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Franco Roberti (Dna) in memoria di Paolo Borsellino: «La sua nomina in Dna avrebbe costituito la pietra tombale sulla “trattativa” Stato-Mafia»

Come sa chi ben mi conosce (pochissimi perché sono un orso selvatico) amo così visceralmente il mio mestiere da restare sempre e comunque lontano dalle passerelle dove si accomodano i “giornalisti di Stato” e i “giornalisti amici” delle Istituzioni (recentemente abbiamo avuto un’altra splendida esibizione post processo “Mondo di mezzo”).  Io, al massimo, posso essere un “amico giornalista”. La differenza, capirete, è abissale. A mio e, amati lettori di questo umile e umido blog, a vostro vantaggio.

Questa mancata e volontaria frequentazione – che spesso e volentieri porta i giornali a diventare indegne casse di risonanza di interessi altrui e non quelli dell’opinione pubblica – mi rende non solo immune dalla contaminazione in base alla quale si scrive spesso solo ciò che si concorda o che non disturba il manovratore di turno (io non guardo in faccia a nessuno) ma mi consente di spendere molto proficuamente il mio tempo nel fare ciò che più amo, anziché scodinzolare: leggere, capire, riflettere e scrivere. Alleggerito dalle zavorre che appesantiscono invece i “giornalisti di Stato amici” sono libero così di rendere appieno onore al mio mestiere: essere indipendente e libero. Un doppio privilegio impagabile.

Così è accaduto in questi ultimi giorni in cui – mentre fiumi di lacrime di coccodrillo venivano ancora una volta versate qua e là per l’Italia in ricordo di Paolo Borsellino e, per chi se ne è ricordato, anche dei suoi fantastici agenti di scorta – ho letto e trasferito per voi, fino a ieri, in questo umile e umido blog la impietosa audizione che Borsellino dovette sostenere il 31 luglio 1988 davanti al Csm (per questo rimando ai link a fondo pagina). Così sì, mi è parso davvero di onorare meglio la figura del giudice ma, comunque, giudicate voi.

Oggi, visto che la memoria e il ricordo di quello e di altri Servitori dello Stato sono presenti in me ogni giorno della mia vita e non solo a gettone negli anniversari, continuo a scrivere e parlare di Borsellino. Lo farò anche nei prossimi giorni con analisi che, sono certo, non faranno piacere a più di un sepolcro imbiancato di Stato.

Oggi continuo dunque a tenere alta la continua lezione di etica, moralità, giustizia, legalità e senso dello Stato di Borsellino, attraverso il discorso pronunciato dall’attuale capo della Procura nazionale antimafia Franco Roberti il 19 luglio.

Un discorso di altissimo profilo (avrei ipersintetizzato l’ultima parte sul ruolo attuale della Dna ma questi sono gusti personali), che è rimasto purtroppo confuso tra le mille sarabande televisive e mediatiche che hanno affollato i palinsesti dell’informazione. Nella massa tutto si confonde, laddove è bene, invece, estrapolare e “dividere il grano dal loglio”, come diceva mio nonno paterno, un pugliese rigoroso e di principi, per il quale due parole erano troppe e una era poco.

Ebbene Roberti – il cui discorso potrete sotto leggere integralmente – sottolinea molte cose interessantissime che, sommariamente, provo a tradurre lasciandovi il gusto di leggere in profondità il testo.

1)   L’isolamento palermitano nel quale vissero Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, argomento spesso affrontato ma non bisogna mai e poi mai perdere occasione per ribadirlo

2)   La sovraesposizione dei due giudici legata (anche) alla pavidità dietro la quale si nascondevano molti loro colleghi

3)   La difesa sempre fatta dai due giudici del proprio metodo di lavoro condiviso con il pool antimafia

4)   Il sacrificio “preventivo” di altri valorosi colleghi, uccisi per mano di Cosa nostra che temeva il loro passo avanti rispetto all’immobilismo di massa

5)   La nuova e pesante sovraesposizione e conseguenziale isolamento dei due giudici quando si dovette affrontare il nodo della nomina a procuratore nazionale antimafia, che per Roberti (e io lo condivido) accelerò il processo della loro morte.

E qui mi fermo un attimo – isolandolo dalla conta ma legandolo a doppio filo a questa ultima riflessione del capo della Dna – estrapolando un concetto che vi chiedo di leggere con attenzione.

Roberti infatti scrive testualmente – e non è la prima volta che lo dice – che  «…lo stesso discorso vale, a mio avviso, per Paolo Borsellino, la cui nomina avrebbe, altresì, costituito la pietra tombale sulla “trattativa” Stato-Mafia, che in quei primi giorni di giugno era stata sciaguratamente avviata».

Leggetelo e rileggetelo questo passaggio, amici lettori di questo umile e umido blog: Roberti scrive che la nomina di Borsellino avrebbe costituito la tomba per una disgustosa, imperdonabile e mortale (per la democrazia) trattativa tra i miserabili esseri di Cosa nostra e quei miserabili uomini di Stato che una trattativa intavolarono. Una trattativa che, scrive ancora Roberti, era stata sciaguratamente avviata.

Questo passaggio di Roberti è da incorniciare perché testimonia che l’Uomo e il Servitore dello Stato, fusi qui nello stesso profilo  – aldilà, oltre lo sbocco giudiziario a Palermo – proclama il suo pensiero.

«Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero.
Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell’istinto del mio mestiere
»: ecco quanto scriveva Pier Paolo Pasolini il 14 novembre 1974 sul Corriere della Sera a proposito delle stragi e dei tentativi che insanguinavano e avvelenavano l’Italia in quel periodo storico.

Ebbene – non lo dice Roberti, lo dico io – «io so. Ma non ho le prove», che c’è stata una trattativa tra Stato e Mafia. Come me lo sanno in milioni di italiani, lo urlano a Palermo giudici e pm che – anche per propri enormi errori – sono stati isolati e spesso delegittimati. Le prove processuali si costruiscono in fase dibattimentale  ma il clima è talmente avvelenato che i frutti, vedrete, saranno amari.

E, per quel che mi riguarda, l’opinione sul punto non cambierà mai, a prescindere dagli esiti processuali: non so chi la condusse per lo Stato, ma sono certo che trattativa ci fu, così come ci fu in precedenti occasioni (vogliamo parlare, ad esempio, della stagione dei sequestri negli anni 70 in Calabria?) e continua ad esserci oggi (vogliamo affrontare il capitolo Matteo Messina Denaro, per il quale, come nella tela di Penelope, c’è chi si danna l’anima per catturarlo e chi si vende l’anima, di Stato, per tutelarlo?).

Prima di lasciarvi alla lettura, un’ultima domanda che rivolgo a me stesso e, retoricamente (sapendo già di non aver risposta) a Roberti: ma come ha fatto, in questi anni, Roberti a conciliare le anime di chi, in Dna, considerava una farsa il processo in corso a Palermo, con quei (pochi in vero) che quantomeno provavano rispetto per il lavoro del pool palermitano?

A domani e buona lettura

5 – to be continued (per le precedenti puntate si leggano

http://robertogalullo.blog.ilsole24ore.com/2017/07/24/la-regionalizzazione-del-pool-antimafia-per-paolo-borsellino-e-gli-attacchi-del-csm-la-pagina-mancante-dellaudizione-di-cui-nessuno-si-e-accorto/

http://robertogalullo.blog.ilsole24ore.com/2017/07/21/lotta-a-cosa-nostra-il-pool-antimafia-nel-1985-lavoro-in-media-20-ore-al-giorno-per-11-mesi/

http://robertogalullo.blog.ilsole24ore.com/2017/07/19/strage-di-via-dameliopaolo-borsellino-senza-pool-antimafia-danni-irreversibili-per-la-societa-parole-profetiche/

http://robertogalullo.blog.ilsole24ore.com/2017/07/20/il-senso-di-paolo-borsellino-per-lo-stato-lopinione-pubblica-deve-essere-informata-non-e-una-guerra-tra-poliziotti-e-mafiosi/ )

 

IL TESTO DEL DISCORSO DI FRANCO ROBERTI

Signor Presidente della Repubblica, Signor Presidente del Senato, Signori Consiglieri, Autorità, Signora Lucia Borsellino, Colleghe e Colleghi,

il 25° anniversario della strage di Via D’Amelio, come già lo fu quello della strage di Capaci, è una occasione per fare memoria. Fare memoria, sfuggendo alla retorica, non serve soltanto a onorare il ricordo dei nostri martiri, ma anche ad evitare gli errori del passato. Per questo, non si tratta soltanto di ricordare, ma di lottare per non dimenticare. Per ripescare dall’oblio quei ricordi molesti, di cui avvertiamo il peso perché interpellano la nostra coscienza e condannano i nostri silenzi prudenti quando serviva il coraggio di parlare, i nostri pregiudizi acritici quando serviva l’audacia intellettuale per comprendere.

Non possiamo non ricordare la condizione di isolamento in cui vissero Falcone e Borsellino, che iniziò per quest’ultimo – come lui stesso ricordò dopo la morte di Falcone – con l’articolo di Sciascia sui professionisti dell’antimafia, pubblicato sul Corriere della sera il 10 gennaio 1987 dopo la nomina di Borsellino a Procuratore di Marsala. In quel momento iniziò anche l’isolamento di Falcone, che si materializzò l’anno dopo con la mancata nomina a Consigliere istruttore di Palermo.

Il loro isolamento era la reazione di una parte rilevante della società civile, e della stessa magistratura, di fronte a due Giudici che – grazie all’intuizione di Rocco Chinnici (pagata con la vita) e poi affiancati da Caponnetto, Guarnotta e Di Lello – avevano trasformato l’Ufficio Istruzione di Palermo in un avamposto di impegno civile e di giustizia uguale per tutti. Giudici la cui straordinaria professionalità e abnegazione facevano però anche risaltare le mediocrità e le timidezze altrui. Ricordo ancora un pensiero che spesso udii da Falcone: siamo sovraesposti perché troppi di noi si nascondono!  Il 31 luglio 1988 Paolo Borsellino fu convocato dal Csm, pochi giorni dopo alcune interviste che aveva rilasciato e nelle quali aveva denunciato la smobilitazione del pool antimafia di Palermo e la perdita della sua funzione di centralità nelle indagini su Cosa nostra.

Quell’audizione fu molto tesa e durò oltre quattro ore, durante le quali Borsellino descrisse con straordinaria lucidità l’inadeguatezza dei mezzi a disposizione dei magistrati di Palermo per il contrasto a Cosa nostra e ai suoi complici esterni. Dopo di lui, nella stessa giornata, sarebbe toccato a Giovanni Falcone sedere di fronte al Csm.

Con passione e chiarezza Borsellino e Falcone esposero le loro idee su temi come l’assegnazione delle indagini e l’affidamento di procedimenti sulla criminalità mafiosa a magistrati estranei al pool. Falcone e Borsellino difendevano il lavoro di tanti anni, che aveva portato a risultati mai visti prima, e non si rassegnavano a veder messi in discussione la loro professionalità e il loro metodo investigativo.

Il loro sembrò uno sfogo amaro, ma a guidarli erano – ancora e soltanto – il senso del dovere e l’amore per le giustizia.

Di lì a poco, il 14 e il 25 settembre – in feroce contrappunto a quella denunzia ed a conferma della crescente forza e tracotanza di Cosa nostra – sarebbero stati uccisi, per ordine di Salvatore Riina, due giudici che meriterebbero di essere più ricordati, al pari degli altri martiri dell’antimafia: Alberto Giacomelli, già presidente della sezione Misure di prevenzione di Trapani, che aveva confiscato i beni di Gaetano Riina, e Antonino Saetta (insieme a suo figlio Stefano), presidente della Corte di assise di Appello di Palermo, un omicidio preventivo, per impedire che un giudice come Saetta (che aveva condannato gli assassini del capitano Basile, ribaltando l’assoluzione di primo grado) fosse chiamato a presiedere il giudizio di appello del maxiprocesso.

L’isolamento di Falcone e Borsellino si palesò nuovamente in occasione della nascita della Dna, quando le diffuse preoccupazioni sulla possibile incidenza negativa della cosiddetta Superprocura sulla indipendenza dei magistrati, e sulla stessa efficacia dell’azione giudiziaria, si alimentavano anche del giudizio personale su Falcone, accusato, senza mezzi termini, di essersi venduto al potere politico e di averlo fatto per fini di potere personale: diventare, appunto, il “Superprocuratore”.

Eppure, basterebbe rileggere il testo della audizione di Falcone al Csm, il 24 febbraio 1992, per comprendere quanto fossero infondate quelle preoccupazioni: egli illustrò con lucidità e rigore la funzione “servente” della Dna a sostegno e supporto dell’azione investigativa, di esclusiva competenza delle procure distrettuali; la funzione della Dna nel promuovere la cooperazione internazionale; l’importanza fondamentale dei rapporti tra Pna e Pg della cassazione, che debbono comportare da parte di quest’ultimo un controllo di legalità non meramente formale.

Sulle stragi del ’92 continuano ad aleggiare molti, troppi interrogativi ancora senza risposta.

Certo, la morte dei due Colleghi era stata decretata da molto tempo, ma è doveroso chiederci che cosa ne determinò l’urgenza proprio in quel momento.

Credo che una delle cause ultime di queste stragi sia stata proprio la pratica per la nomina del Procuratore nazionale, in quel momento paralizzata dai veti incrociati sui due candidati designati in commissione (Falcone e Cordova) tra lo stesso Consiglio e il ministro Martelli. Vicende tristemente note, ma poco ricordate.

L’inizio della stagione stragista va fissato al gennaio 92, quando la Cassazione confermò integralmente l’impianto accusatorio del maxiprocesso, annullando con rinvio anche alcune sentenze di assoluzione, pronunciate dalla Corte di assise di appello, per alcuni omicidi strategici di Cosa nostra. Contemporaneamente erano iniziate le indagini di tangentopoli contro la corruzione e sembrava davvero che si stesse aprendo una nuova stagione per la giustizia nel nostro paese. Era lo Stato – non solo pochi e isolati magistrati – che per la prima volta mostrava di non limitarsi ad amministrare la giustizia, ma di voler “combattere” per la giustizia. Cosa nostra intuì che la nomina di Falcone alla Dna, con il viatico di quella sentenza – assieme alle indagini contro la corruzione, già allora strumento privilegiato dell’agire mafioso – sarebbe stato il suggello a questa nuova stagione ed avrebbe determinato una svolta irreversibile nei suoi rapporti con i pubblici poteri. Cosa nostra intuì ciò che a molti sembrava sfuggire: il pericolo mortale che la nomina di Falcone avrebbe rappresentato per la sua stessa sopravvivenza. Da qui la necessità di agire e di agire subito.

Lo stesso discorso vale, a mio avviso, per Paolo Borsellino, la cui nomina avrebbe, altresì, costituito la pietra tombale sulla “trattativa” Stato-Mafia, che in quei primi giorni di giugno era stata sciaguratamente avviata.

Anche Borsellino aveva manifestato preoccupazioni verso la Dna, in particolare che questa si trasformasse in un inutile e dannoso carrozzone di professionisti dell’antimafia nel senso più deteriore.

Ma quando, il 28 maggio, in un incontro pubblico dopo la morte di Falcone, alla presenza dei ministri Scotti e Martelli, il giornalista Bianconi gli chiese se, in caso di riapertura dei termini per il concorso, egli avrebbe presentato domanda per Pna rispose con tre parole “li faccia riaprire”. In quei giorni Borsellino aveva pure confessato di aver perso entusiasmo, ma di voler “sostituire l’entusiasmo con la voglia di lavoro alimentata dalla rabbia”. Questo sentimento si legge nella risposta a Bianconi, anche se poi, di fronte all’incauto intervento di Scotti che assicurò la riapertura dei termini e la certa nomina di Borsellino, dal suo viso “trapelò una indignazione senza confini” (come ricorda il suo biografo Umberto Lucentini) e il giorno dopo notificò per iscritto a Scotti la sua rinuncia: “la scomparsa di Falcone mi ha reso destinatario di un dolore che mi impedisce di rendermi beneficiario di effetti comunque riconducibili a tale luttuoso evento”.

Ma il conto alla rovescia era già iniziato.

Da allora sono trascorsi venticinque anni e, grazie al sacrificio di Falcone e di Borsellino, molti progressi sono stati compiuti nell’azione di contrasto alle mafie e molti risultati sono stati conseguiti sul piano della prevenzione e della repressione personale e patrimoniale.

Alcuni aspetti del loro insegnamento hanno straordinaria rilevanza ed attualità anche a fronte delle nuove forme di manifestazione della criminalità organizzata e delle nuove minacce del terrorismo internazionale.

Nel circuito del coordinamento internazionale, la posizione della Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo appare oggi cruciale.

Essa infatti rappresenta non soltanto un crocevia essenziale per il coordinamento nazionale, ma grazie alla sua doppia veste in chiave internazionale, sia di punto di contatto centrale della rete European Judicial Network per i reati in materia di criminalità organizzata e terrorismo, sia di corrispondente nazionale di Eurojust per le medesime attribuzioni, consente una osmosi continua tra i vari organi giudiziari nazionali ed i “tavoli di coordinamento” europei.

Attraverso la Direzione nazionale, le Procure distrettuali, che conducono le indagini, possono cioè entrare direttamente nel circuito europeo della cooperazione e del coordinamento, scambiando informazioni preventive ed ottenendo facilitazioni delle attività rogatoriali.

Abbiamo poi creato un sistema di banca dati che ha reso effettivo il circuito delle informazioni finalizzato al coordinamento e all’impulso investigativo. In tale sistema informatico, condiviso tra la Procura nazionale e le Procure distrettuali, sono inseriti tempestivamente, a cura di ciascun singolo ufficio territoriale, tutti gli atti giudiziari e tutte le informative di polizia prodotti nell’azione antimafia e antiterrorismo.

A fronte degli attuali fenomeni criminali la cooperazione internazionale deve essere spontanea e tempestiva, per consentire a ciascun paese di disporre immediatamente delle informazioni necessarie.

La Dna è andata realizzando, nell’ambito di una più ampia visione “di sistema”, una vera e propria moltiplicazione delle interrelazioni con organismi e soggetti produttori e/o detentori di notizie, informazioni e dati attinenti alla criminalità organizzata.

Abbiamo, in definitiva, cercato di contribuire a dimostrare che la sconfitta delle mafie non è soltanto un principio da proclamare nelle cerimonie e nei convegni, ma un obiettivo da perseguire concretamente e con priorità assoluta, come era stato nel pensiero e nell’azione di Falcone e Borsellino.

Nel contempo abbiamo evitato quella che don Milani definirebbe “la più subdola delle tentazioni”, cioè quella di inclinare – dietro il formale rispetto delle regole – verso derive personalistiche o autoreferenziali, che era ciò che più temeva Paolo Borsellino, ed affermato invece il ruolo della Dna come ufficio giudiziario, anche attraverso un rapporto sinergico con la Procura generale della Cassazione e ringrazio il Procuratore generale per aver condiviso con generosità e lungimiranza questa visione non mia, ma, come ho ricordato, di Giovanni Falcone.

Forse i frutti di questo lavoro non sono ancora da tutti riconosciuti; forse occorre attendere tempi di maturazione più lunghi. Ma spero almeno che sarà dato atto a noi, inadeguati epigoni di quei giganti, di averci provato con tutte le nostre forze.

  • Paolo Piazzini |

    C’è la sentenza contro il boss Francesco Tagliavia, a certificare l’avvenuta trattativa stato-mafia. Quindi si può tranquillamente dire di averne anche le prove.

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