Paesi africani e sudamericani. In questo modo il mondo occidentale civilizzato (?!) si pulisce la coscienza e prosegue con l’ipocrisia.

Su questo blog avevo avanzato – con il post che ho pubblicato il 9 ottobre 2009 – un’altra idea provocatoria e disperata che, però, presupporrebbe una modifica legislativa e una legge ad hoc. L’idea che lanciavo, per la Calabria (ma il ragionamento può estendersi ad altre parti d’Italia, sempre a partire dal Sud) è quella di una squadra commissariale (possibilmente prefettizia) che per anni (ripetasi: anni) governi la Regione. Tanto in Calabria i commissari si sprecano e perfino Antonello Venditti, che aveva provocato un putiferio con le sue uscite su questa terra, scrivevo ironizzando, poteva andar bene come supercommissario in Calabria.

C’è però bisogno di una modifica legislativa per commissariare la Regione. Al momento i commissari sono infatti previsti solo per gli enti locali e le Asl sciolte per mafia.

Ma c’è bisogno di una legge ad hoc (cosa costerà mai per chi in politica, a destra, al centro e a sinistra fa delle leggi ad personam uno stile di vita!), per dare la possibilità alla squadra commissariale di estromettere tutta la vecchia burocrazia dalla gestione ordinaria e straordinaria della vita amministrativa. Accompagnando i dirigenti alla porta – con il consenso dunque dello Stato – con graduali buonuscite e scivoli pensionistici. Sarà un prezzo salatissimo per lo Stato e, dunque, per tutti noi, ma mai paragonabile al costo che gran parte di costoro continueranno a rappresentare restando impunemente al proprio posto. Chi ha il coraggio di presentare una proposta di legge cosi? C’è il rischio di cancellare anche carriere promettenti e di gente onesta? Ammesso e non concesso che ciò sia vero (basti andare a vedere le reazioni negli anni della Corte dei conti calabrese), il popolo italiano se ne farà una ragione.

Per spazzare via questa classe dirigente (si fa per dire) c’è bisogno che la squadra commissariale rimanga in quel posto per anni, attingendo gradualmente a nuove forze e ricorrendo al distacco di dirigenti già sperimentati in altre regioni o in pubbliche amministrazioni (una sorta di tutoraggio costruttivo) ai quali venga dato innanzitutto il controllo di alcuni capitoli di spesa che rappresentano altrettanti canali di affarismo politico-massonico deviato-ndranghetistico:  la sanità, l’agricoltura e i fondi statali ed europei. Resta da capire se, in tutto questo, gli organi elettivi ed esecutivi (Consiglio e Giunta) possano essere eletti e composti per svolgere il proprio potere (cioè dare l’indirizzo e il controllo politico) o seppure non sia meglio sospendere le votazioni e accollare in capo allo Stato questo potere. Riflessioni pesanti, anche dialetticamente turbanti se volete, ma in tempo di guerra (e le mafie hanno da tempo dichiarato guerra allo Stato di diritto e alla democrazia) non si può andare tanto per il sottile. Se non ve ne foste accorti la situazione è disperata: la Calabria si sta avviando verso il suo funerale.

RISARCITO IL DANNO ALL’IMMAGINE

 

Mentre tutto questo rimarrà – ovviamente – un puro esercizio dialettico e accademico (l’Onu non arriverà mai e la politica nazionale pur di non sputtanare i sui loschi affari in Calabria e altrove sarebbe capace di sparare a vista anche agli osservatori internazionali e persino alle colombe della pace) e la Calabria è moribonda c’è chi alza, giorno dopo giorno e con difficoltà indicibili, la testa.

Tra chi lo fa (e sono molti) c'è Confindustria Calabria e un imprenditore che, in questo blog, ha già lasciato traccia, così come negli anni ha lasciato il segno nei miei servizi sul Sole-24 Ore e su Radio 24: Nino De Masi.

Il 2 marzo, con la sentenza di primo grado, il Tribunale di Castrovillari (Cosenza) ha riconosciuto, per la prima volta in Italia, il risarcimento di 20mila euro a Confindustria Calabria che si era costituita parte civile nel processo che ha condannato 38 persone accusate a vario titolo di associazione ‘ndranghetistica, usura, estorsione, incendio, spaccio di droga e partecipazione ad associazione armata volta al narcotraffico.

Una cifra simbolica che però può dare la forza, alle Confindustrie regionali del Sud, di continuare nel solco del coraggio e della determinazione contro qualunque mafia, avviato nel 2007 da Confindustria Sicilia che, il 25 febbraio 2009, si è anche costituita parte civile nel processo a Palermo ai 12 presunti affiliati a Cosa nostra denunciati da imprenditori dell’agglomerato industriale di Carini associati a Confindustria Palermo.

E il 28 gennaio di quest’anno Confindustria nazionale ha calato la carta più importante, deliberando l’obbligo di denuncia del pizzo, pena l’espulsione dall’associazione. Il presidente Emma Marcegaglia, in quell’occasione, dichiarò che “la delibera rafforza il nostro impegno in prima linea contro la criminalità organizzata”.

 

STORICA DECISIONE

 

Il 28 giugno 2008 il Giudice per l’udienza preliminare (Gup) di Catanzaro, Abigail Mellace, ammise la costituzione di parte civile della Confindustria regionale nel procedimento contro la cosca cosentina Forastefano scaturito dall’operazione “Omnia” che il 9 luglio 2007 portò all’arresto di 60 persone tra Calabria e Campania, di cui un troncone fu spostato proprio a Castrovillari.

Sulla scia di questa decisione originaria, il Tribunale di Castrovillari ha disposto nei confronti di Confindustria Calabria – che costituisce una rappresentanza di secondo livello, tutelando gli interessi non dei singoli imprenditori ma delle associazioni regionali – la liquidazione di 20mila euro e la refusione delle spese sostenute, riconoscendola parte offesa, unitamente alla Regione Calabria, Provincia di Cosenza e al Comune di Cassano sullo Jonio.

Le condanne del Tribunale di Castrovillari, in molti casi più dure di quelle richieste dalla pubblica accusa, hanno colpito soprattutto la cosca Forastefano di Cassano allo Jonio, tra le più violente in Calabria e con interessi anche al Nord.

Indipendentemente dalla presenza di imprenditori vessati, Confindustria Calabria aveva già deciso di costituirsi parte civile nel processo, stanca del fatto che la presenza della ‘ndrangheta su tutto il territorio regionale, compresa la provincia di Cosenza un tempo considerata un’isola felice, non solo inquina il mercato e distorce la concorrenza ma impedisce gli investimenti italiani e mortifica l’attrattività per i capitali esteri. In una frase: distrugge l’immagine della regione, alla cui difesa, come hanno riconosciuto i giudici, gli imprenditori hanno pieno titolo.

 

UNA DATA IMPORTANTE: 27 FEBBRAIO 2008

 

Confindustria Calabria raccoglie così i  primi frutti della decisione assunta il 27 febbraio 2008, allorché deliberò la costituzione di parte civile nei grandi processi di mafia e usura, “cioè in quei processi in cui – si legge nel comunicato stampa emesso quel giorno – c'è necessità di rappresentare le istanze di un'imprenditoria sana che vuole competere secondo le logiche di mercato correnti e non secondo le logiche che alterano la competitività”.

Per spiegare l’importanza storica della sentenza di Castrovillari, Umberto De Rose, presidente di Confindustria Calabria, nei servizi che pubblicai sul Sole-24 Ore alcuni giorni dopo quella sentenza, usò una metafora forte e chiara. “Se domani mattina mandano a processo un uomo di ‘ndrangheta che danneggia per sua stessa natura l’immagine sociale ed economica della regione – disse – Confindustria Calabria si  costituirà parte civile”.

Ed infatti Confindustria Calabria si è costituita parte civile nel processo per la morte del giovane commerciante di Siderno Gianluca Congiusta, ucciso dalla ‘ndrangheta il 25 maggio 2005, in corso in queste settimane a Locri.

Ebbene, anche in questo delicato processo, la Corte di assise di Locri, ha riconosciuto il diritto alla costituzione di part
e civile di Confindustria perché lo statuto confindustriale all’articolo 2 prevede, tra gli scopi perseguiti, quello di “concorrere a promuovere forme di collaborazione idonee al perseguimento di vaste finalità di progresso e sviluppo nei confronti delle diverse componenti dell’ambiente sociale ed economico, finalità che nell’atto di costituzione di parte civile si assumono lesi dai reati oggetto di giudizio, essendone derivata mancanza di investimenti da parte degli industriali sul territorio con consequenziale compromissione dello sviluppo turistico e delle attività produttive”.

Vale la pena di seguire il processo Congiusta, che vede Mario, il padre del commerciante assassinato, lottare come un leone per la memoria del figlio, ucciso perché non si piegava alla logica del pizzo e della mafia calabrese. Auguri Mario. Di cuore.

 

L’USURA BANCARIA

 

In occasione dei miei servizi sul Sole-24 Ore, domandai al presidente di Confindustria Calabria, De Rose: “In questo momento in Calabria si sta svolgendo un altro processo storico, in appello, che vede un vostro associato, Nino De Masi, lottare contro i tassi usurari praticati da alcune banche. Anche in questo caso vi costituirete parte civile?

Ecco quale fu la sua risposta: “Ci abbiamo provato ma la nostra richiesta è stata respinta. La motivazione è che la costituzione di parte civile deve essere fatta nel corso del primo grado e allora non ero ancora Presidente di Confindustria. Saremo comunque accanto a De Masi a favore del quale la sentenza di primo grado ha riconosciuto, paradossalmente, l’esistenza di una colpa oggettiva delle banche ma non soggettiva dei singoli”. De Rose, che conosco da anni, mi rappresentò poi tutta l’amarezza per non aver avuto l’opportunità di costituirsi parte civile e mi disse che, comunque, non solo la vicenda Di Antonino De Masi sarà seguita da Confindustria Calabria, ma che l’associazione si schiererà a fianco di qualunque imprenditore che in futuro denuncerà l’usura bancaria.

 

IL PROCESSO A REGGIO CALABRIA

 

Su questo processo d’appello si stanno addensando nuvole nerissime.

Si parte da un dato oggettivo: la sentenza del Tribunale di Palmi che l’8 novembre 2007 ha riconosciuto il reato di usura commesso da tre banche (Capitalia, Bnl e Banca Antonveneta) nei confronti dell’imprenditore reggino Antonino De Masi, senza però giungere alla determinazione dei colpevoli, l’individuazione dei quali è appunto delegata al processo di appello. Però…

Però accade che, come riporta CalabriaOra il 9 febbraio 2010 a pagina 8, il procuratore generale Francesco Neri, chieda “l’astensione dal processo in oggetto”, Perché? Innanzitutto perché Neri ha querelato il Corriere della Sera per una serie di articoli usciti il 7 e l’8 gennaio. “Poiché è notorio – scrive Neri – che la proprietà di maggioranza del citato quotidiano appartiene a Mediobanca di cui l’imputato Cesare Geronzi è rappresentante, a seguito della mia citazione è palese un conflitto d’interesse…”.

Ma come riporta il quotidiano calabrese, e non risulta smentita alcuna, il sostituto procuratore Neri avrebbe denunciato agli ispettori ministeriali lì spediti da Angelino Alfano, pressioni per impedire la prosecuzione dell’attività di procuratore generale nel processo che vede coinvolte le tre banche. Il procuratore generale, Salvatore Di Landro, non ha ancora preso alcuna decisione sulla richiesta di Neri ma dovrà necessariamente tener conto di un’ulteriore novità: il 17 marzo 2010 Cesare Geronzi (ex Capitalia) è entrato nel Consiglio di amministrazione di Rcs quotidiani.

 

PRESSIONI DI CHI?

 

Di più non è dato sapere ma tanto è bastato per (ri)mettere in allarme l’imprenditore di Rizziconi Nino De Masi (che dà lavoro giornalmente a oltre 250 dipendenti, finché ce la farà).  De Masi è presidente della Sezione meccanica di Confindustria Reggio Calabria e, all’interno delle associazione, si batte da anni per portare moralità e trasparenza ai livelli più alti, in sintonia con i vertici nazionali e spesso in posizione polemica con quelli provinciali. Alla riunione di Confindustria Reggio Calabria del 4 marzo  – la cui sede è stata pattugliata da volanti delle Forze dell’Ordine, ufficialmente chiamate a garantire la tutela di alcune persone – la maretta è stata tale che l’eco non si è ancora spenta oggi.

 

LE NUOVE DENENCE DI DE MASI

 

De Masi, oltre alle tante lettere e denunce pubbliche spedite negli anni, sentendo puzza di bruciato, il 9 febbraio stesso ha scritto al ministro della Giustizia Angelino Alfano denu
nciando la gravità dell’accaduto, la contestata nomina di un consulente ex dipendente di Bankitalia da parte della Corte d’appello di Reggio Calabria, la terra bruciata che gli viene fatta intorno e, infine, annuncia una cosa clamorosa: la presentazione, nel corso di questi ultimi tre anni, di nuove denunce presso alcune procure italiane, per la “reiterazione del reato di usura a carico delle stesse banche per i periodi successivi rispetto alla prima denuncia”.

Il 12 febbraio una nuova e riservata lettera viene spedita, tra gli altri destinatari, al presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, alla presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia e alla vicepresidente con delega al Mezzogiorno, Cristiana Coppola.

In precedenza, l’8 febbraio, De Masi ha scritto anche al capo della Procura, Giuseppe Pignatone chiedendogli ufficialmente di incontrarlo e intanto, nei giorni scorsi, ha già incontrato la Procura generale dove tornerà per far verbalizzare le sue denunce e invitare a tenere gli occhi aperti di chi dovrà istruire e condurre il processo d’appello contro le banche.

Allora, vale la pena o no di stare accanto a chi, in Calabria, alza la testa e rischia in proprio mentre la Regione e molte amministrazioni locali si avviano a celebrare il funerale? Almeno ciascuno di noi potrà dire di non aver speso lacrime di coccodrillo nel corteo funebre.

r.galullo@ilsole24ore.com

  • Antonio Montanari |

    Egregio collega,
    sono un collaboratore del settimanale diocesano “il Ponte” di Rimini.
    Stamani ho cominciato a leggere (a scopo di recensione) il tuo prezioso libro uscito in allegato al “Sole”, “Economia criminale”.
    Approfitto del tuo invito per inviarti alcune notizie su RIMINI: sono vecchie, risalgono agli anni Novanta del secolo scorso (ALL. B).
    Sono tolte da un mio volume sulla storia dello stesso settimanale, e si trovano in rete.
    Parto da una lettera mia apparsa su di un quotidiano locale (ALL. A) il 6 maggio scorso.
    ALLEGATO A
    http://xoomer.virgilio.it/antoniomontanari/diario/2010/b3/rimino1005a.html#mafia
    RIMINI E LA MAFIA
    Lettera aperta inviata ad Andrea Gnassi, segretario del Pd di Rimini, e pubblicata il 6 maggio 2010 sul “Corriere Romagna”.
    Egregio Andrea Gnassi, perdona la confidenza, che azzardo essendo un elettore del tuo partito. L’hai fatta grossa, parlando del rischio di “fattoidi” a proposito della mafia e della camorra in Riviera, e definendoli “fatti evocati e denunciati ma difficilmente rintracciabili” (Corriere, 4.5.2010).
Tu prendi in prestito la parola dal rimpianto Edmondo Berselli, uno scrittore che conosco bene. Nel suo libro “Sinistrati. Storia sentimentale di una catastrofe politica” (2008), Berselli a p. 75, trattando del “catalogo virtuale di Berlusconi” e delle sue invenzioni “funzionali al mantenimento del carisma”, scrive che l’amato premier “addita la sinistra come un altro fattoide, una cometa perversa, un’altra entità maligna”. Berselli commenta: “Converrebbe prenderlo sul serio. In fondo, meglio essere cattivi che cretini”.
Torniamo a Rimini. Non definirei fattoidi le denunce (1994) del senatore Carlo Smuraglia (Pds) della Commissione antimafia che spiegava: “In Romagna è ben presente la mafia che lavora in camicia e cravatta”, più difficile da combattere di quella che spara. Smuraglia fu estensore per la Commissione antimafia del dossier sugli insediamenti mafiosi in “aree non tradizionali”. Era, ripeto, il 1994. Cordialità.
    Antonio Montanari
    http://antoniomontanari.blog.kataweb.it/dossier-rimini-mafia/
    ALLEGATO
    Dossier Rimini-Mafia
    Antefatti della lettera ad Andrea Gnassi.
7 marzo 2010. Nei miei blog pubblico questo post “Rimini ricicla”. Eccone il testo.
«La crisi della squadra di calcio batte la presenza locale della mafia in Riviera
Prima pagina del “Corriere di Rimini”, unico giornale locale leggibile. Titolo su tutte le cinque colonne: “La fine del calcio. Acquistare il Rimini è impossibile”, sostiene un costruttore.
Sotto, molto in basso, tre colonne su cinque, e tra virgolette: “Mafia a Rimini grazie all’evasione”. Un occhiello sempre tra virgolette avverte: “Siamo diventati la capitale del riciclaggio”.
Alegher, dunque. Alle pagine 6 e 7, un sottotitolo aggiunge: “A Locri ci hanno detto: datevi da fare nella vostra città, sta diventando la capitale italiana del riciclaggio”. Parlano dei giovani volontari che cercano di illuminare da soli l’opinione pubblica.
Qualche ente locale tempo fa non distribuì nelle scuole materiale della Commissione antimafia. Così, per non far fare brutta figura alla città e non gettare discredito, oltre che procurare allarme.
Il 10 agosto 2008 avevo scritto una lettera allo stesso quotidiano che non fu pubblicata.
La presento integralmente, qui. Precisando che le notizie in essa contenute le ho quasi tutte ricavate da un mio libro, intitolato “1987-1996, Fatti personaggi e idee di Rimini e provincia dalle cronache de “Il Ponte””, consultabile su Internet.»
    Ecco la lettera cestinata dal “Corriere di Rimini” nell’agosto 2008.
«Presidente della Provincia e sindaco di Rimini si sono detti notevolmente preoccupati per notizie che “configurano un quadro di infiltrazione malavitosa in diversi settori del tessuto economico-imprenditoriale” locale. Ma il problema non è nuovo, come documentano alcuni dati “storici”.
Nel 1993 il presidente dell’Antimafia, Luciano Violante, dichiara: “La mafia in Riviera ha vestito i panni puliti della intermediazione finanziaria, ma è ben presente”. Gli usurai hanno “i colletti bianchi”: a gennaio sono stati eseguiti nove arresti, e quattro società dal credito ‘facile’ sono finite sotto inchiesta con l’accusa di truffa ed associazione a delinquere.
Nel 1994 il prof. Giancarlo Ferrucini, occupandosi del “balletto dei fallimenti”, ipotizza che vi sia interessata anche la mafia, con quelle infiltrazioni denunciate dalla Commissione parlamentare antimafia, che “potrebbero attecchire più facilmente nei settori dell’abbigliamento e della ristorazione, dove fra l’altro si verificano frequenti turn over nella titolarità delle aziende”.
Nello stesso anno il senatore Carlo Smuraglia, estensore per la Commissione antimafia del dossier sugli insediamenti mafiosi in “aree non tradizionali”, spiega che “in Romagna è ben presente la mafia che lavora in camicia e cravatta, quella che è più difficile” da combattere rispetto a quella che spara e prepara stragi.
Sempre nel 1994 la sezione riminese della “Rete” che fa capo a Leoluca Orlando, in occasione dell’assemblea nazionale tenutasi a Riccione, lancia pesanti accuse alle Giunte di sinistra che avrebbero sottovalutato il fenomeno mafioso in Romagna.
Dicembre 2005, infine. Il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso spiega: anche per Rimini vale il principio che il denaro si accumula al Sud e si investe al Nord”.»
    ANTONIO MONTANARI
    http://xoomer.virgilio.it/antoniomontanari/diario/2010/b3/rimino1005a.html#mafia

  • De Sade |

    Ha perfettamente ragione sig Domenico. Quello di cui abbiamo bisogno è proprio un miracolo ma senza corte. Vede, c’è un vaso che sta per esplodere e se tanto mi da tanto, sarà parente stretto del vaso di Pandora.
    Ad majora.

  • domenico benedetti |

    Il problema delle cause per l’usura bancaria è che spesso vengono messe in piedi a scopo dilatorio da aziende che sono in crisi per tutt’altri motivi e cercano qualche motivo per procrastinare il più possibile il pagamento di ciò che devono alle banche. Altre volte sono (mal)consigliate da professionisti super specializzati che girano il Paese proponendo questo tipo di cause come un vero e proprio prodotto.
    È ovvio che poi ne fa le spese chi ha dei seri motivi per agire in giudizio.
    P.S. Dott Galullo, quando tornerà con qualche notizia su San Marino? non vedo l’ora che torni all’opera la corte dei miracoli che anima il blog ad ogni Suo intervento.

  • Marco Galati |

    Caro dott. Galullo,
    io prima che venga uccisa la Calabria, provo a salvarla, usando l’arma del voto, come? Votando un giovane onesto e coraggioso, lontano anni luce dall’intreccio massomafiopolitico che opprime la Calabria, che risponde al nome di Emiliano Morrone.
    Indipendente dell’Idv di Cosenza, appoggia Pippo Callipo a governatore della Regione .
    incrociamo le dita!
    saluti
    Marco Galati

  • Daniela |

    Purtroppo il fenomeno usura bancaria è molto più esteso e profondo di quanto si possa immaginare. I calcoli infiniti per verificare l’usura potrebbero essere superflui, in quanto si può verificare già in contratto tutte le anomalie del caso. Ma ciò che rappresenta l’ostacolo più paradossale è il fatto che i giudici continuino a valutare le responsabilità degli illeciti in modo isolato, in pratica sono tutti sbagli compiuti dalle macchine. Visto il grande quantitativo di procedimenti che vede coinvolte le banche, mi sembra pazzesco parlare di sbagli. Addirittura in molti casi, ad esempio in basilicata, la Guardia di Finanza ha verificato la manomissione dei software utilizzati per il tasso soglia. Io parlerei di strage di aziende, già ultrapenalizzate da tasse e burocrazia, affossate dalla crisi e sepolte dalle banche. I risultati dei processi penali portano all’esasperazione il fatto che la legge non sia uguale per tutti, e certamente tutto ciò toglie anche quel briciolo di fiducia utile a far resistere la nostra già “massacrata” imprenditoria. Il caso De Masi lo conosco bene e conosco bene l’imprenditore che può essere sicuramente additato come eroe. Va precisato che nella sua situazione ci sono migliaia di imprenditori, alcuni soccombono esausti, altri arrivano a gesti estremi come in veneto…A volte è molto difficile rendersi conto del filo sottile che distingue la malavita dalla malabanca.

  Post Precedente
Post Successivo