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Falange armata e reti criminali tra Reggio Calabria e Palermo: due Procure pronte a “depositarne” la storia deviata

Cari e amati lettori di questo umile e umido blog, sabato scorso, 4 luglio, a pochi minuti di distanza dalla conclusione, vi ho dato conto di alcuni spaccati del convegno “Ndrangheta e poteri criminali – Le ramificazioni della mafia calabrese a livello globale”. Un convegno organizzato a Reggio Calabria dall’Associazione culturale Falcone e Borsellino, patrocinata dal Comune e dalla provincia di Reggio Calabria. Per leggere quanto ho scritto (a proposito dei passi che mancano per riscrivere la storia mafiosa di questo Paese e di una delle pagine più misteriose della Calabria, vale a dire la morte del notaio Pietro Marrapodi) rimando al link a fondo pagina.

Oggi affronto un altro aspetto che – come ha saputo cogliere e sottolineare Giorgio Bongiovanni, direttore di Antimafia Duemila, relatore nel convegno – lega ancora indissolubilmente Calabria e Sicilia. Due destini, quelli delle regioni divise dallo Stretto, che si incrociano e di cui alcuni pm (tra i quali Lombardo, Francesco Curcio della Dnaa e il pool del processo sulla trattativa Stato-mafia) stanno riscrivendo la storia partendo dagli anni Settanta (anche di questo, chi mi segue, sa che sto scrivendo, pressoché solo e isolato, da anni, con tutto quel che ne consegue). Negli incroci, ovviamente, si trovano pezzi devastanti dei servizi deviati, di servitori infedeli dello Stato, di politici e professionisti cresciuti all’ombra dei De Stefano, di massoni coperti e deviati, di ignobili penne giornalistiche, di imprenditori collusi se non partecipi del progetto di destabilizzazione democratica di questo Paese e via di questo passo.

LE PAROLE DELL’EX AMBASCIATORE

Bene (anzi, male). Quasi al temine del convegno è stato chiesto a Giuseppe Lombardo, pm della Dda di Reggio Calabria, di riflettere sulle dichiarazioni rese proprio nel corso della trattativa Stato-mafia a Palermo dall’ex ambasciatore e direttore del Cesis (il Comitato esecutivo per i servizi di informazione e sicurezza attivo dal 1978 fino alla riforma del 2007 dei servizi segreti italiani) Francesco Paolo Fulci.

Cosa ha detto il 25 giugno 2015 Fulci di fronte al pm Nino Di Matteo, al pm Roberto Tartaglia e al presidente della Corte d’Assise Alfredo Montalto? Cosucce da nulla in un Paese ormai anestetizzato come l’Italia. Ad esempio che i luoghi da dove partivano le telefonate della Falange Armata, che nei primi anni Novanta rivendicava stragi e attentati, erano sovrapponibili alle sedi del Sismi (il Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica riformato anch’esso nel 2007).

Di questo aspetto – che in un Paese civile porterebbe conseguenze gravissime ma che è invece passato pressoché inosservato visto il servizio permanente effettivo dei pennivendoli di regime – ne ha scritto Il Fatto Quotidiano del 25 giugno e lo stesso giorno una cronaca puntualissima e minuziosa è stata fatta da www.antimafiaduemila.com, per cui rimando al link http://www.antimafiaduemila.com/processo-trattativa-stato-mafia/dalle-rivendicazioni-della-falange-armata-al-41-bis.html.

Nel corso dell’interrogatorio del pm Tartaglia, Fulci, parlando delle cartine che segnavano i punti dai quali erano partite le telefonate della Falange armata e le sedi periferiche del Sismi, tra le altre cose ha detto: «…chiesi a De Luca (Davide De Luca, un analista del Cesis deceduto, nda) di verificare quando partivano questi messaggi della Falange armata e lui venne da me con l’aria preoccupata portando due mappe: da dove partivano le telefonate, e dove erano le sedi periferiche del Sismi ed erano sovrapponibili. Io dissi: ‘faccia attenzione, vada ad approfondire su tutti i messaggi e studi dove sono queste sedi, stia attento che la materia è molto seria (…)

…verso la fine del mio mandato De Luca mi venne a dire che bisognava fare una relazione. Si seppe che queste comunicazioni della Falange Armata avvenivano sempre in orari di ufficio… Quando scoprì le malversazioni al Sisde bloccai i finanziamenti al Sisde (…) Due cartine con segnati i posti da dove erano partite le telefonate della Falange Armata e l’altra dove erano le sedi del Sismi. La base era la mappa delle chiamate. Su quelle cartine seppi solo da De Luca che era tutto in mano alla magistratura (…)

Fu un’esperienza così dura quella del Cesis che mi venne il fuoco di sant’Antonio, quando il dott. Di Matteo mi interrogò a Milano credo che avesse letto un libro nel quale c’era la riproduzione di questa mappa da dove partivano le telefonate della falange armata e io dissi: guarda hanno pubblicato solo una delle due mappe, so solo che continuai ad essere attaccato da un giornaletto pubblicato in Calabria, sperimentai la macchina del fango… tutto questo mi ha lasciato un segno. Un prezzo altissimo… proprio per aver servito fedelmente lo Stato, infangato io e tutta la mia famiglia… sono anche stupito di aver saputo che tutto quello che ho detto oggi era stato pubblicato questa mattina da un quotidiano… in questo mondo viene strumentalizzato tutto e tutti…».

PAROLA A LOMBARDO

Personalmente non capisco cosa possa essere strumentalizzato. A parte che i giornalisti fanno il proprio mestiere e bene ha fatto Il Fatto Quotidiano a dare conto delle sue dichiarazioni del 2014, visto che sono di straordinario interesse per questa democrazia malata, vale la pena sottolineare che Fulci quelle cose le ha ribadite in udienza pubblica, della quale le cronache hanno doverosamente ancora dato conto il giorno stesso.

Orbene questa premessa era importante non solo per contribuire a raccontare quanto la gran parte dei media ha oscurato ai più (sarà pur piccolo ‘sto blog rispetto alle corazzate Potemkin dell’informazione ma è tignoso e seguito), ma soprattutto perché Lombardo ha rivelato indirettamente che questo ennesimo ponte deviato tra Calabria e Sicilia, che si chiama Falange Armata vivrà presto di nuove e inedite pagine. Ancora un po’ di attenzione e ci arriviamo.

ANCORATI A PALERMO

Il 7 marzo 2013 il Gip Piergiorgio Morosini ha rinviato a giudizio a vario titolo Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca, Massimo Ciancimino, Antonino Cinà, Giuseppe De Donno, Marcello Dell’Utri, Nicola Mancino, Mario Mori, Salvatore Riina e Antonio Subranni nell’ambito del processo sulla trattativa tra Stato e Cosa nostra.

Nel capitolo focale, vale a dire quello sulla «elaborazione della strategia stragista di Cosa nostra a cavallo tra il 91 e il 92. Sugli obiettivi e sui collegamenti con “altri ambienti” anche in vista di nuovi equilibri politico-istituzionali con progetti di tipo eversivo-separatista», si leggono (da pagina 7) cose illuminanti.

Dall’esame delle fonti, si legge nel decreto di rinvio a giudizio, si ricavano elementi a sostegno di una ipotesi di esistenza di un progetto eversivo dell’ordine costituzionale, da perseguire attraverso una serie di attentati aventi per obiettivo vittime innocenti e alte cariche dello Stato, «rivendicati dalla Falange Armata e compiuti con l’utilizzo di materiale bellico proveniente dai paesi dell’est dell’Europa».

Secondo l’accusa, nel perseguimento di questo progetto, Cosa nostra sarebbe alleata con consorterie di “diversa estrazione”, non solo di matrice mafiosa (in particolare sul versante catanese, calabrese e messinese). E nelle intese per dare forma a tale progetto sarebbero coinvolti “uomini cerniera” tra crimine organizzato, eversione nera, ambienti deviati dei servizi di sicurezza e della massoneria, quali ad esempio Vito Ciancimino (e qui la Procura rimanda alle dichiarazioni di Massimo Ciancimino sul coinvolgimento del padre nelle vicende di Gladio, Ustica e del caso Moro).

DOMENICO PAPALIA

E veniamo, al termine di questo lungo ma necessario excursus a quanto ha ricordato Lombardo nel convegno di sabato scorso a Reggio Calabria: «la prima rivendicazione di Falange Armata è dell’11 aprile 1990, a seguito dell’omicidio dell’educatore penitenziario di Opera Umberto Mormile. Un omicidio nel quale c’è la firma di Domenico Papalia, che Mormile seguiva nel carcere milanese. Perché quella sigla appare in quel momento? Non posso dirlo ora».

Dobbiamo dunque aspettare per la convergenza giudiziaria  Calabria-Sicilia – la speranza è che l’attesa sia breve – ma intanto qualche altro appunto possiamo cominciare a metterlo giù per tracciare una strada giornalistica (poi quella giudiziaria segua il suo corso che non necessariamente confluisce) sull’esistenza di questo connubio inscindibile tra Cosa nostra siciliana, ‘ndrangheta calabrese e apparati deviati dello Stato in ogni vicenda che, soprattutto a partire dagli anni Novanta, ha segnato la vita italiana molto più di quanto gli italiani credano.

Dunque, Domenico Papalia è lo stesso Domenico Papalia (non un altro) che Antonio Gioè – uomo d’onore in contatto con esponenti dei servizi segreti, protagonista della stagione stragista del 1992, depositario dei segreti piani politici sottostanti alla medesima strategia che coinvolgevano secondo la Procura di Palermo soggetti esterni a Cosa Nostra – cita in una lettera dal carcere. E in che occasione lo cita? Poco prima di suicidarsi (suicidio al quale in molti non credono e non crederanno mai) nel carcere romano di Rebibbia nella notte tra il 28 e il 29 luglio 1993.

Il 25 luglio 2014 la Procura di Palermo ha (da ultimo) sentito il collaboratore di giustizia Filippo Malvagna, detenuto a Rebibbia come Gioè, il quale ha riferito che già subito dopo la sua morte, i detenuti avevano ritenuto che lo stesso non si fosse suicidato ma fosse stato ucciso dai servizi segreti per non farlo parlare. Il convincimento del collaboratore di giustizia scaturiva dal fatto che la notte della morte di Gioè vennero chiusi non solo le porte dei detenuti di quel braccio ma anche gli “spioncini”, in modo da non far sentire ai detenuti ciò che accadeva.

Domenico Papalia, dal pentito Filippo Barreca viene ricordato come uno di quelli che fa da trait d’union con i gruppi siciliani per appoggiare l’idea secessionista o comunque di forte autonomia che si affaccia in Italia a cavallo delle stragi siciliane e che viene cavalcata politicamente non solo dalla Lega Nord ma anche dalle leghe meridionali che, guarda caso, proprio a Lamezia Terme (Catanzaro) vedranno riuniti in assise molti esponenti importanti. E dov era la regia, secondo Barreca, di questo progetto di sostegno? In quel di Milano, regno (tra gli altri) proprio dei Papalia.

PAOLO BELLINI

Gioè nella sua lettera, oltre a Papalia cita (apparentemente senza motivo ma la sensazione è che ora possa finalmente arrivare a distanza di oltre 20 anni una lettura da parte della magistratura reggina e palermitana) anche Paolo Bellini, un soggetto «già appartenente alla ‘ndrangheta e vicino all’eversione nera».

Questo è quanto si legge a pagina 11 della memoria  depositata il 26 settembre dal procuratore generale Roberto Scarpinato e dal sostituto Luigi Patronaggio, con le quale la Procura generale di Palermo ha chiesto la rinnovazione dell’istruzione dibattimentale del cosiddetto processo Mori-Obinu per fatti, avvenimenti e prove che non potevano essere conosciuti dal collegio giudicante che in primo grado il 15 luglio 2013 ha assolto (con sentenza impugnata dalla procura) Mario Mori e Mauro Obinu dall’accusa di favoreggiamento aggravato alla mafia e che ora, invece, secondo la stessa pubblica accusa, lo sono e devono essere resi noti e (ri)dibattuti.

L’istruzione svolta dalla Procura di Palermo ha evidenziato che Bellini era in Sicilia in concomitanza delle riunioni della cupola regionale di Cosa Nostra del 1991 tenute ad Enna e finalizzate a disegnare la strategia stragista del ‘92/’93. Bellini è stato presente ripetutamente a Palermo incontrandosi con Gioè dal quale aveva appreso circostanze rilevanti sul piano stragista e sul progetto di eseguire attentati ai beni culturali fuori dalla Sicilia. Gioè, nella lettera trovata nella sua cella, qualificò Bellini come un infiltrato.

Per capire quante carte abbiano in mano i magistrati – tra Palermo e Reggio – per ricostruire la storia mafiosa e politica di questo Paese, basti riportare la conclusione del pm Lombardo nel corso del convegno: «A Reggio Calabria non partiamo da zero: ci sono processi che hanno fatto la storia. Se non si mettono insieme tutte le conoscenze del passato non si capirà mai nulla. Noi siano già andati avanti».

Ma per capire, altresì, i rischi mortali (negati da alcuni pennivendoli che spero, prima o poi, siano oggetto di indagine della magistratura) che corrono Lombardo e altri magistrati che non hanno intenzione di guardare in faccia a nessuno, è bene ricordare quanto ha detto Salvo Boemi, ex coordinatore della Dda di Reggio Calabria, anche lui presente al convegno: «In 10 anni non ho mai avuto una segnalazione dai servizi segreti, non li ho mai conosciuti. Ho avuto io la sensazione di essere seguito, che ne dici Giuseppe, sbaglio?»

r.galullo@ilsole24ore.com

2 – to be continued (per la precedente puntata si veda https://robertogalullo.blog.ilsole24ore.com/2015/07/04/giuseppe-lombardo-dda-reggio-calabria-la-storia-mafiosa-sta-per-essere-riscritta-salvo-boemi-ex-pm-marrapodi-non-si-suicido/)

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IL PIANO DELL’OPERA

1“) Cose di Cosa Nostra” – Giovanni Falcone in collaborazione con Marcelle Padovani – 14 maggio

2)   “Liberi tutti – Lettera a un ragazzo che non vuole morire di mafia” di Pietro Grasso – 21 maggio

3)   Finanza criminale – Soldi, investimenti e mercati delle mafie e della criminalità in Italia e all’estero – di Roberto Galullo – 28 maggio

4)   Un eroe borghese”  di Corrado Stajano –  4 giugno

5)“A testa alta – Storia di un eroe solitario” di Bianca Stancanelli – 11 giugno

6)“Le parole di una vita – Gli scritti giornalistici” – Giancarlo Siani – 18 giugno

7)“Il caso Valarioti” – Rosarno 1980: così la ‘ndrangheta uccise un politico (onesto)” di Danilo Chirico e Alessio Magro con interventi di Giorgio Bocca, Enrico Fontana e Giuseppe Smorto – 25 giugno

8)“Chi comanda Milano” di Alessia Candito – 2 luglio

9)“La mafia fa schifo – Lettere di ragazzi da un Paese che non si rassegna” di Nicola Gratteri e Antonio Nicaso – 9 luglio

10) Ho ucciso Giovanni Falcone – La confessione di Giovanni Brusca” – di Saverio Lodato – 16 luglio

11)“Il giudice ragazzino” di Nando Dalla Chiesa – 23 luglio

12) “Peppino Impastato – Una vita contro la mafia” – di Salvo Vitale – 30 agosto

13)“Libero – L’imprenditore che non si piegò al pizzo di Chiara Caprì con Pina Maisano Grassi –6 agosto

14)“Maledetta mafia – Io, donna, testimone di giustizia con Paolo Borsellino” – di Piera Aiello e Umberto Lucentini – 13 agosto

15) “Anime nere” – Gioacchino Criaco – 20 agosto

16) “La peste – La mia battaglia contro i rifiuti della politica italiana” di Tommaso Sodano e Nello Trocchia 27 agosto

17) “Delitto imperfetto – Il generale, la mafia, la società italiana” – di Nando Dalla Chiesa – 3 settembre

18) “Nomi, cognomi e infamidi Giulio Cavalli con prefazione di Giancarlo Caselli – 10 settembre

19) “C’erano bei cani ma molto seri –  Storia di mio fratello Giovanni ucciso per aver scritto troppo” – di Alberto Spampinato – 17 settembre

20) “Senza padrini – Resistere alle mafie fa guadagnare” di Filippo Astone – 24 settembre

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I 20 volumi delle Collana “Ora legale – Storie di eroi, mafia e antimafia” potranno essere acquistati ogni giovedì in edicola (dove, ciascuno, resterà per una settimana) al prezzo di 8,90 euro oppure sul canale shopping24 accessibile direttamente dal sito www.ilsole24ore.com/oralegale (il prezzo dell’intera collana è di € 178,00).

E’ possibile acquistare online l’intera opera al prezzo di 160,20 € invece di 178,00 €, con uno sconto del 10% rispetto all’acquisto delle singole uscite e l’invio gratuito presso l’indirizzo prescelto senza alcuna spesa aggiuntiva di spedizione. L’opera verrà recapitata in 4 spedizioni a partire da luglio 2015.

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  • bartolo |

    secondo me, non sbaglia boemi, galullo.
    come atto conseguenziale però, dovrebbe chiedere perdono a quelle centinaia di innocenti che ha perseguito per ndrangheta, mancini incluso, mentre la medesima ndrangheta gli reggeva la mano nell’apporre la firma sui mandati di cattura basati sui falsi verbali del falso pentito barreca.

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